Conclusione

Bene, ma non è finita, naturalmente. Ora comincia la parte più difficile: la riscrittura. "... Rileggere, strappare via aggettivi inutili, tagliare verbi inutili, sradicare frasi che ripetono il già detto, spuntare espressioni enfatiche, depennare luoghi comuni. Abbreviare e pulire. E, una volta fatto questo, anche per le parole e le frasi, cercare di mettersi a guardare quello che abbiamo scritto con occhi estranei, con gli occhi di chi, forse, leggerà". (Tullio De Mauro: 'Guida all'uso delle parole', Editori Riuniti, Roma, '89 - pag. 136). Fernanda Pivano mi ha riferito di una sua intervista a Ernest Hemingway. Ad una sua domanda in proposito, il grande scrittore rispose che 'Non c'è niente di meglio per imparare a scrivere che continuare a riscrivere". E, se necessario, apportare tagli che possono sembrare dolorosi, ma che sono inevitabili. Il lettore farà volentieri a meno di qualche brano in più, se il testo ne guadagna in agilità e leggerezza, che non è superficialità, ma discrezione. Ha detto Paul Valery: "Bisogna essere leggeri come l'uccello, non come la piuma".

Poi bisognerà dare al testo organicità, assicurarsi che le percentuali di mistero, sesso, amore, tragedia, odio, avventura, imprevedibilità, descrizione, sogno, notizie interessanti, frasi a effetto, siano bilanciate, e se il risultato non ci convince, non esitare a ricominciare daccapo. Un’opera deve essere buona per essere cestinata, figuriamoci se non convince già noi stessi, in primo luogo.

Ma non bisogna neppure essere impulsivi, e strappare tutto. Corrado Augias mi ha detto di essere convinto che “Se un lavoro vale, sicuramente sarà riconosciuto. Gli editori non cercano altro”. E’ meglio lasciar riposare e decantare le pagine per tre o quattro mesi e poi rileggerle, rivedere il tutto, a volte cambiare titolo e intreccio e caricare i punti deboli. Orazio, il poeta latino, suggeriva di lasciare sei mesi da parte ogni scritto. E di riprenderlo e leggerlo con occhi estranei. Si noteranno così le incongruenze e le espressioni non volute venire a galla.

Il sociologo Luigi Manconi mi dice che bisogna, a suo avviso, alleggerire la scrittura degli elementi retorici ed enfatici, ‘troppo letterari’, che potrebbero appesantirla. E, con ironia, ribadisce il concetto che si scrive ‘anche’ per gli altri.

Anche Roberto Pazzi è d’accordo sul fatto che una eccessiva erudizione possa trasformarsi in debolezza: “Non che non si colga la necessità del mito, ma la forma può risultarne fredda. La capacità del linguaggio consiste nell’andare diritto alle cose, al centro, al cuore (come si diceva un tempo) delle cose. Il coraggio di essere semplice nel tocco consente di sfiorare tutti gli argomenti, su 360°. La capacità di mantenersi leggeri, alla superficie, non va sottovalutata: non è un dono lirico da poco”.

Se, alla fine, la struttura regge e la narrazione riesce ancora ad avvincerci, allora si può cominciare a fare un pensierino per la pubblicazione. E da questo momento comincerà un periodo di passione, durante il quale, a causa degli inevitabili rifiuti iniziali, vi sembrerà persino che la Letteratura sia lottizzata e che nessuno vi consentirà mai di entrarne a far parte.

Solo chi avrà abbastanza umiltà, tempo e volontà, potrà sperare che qualcuno, prima o dopo, si interessi a lui: un critico gentile, un professore universitario premuroso, un giornalista non invidioso, magari un mecenate. Bisognerà cercare di sottoporre il testo alla lettura di qualche esperto, e attendere pazientemente il turno. Sempre senza eccessive illusioni, poiché, come mi ha confidato Giuliano Gramigna, “I critici letterari sono gli ultimi interlocutori ai quali gli editori prestino orecchio”.

