
Premessa
“Il mondo odierno inclina un poco a sottovalutare i libri. Si trovano molti giovani, oggigiorno, cui sembra ridicolo e indecoroso amare i libri, invece della realtà viva: stimano che la nostra vita sia troppo breve e troppo preziosa per questo, eppure trovano il tempo di trascorrere molte ore, sei volte la settimana, ascoltando musica da caffè-concerto e ballando. Per animate che siano le università e le officine, la Borsa e i locali di divertimento del mondo ‘reale’, è certo che lì non siamo più vicini alla vera vita di quanto lo siamo se ogni giorno dedichiamo una o due ore ai saggi e ai poeti del passato”. (Hermann Hesse: ‘Una biblioteca della letteratura universale’, Adelphi, Milano, ‘84 - pag. 54, scritta nel 1929).
“Il generale riconobbe le scatole nere allineate lungo le pareti. Si trattava certamente di libri. Immaginò che nella parete a nicchia in fondo alla stanza fosse collocato il ricevitore che avrebbe tramutato i libri, a richiesta, in uno spettacolo tridimensionale animato. Non aveva mai visto un apparecchio simile in funzione; ma ne aveva sentito parlare”. (Isaac Asimov: ‘Il crollo della galassia centrale’, Mondadori, Milano, ‘76 - pag. 7).
In questi due brani è riassunto il presente e un probabile futuro del libro. Ma una cosa lega le due considerazioni: la presenza stessa del libro, libro come oggetto e come immaginario. E, in fondo, la convinzione che il libro non morirà. Lo stesso atto di fede, lo stesso invito ad avvicinarsi ai libri, che sorregge la presente ricognizione, che avrebbe potuto anche intitolarsi ‘Come decostruire un romanzo’, poiché il campo di ricerca proposto parte dall’analisi dei testi per comporne altri.
Un libro lo si sfoglia, lo si tocca con piacere, lo si espone in libreria, ci consente in un attimo di tornare indietro di trenta pagine, lo si può leggere a letto. Non è assolutamente vero che le vie telematiche lo soppianteranno. Sono gli ingenui giovanotti urbani rampanti a credere questo.
E’ forse vero che le carte di credito hanno soppiantato la moneta spicciola? Forse il telefono ha soppiantato le lettere o il motorino ha scalzato la bicicletta? Caso mai, si è andati verso una complessità dei sistemi, ma mai una tecnica ha monopolizzato il settore di appartenenza, così, nel campo della comunicazione interpersonale, è rimasta la lettera, il telefono, il telegrafo, a cui via via si sono aggiunti il fax, il modem, Internet e chissà quante altre cose, ma tutte assorbite, complementari, perchè la duttilità mentale della popolazione non cresce di pari passo con la tecnologia, così come non cresce in maniera uniforme la ricchezza. E chi ne è sicuro… beh, vuol dire che non ha mai aperto un libro.
Il guaio maggiore dell’intellettualismo, che è un concetto su cui si basa gran parte della cultura di alcuni paesi occidentali, è quello di credere che un’idea sia migliore delle altre. Invece, se mai vi capitasse di andare in Lucania, notereste che è più la gente che ancora ricama o sferruzza a mano che non quella addetta ai telai, per dire qualcosa che ricorda la rivoluzione industriale. Insomma, l’aereo non ha soppiantato il treno, che a sua volta non ha soppiantato l’automobile e, nelle grandi città, la metropolitana, che avrebbe dovuto risolvere i problemi del movimento dal centro alla periferia, e viceversa, a causa di una crescita esponenziale della stessa periferia, è insufficiente ad assicurare a tutti un passaggio fino a casa, con la conseguenza che, a volte, si passa da un autobus a un treno, per poi proseguire con l’auto, per un certo tragitto, che va comunque completato a piedi.
Così è col libro. Cosa accompagna in genere un computer? Un libro di istruzioni; e che libro! C’è Internet, ed ecco spuntare come funghi manuali per interpretarne il senso. Credo di essere stato chiaro. Per non dire dell’istruzione scolastica: passerà un secolo, prima che tutta la popolazione studentesca vada a scuola con un personal computer, invece che con dei libri. E come la mettiamo con la scuola dell’obbligo? Chi costringerà i genitori all’acquisto di un computer, quando potrà trovare ancora testi di seconda mano sulle bancarelle, per i propri figli?
Se qualcuno cade nell’errore di seguire il consiglio di guardare oltre i libri, non fa che dare spazio ai soliti scrittori che hanno monopolizzato la seconda metà del secolo che sta finendo, i quali, imperterriti, continueranno a scrivere fino alla morte. Che cosa c’è di male, allora, a scrivere? Non c’è nulla di male nel voler partecipare alla religione letteraria. Anzi, invito tutti a leggere e scrivere: la società ne trarrebbe un giovamento, poiché rinuncerebbe, in parte, ad altre occupazioni, più pericolose, come il calcio e la sua violenza o alla stupidità della televisione e cose del genere. Inoltre, bisogna dire che la lingua è il codice più potente che esista, poiché consente di descrivere tutto il resto del creato e anche se stessa; non solo, ma consente anche di combattere se stessa. Nessuno rinuncerebbe a questa possibilità che l’uomo ha coltivato fin dai tempi remoti.
“Imparare a leggere, nel più alto senso della parola, non si potrà mai sui giornali e nemmeno su quel che ci capita in mano della letteratura contemporanea, ma solo sui capolavori. I quali, a volte, hanno un sapore meno dolce e meno piccante delle letture di moda. Vogliono essere presi sul serio, vogliono essere conquistati… se vogliamo che i capolavori dimostrino a noi quello che valgono, tocca a noi dimostrare loro ciò che valiamo”. (Hermann Hesse: ‘Una biblioteca della letteratura universale’, Adelphi, Milano, ‘84 - pag. 55).
E poi, ammesso che leggeremo sempre e solo sugli schermi o sui videoterminali, cosa leggeremo? Ci sarà comunque qualcuno che scriverà, perché la magia dello scrivere consiste nell’aggiungere alla realtà qualcosa che prima non c’era. Allora, ecco il motivo del presente testo: come scrivere un romanzo. E’ quello che c’interessa, per il momento. Dove lo si potrà leggere, se su carta o su byte, lo deciderà il tempo. E l’ultima cosa di cui bisogna preoccuparsi, all’inizio, è trovare la casa editrice che lo pubblicherà o la maniea in cui verrà diffuso. Bisognerà pensare prima a fare qualcosa di buono, poiché questo darà in seguito la sicurezza nei propri mezzi e con ciò si potrà chiedere attenzione con maggiore convinzione.
Pur essendo vero quanto mi ha detto Elisabetta Rasy, e cioè che la scrittura di un romanzo ha sempre un lato oscuro e solitario, cui non si può sfuggire e che non può essere indagato, per fare qualcosa di buono è però necessario acquisire consapevolezza dei mezzi espressivi, concentrandosi alla fine su una determinata tecnica narrativa, che è anche la necessità di selezionare gli elementi oggetti del nostro interesse in base alle esigenze artistiche e disporli secondo uno schema che sia esteticamente valido e coinvolgente. Chiarire infine il rapporto fra azione e osservatore: come si dispone quest’ultimo nei confronti dei fatti narrati? E’ attore, osservatore distaccato, o è un presente assente? Tutto questo, e altro ancora, sarà il modello stilistico. (CONTINUA)
A cura di Giuseppe Cerone
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