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A cura di Noemi Novelli (webangel)
Pubblicato il 07/03/2008
Da Crimini su Donne e Bambine originarie delle società patriarcale e tribali (e non solo).
Intervento della Dott.ssa Corradi, psicoteraputa.
Ci sono parole, comportamenti che nessuna legge punisce e che possono uccidere psichicamente una persona o ferirla in modo grave e, spesso, irreversibile. La provocazione continua, l’offesa, la disistima, la derisione, la svalutazione, la coercizione, il ricatto, la minaccia, il silenzio, la privazione della libertà, la menzogna e il tradimento della fiducia riposta, l’isolamento sono alcune forme in cui si manifesta la violenza psicologica.
La violenza psichica è quella strategia che mira a uccidere, distruggere, annientare, portare al suicidio una persona, senza spargimento di sangue. La caratteristica fondamentale di questi comportamenti è la crudeltà esercitata dall’aggressore, il quale ben sa che lesioni fisiche o violenze sessuali potrebbero essere punibili come reato.
Le strategie che mette in atto chi decide di annientare un essere umano sono molto subdole e mirano, prima di tutto, ad anestetizzare la vittima designata in modo che non possa reagire. Spesso, specie nell’ambito familiare, con la vittima si è prima instaurato un legame affettivo, per cui è difficile individuare il limite sottile che separa un rapporto ancora funzionante da quello decisamente patologico.
L’aggressore manda spesso messaggi contrastanti nel senso che dice una cosa e ne pensa un’altra (doppio legame), mettendo in questo modo l’oggetto delle sue manovre in uno stato di confusione e nell’incapacità di capire cosa sta succedendo.
L’interruzione della comunicazione bilaterale è un’altra delle manovre che l’aggressore instaura. Subentra così il senso di colpa di chi inizia a subire e, con esso, un tentativo di perfezionismo per cercare di spostare o annullare il bersaglio. Se tenta una reazione, dopo un periodo lungo di esasperazione, allora viene accusata di essere cattiva o malata.
Sono psicologa psicoterapeuta da più di venti anni e molte volte mi sono trovata a verificare quanto peso abbiano avuto nei miei clienti i comportamenti sopra elencati e quanto siano stati causa del male dell’anima e abbiano intaccato la gioia di vivere e di crescere.
Ho visto donne a cui fisicamente non era stato torto un capello, ma che erano state sistematicamente distrutte nella loro identità e nel loro ruolo di donne e di madri.
Ho aiutato donne che da bambine erano state violentate da padri, fratelli, parenti e amici e che hanno sempre taciuto perché la colpa era stata fatta cadere su di loro, o il silenzio era stato estorto con la minaccia di altra violenza.
Ho pure molto frequentemente curato il mal d’amore, come si dice, ma condito da menzogne, inganni, infedeltà, che sono aggravanti di una situazione già di per sé dolorosa.
La violenza psicologica è sottovalutata anche dalla nostra legislazione, non soltanto da quella in vigore in società patriarcali.
È causa di stati depressivi e anche di suicidi, perché la vittima è incapace di reagire, in quanto logorata e, anche se denunciasse la violenza, la legge italiana non ne terrebbe conto senza prove fisiche di lesioni. Ma c’è soprattutto la vergogna di ammettere di essere trattati male, la paura a chiedere aiuto per non subire un’altra violenza.
Ritengo, inoltre, che in ogni violenza fisica ci sia una violenza psichica: nelle percosse, nelle lesioni, nello stupro e, perfino, nella tortura quello che fa veramente male è il significato psichico dell’azione, cioè l’avvertire di essere un oggetto nelle mani dell’aggressore teso a distruggerci l’anima.
Dove si esercita una violenza psicologica, sia nell’ambiente familiare, sia nel lavoro, sia nell’esercito, nelle prigioni o nella scuola, sempre, come comune denominatore, troviamo la mancanza di una norma etica che tenda a superare il mero egoismo in favore di una responsabilità delle proprie azioni, la mancanza del rispetto della persona umana e del suo diritto alla vita.
C’è pure l’ignoranza delle conseguenze che determinati traumi subiti provocano, specie se i comportamenti lesivi sono attuati più per un bisogno di sopraffazione che per una reale crudeltà mentale. Perché diverse sono le motivazioni che portano l’aggressore a distruggere: violenze subite nell’infanzia e non elaborate psichicamente trovano terreno fertile a che una persona da adulta cerchi di infliggere quello che ha subito per difendere la sua precaria identità.
In queste persone, già disturbate nel loro passato, operano meccanismi inconsci che fanno in modo che l’autore sia incapace di sentirsi in colpa, di riconoscere la sua incapacità di soffrire o, meglio, di provare sentimenti reali. Temono, inoltre, un coinvolgimento profondo e reale con un altro essere umano e, pertanto, lo designano come detentore di tutto il male che è in loro, lo colpevolizzano, lo distruggono per mantenere un equilibrio che ha bisogno di nutrirsi della vita di altre persone.
L’articolo 32 della Costituzione italiana cita: "la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti." …proprio perché il legislatore non specifica se si tratti di salute fisica o psichica, si sarebbe autorizzati a interpretare la legge come la scienza psicologica e psichiatrica ormai confermano, ma non è così, perché sia l’interpretazione della legge sia la consuetudine ci portano a pensare che il male, quello quantificabile e punibile, possa essere solo fisico o economico.
Ma anche il male psichico ha un costo: psicofarmaci, psicoterapia, ricoveri, assenza dal lavoro, morte, per non parlare del rapporto distorto e carente che la vittima instaura con figli e parenti, vittime a loro volta e forse futuri carnefici».