Oppure seguire il consiglio di Nantas Salvalaggio: “Ho avuto una musa tutelare. Si chiamava Tullia, era studentessa universitaria. Era anche la figlia di un editore prestigioso, Enrico Vallecchi, che nel dopoguerra pubblicava Malaparte, Palazzeschi, Soffici, Papini. Ci incontrammo sul trenino che andava da Calalzo a Cortina, ed eravamo vestiti da sciatori… Mi invitò a un tè nel suo albergo lussuoso. Si informò su quello che facevo, le prime inevitabili poesie, qualche scardinato racconto. A un certo punto disse: “Se vuoi, ne parlo a mio padre”. Fu così che pubblicai il mio primo, esile romanzo, ‘Il vestito di carta’… Ai giovani raccomando caldamente: non affidate racconti alle bottiglie. Prendete piuttosto il trenino (o la corriera) da Calalzo a Cortina, e cercate di conoscere la figlia di Tullia, o una sua amica, o una qualunque nipote dei Mondadori o dei Rizzoli. D’inverno vanno a sciare sul Faloria. Hanno un cuore tenero. Avvertono un profondo bisogno di soccorrere (e scoprire) gli scrittori poveri. Così pagano, a loro modo, un dazio alla Fortuna: si fanno perdonare i pantaloni firmati, gli sci firmati, la giacca a vento firmata…”

E’ perfettamente inutile partire con le case editrici maggiori. Hanno tutte al loro soldo una gentile e segretaria che scrive lettere di rifiuto senza neppure leggere il testo. Ma non per questo bisogna arrendersi dopo i primi tentativi. E senza tanti riguardi. Diceva Thomas Bernhard: “Così come il contadino vende il bue al macellaio, l’editore vende lo scrittore al mercato del libro”. C’è stato persino chi ha collezionato 113 rifiuti, in Italia, prima di pubblicare un libro.

Come è inutile affidarsi a case editrici a pagamento: se un editore non stima che un libro possa vendere almeno quelle copie necessarie per ammortizzare le spese editoriali, e vorrebbe mettersi al sicuro accollandone il prezzo allo scrittore, allora è inutile dargli fiducia a nostra volta. Mi dice Lorenzo Mondo: “Guai a pubblicare a proprie spese: non serve a nulla ed è persino controproducente (pagando, anche un fesso può pubblicare)”. D’altra parte, Giorgio Calcagno invita ad “Avere fiducia nella propria intelligenza e nella propria costanza. Se qualcuno ha qualcosa da dire, troverà ascoltatori, non importa se pochi. E senza pensare mai alle classifiche delle vendite, che non sono classifiche di valore”.

Molti, inoltre, hanno avuto difficoltà di pubblicazione, da Tolstoj, a Kipling, Proust, Byron, Crane Fogazzaro, Moravia, Pasolini, Svevo, Carlo Emilio Gadda (il quale pubblicò a sue spese quattro libri). Mi ha scritto Giorgio Saviane: “Il mio primo libro, ‘Le due folle’, l’ho pubblicato a 42 anni, dopo che tutti gli editori d’Italia me lo avevano rifiutato, come era stato per i libri precedenti che poi invece mi hanno pubblicato: uno di questi è ‘Diario intimo di un cattivo’ che nessun giornale, rivista, editore ha voluto quando avevo trent’anni. Agli inizi bisognerà trovare nello scrivere già la propria ricompensa: l’altra, il vederlo pubblicato, verrà quando c’è la prima. Chi scrive per dovere, per farsi strada, con sacrificio (sì, ne conosco anche di questi) non ha mai il primo piacere ma neanche il secondo: perché a questi malati il successo non basta mai, e tuttavia continuano a scrivere retorici, impossibili, perfino ingenui, e sono l’establishment. Come in ogni epoca del resto”.

Se proprio, nonostante tutto, dopo aver tentato tutte le strade, tutte senza risultato, si continuerà a pensare che il libro sia valido, allora vuol dire che è giunto il momento di mettere su una casa editrice. Centinaia di persone l’hanno fatto. Forse scherzo, naturalmente, ma è bene, d’ora in poi, prendere tutto con una buona dose di umorismo. Solo questo ci potrà aiutare ad addolcire l’amaro più che probabile. Questo, assieme alla soddisfazione di aver comunque impresso la nostra impronta nel mondo e, forse, nell’eternità.

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Pubblicato il giovedì 27 ottobre 2005 in: Corso di scrittura creativa

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