I trucchi del mestiere

Da non disdegnare, talvolta, qualche trucco del mestiere. "Il tizio della sede di Genova, che mi aveva fatto da guida portandomi in giro per la città, mi offrì la cena piuttosto presto in un ristorante e poi mi accompagnò all'aereoporto. Era previsto un certo ritardo per la partenza del mio aereo (motivi tecnici, ci spiegarono), perciò gli dissi di non rimanere ad attendere. Sapevo che il mattino successivo si sarebbe dovuto alzare presto, per recarsi in auto a Milano per una riunione. Tutto questo c'entra con la storia". "Lo spero", replicò Morris, "non dovrebbe esserci nessun particolare superfluo in una buona storia". "In ogni modo, quel tizio del British Council, J.K. Simpson, non riesco a ricordarmi il suo nome di battesimo, un bel giovane molto cordiale ed entusiasta del suo lavoro, mi disse: 'Va bene, allora la lascio qui, ma se il volo fosse cancellato, mi dia un colpo di telefono e la porterò in un albergo per la notte'. Be', il ritardo aumentò ancora, ma alla fine decollammo, a mezzanotte circa. Era un aereo britannico. Io ero seduto accanto a un uomo d'affari inglese, un commerciante in stoffe di lana, credo..."

“E’ importante?”.

“Veramente, no”.

“Non importa, si tratta di maggiore ricchezza descrittiva”, disse Morris, facendo un gesto indulgente con il sigaro, “contribuisce a creare un’atmosfera reale”. (David Lodge: ‘Il professore va al congresso’, Bompiani, Milano, ‘93 - pag. 89).

Avete appena letto con quanta ironia lo scrittore inglese descrive il vezzo dei romanzieri di ‘allungare il brodo’. Agli inizi capitava anche a me di essere impaurito dalle pagine da riempire, ma ora so vhe il segreto consiste nel tagliare, perché, se si volesse aprire il rubinetto della coscienza, correremmo il rischio di non fermarci più. E invece si deve dare agli altri e a se stessi delle pause e dei silenzi.

Anche qualche citazione in una lingua diversa non guasta, se adoperata al momento giusto.

“Lew aveva adattato a laboratorio una stanzetta della sagrestia. In quel buco da eremita lucidava i candelabri, rimetteva l’olio nelle lampade ed esercitava il suo talento dipingendo su pergamena. Tutti i cartagloria alluminati della chiesa superiore erano opera sua; ed anche gli ornamenti in rosso e oro delle iscrizioni latine invocanti la purezza dell’anima e del corpo. Non che quella appesa sul lavabo della sagrestia: Da, Domine, virtutem manibus meis ad abstergendam omnem maculam, ut sine pollutione mentis et corporis valeam tibi servire”. (Henry Morton Robinson: ‘Il cardinale’, Garzanti, Milano, ‘65 - pag. 103).

“Avvolti nei loro cappotti di vello di pecora, la fronte coperta dall’alto berretto di pelo, i ’sissit’ cantavano in coro il ‘laulu’ triste. Poi il suonatore faceva scorrere le dita sui tasti dello strumento,e i ’sissit’ intonavano il ‘Rèppurin làulu, il canto careliano del cuculo, l’uccello sacro della Carelia:

siell mie pàimelauluin làuluin

min muamo mièroon sùori

Kàrialan maill kulakakoset guk-kuup”. (Curzio Malaparte: ‘Kaputt’, Garzanti, Milano, ‘68 - pag. 60).

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Pubblicato il giovedì 27 ottobre 2005 in: Corso di scrittura creativa

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