
E’ vero: noi Lucani siamo pazienti. E’ stata proprio questa virtù innata che mi ha messo sulla buona strada nella ricerca di quel qualcosa d’indefinito. Ricordo tutte le passeggiate fuori dal paese nel tardo pomeriggio. Era così bello, allora, il paese. Prima del terremoto tutto era più bello, e non solo perchè avevamo qualche anno di meno, ma perché ancora ci potevamo riconoscere nei nostri luoghi dell’infanzia; allora il Muro non era diroccato. Ma questa, credo, è pura nostalgia. Bene, dicevo della pazienza. Sì, ho studiato un po’ di zen e ne parlo volentieri, cominciando col dire che lo zen è la pazienza. A questo punto, per la verità, potrei già aver concluso, ma dubito che tu apprezzeresti questa mia sinteticità, per cui parto dall’inizio. Almeno, da quello che credo sia l’inizio.
Ho letto che la parola giapponese ‘zen’ deriva da “c’han”, che era il nome della scuola buddista meridionale cinese, che a sua volta è una mutazione del termine sanscrito “dhyana”, che significa meditazione. Lo zen, ho scoperto, è come l’essenza di un fiore, e non si può descrivere a parole. Se pure si riuscisse a sollecitarne il ricordo o a provocarne la comprensione, avremmo comunque solo la “conoscenza” del fiore, ma non il suo profumo. L’unica cosa saggia da fare sarebbe allora di cercare da sé il fiore, perché lo zen è soprattutto un’esperienza. Ma anche questa non sarebbe una soluzione, perché è necessario sapere cosa cercare e qual è la direzione approssimativa, i sentieri e le vie indirette che portano alla strada maestra. Lo zen è infatti un richiamo, indefinibile e affascinante, al nostro intuito; a qualcosa che abbiamo sepolto dentro di noi ma che possiamo sempre riguadagnare a noi stessi: è il senso dell’origine e della fine, del tempo e del mistero svelato.
Giuseppe Cerone
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