economia news e media viaggi informatica internet salute e benessere int rattenimento e spettacolo sport tempo libero istruzio ne e formazione arte cultura scienza

Carceri nel mondo

Visita a un carcere

A cura di Noemi Novelli (webangel)

Pubblicato il 24/03/2007

Il grande cancello si apre anche per il furto di una gallina e la pena - in questo caso - può essere di anni. Anni che si sommano a quelli necessari allo svolgimento del processo, soprattutto se non ci sono soldi per pagare un avvocato. L'omicidio si sconta con la morte. Il furto ripetuto con l'ergastolo

foto intervento

di Paola Maccioni

 

Più volte Amnesty International è intervenuta, senza risultato apparente, esattamente come in tanti altri Paesi, anche occidentali.

Sul muro rosso sono scritti gli orari in cui le famiglie possono portare il cibo ai detenuti. Lo Stato è troppo povero per assicurare pasti regolari o forse è solo una scelta politica per combattere la criminalità, per altro qui non diffusa.

Il cancello si apre davanti a me e al mio accompagnatore. A destra le scale: in legno, ripide, non un gradino uguale all'altro, né in altezza, né in profondità. Saliamo nell'ufficio. Polvere. Pochi mobili di legno grezzo, scuro. Nessuna tecnologia. Pochi fogli di carta in giro, non vedo cartelle. Il direttore è in divisa militare, senza bottoni, lacero, ma impettito. Compreso del ruolo, parla lodando il suo carcere modello. Scoprirò dopo che è davvero così: quello che sto per visitare è un carcere modello. In questo Paese.

Verifica se ho mantenuto la mia parola dicendomi che gli piacerebbe avere una foto ricordo. I'm sorry.

Presenta i gendarmi che sono in forza al carcere: poveri uomini laceri, scalzi, senza divisa, armati di bastone, ma dignitosi e senza complessi d'inferiorità, davanti a me e a quel che rappresento. Iniziamo la visita.

Una piccola porta si apre su un cortile di sola polvere rossa. Tre fabbricati bassi, ad un piano, formano una U. Un pozzo senz'acqua che - mi dicono - il vecchio direttore usava come camera di punizione. Un uomo ci è morto dentro, a causa del fil di ferro che gli stringeva il collo. Il vecchio direttore è stato rimosso per questo fatto.

Non c'è altro di ambientale da descrivere, se non un cielo sorprendentemente azzurro.

Inginocchiati per terra, divisi in tre gruppi di sei file, uno accanto all'altro, molti a testa bassa che non alzeranno mai, altri con sguardo di sfida, altri di curiosità ci sono "loro". I detenuti. Qualcuno ha una coperta sulle spalle, qualcuno una maglietta, tutti hanno un cappello. Sono tutti dello stesso colore rosso polvere, praticamente indistinguibili dal terreno. Dietro di loro le guardie: si differenziano solo perché stanno in piedi e hanno il lungo bastone in mano.

Le solite frasi di circostanza. L'invito a visitare i cameroni: ampi spazi in terra battuta, soffitti bassi, senza finestre, per niente diversi dalle abitazioni abituali.

Abbiamo portato un dono ricchissimo: baguettes di pane di farina di grano. Una per ogni detenuto. Molti di loro non l'hanno mai assaggiato. Molti sono anni che non ne mangiano. Altri hanno semplicemente fame. Vorrei che fossero le guardie a fare la distribuzione. Il direttore insiste perché io passi a consegnare personalmente, ad ognuno, il pane. Insiste anche per dimostrarmi che non verrà "rubato". Inizio, sforzandomi di sorridere, questa penosa distribuzione. Qualcuno mi ringrazia. Qualcuno mi guarda. Qualcuno sorride. Qualcuno nasconde la baguette sotto i vestiti e mi tira per i pantaloni, mostrandomi le mani vuote. Questo mi fa arrabbiare. Mi sento presa in giro e quindi non più una privilegiata dalla vita.

I link correlati all'argomento

Vuoi essere aggiornato sulle novità della guida?

Feed RSS XML vostro feed RSS