
Se proprio vuoi una risposta, il silenzio è la risposta, e un dito che indica la via
La mistica orientale è in un certo qual modo superiore e vincitrice nei riguardi della teoretica occidentale, la quale parte dal presupposto che esiste qualcosa fuori di noi e si basa sulla rivelazione di quel qualcosa e sulla dottrina, cioè le parole, per spiegarla. Ma le parole sono risultate fuorvianti, quando non chiaramente definite, e confutabili, quando chiaramente asserite. Le lingue moderne si sono infatti accresciute a dismisura e hanno sottoposto le antiche dottrine a indagini di ogni specie, endendole come l’albatro di Baudelaire: “Le sue ali di gigante gli impediscono di camminare”.
L’uomo stesso ha perduto la posizione di attore, riducendosi a passivo spettatore. Vive solo di riflesso, magari per il tramite della televisione, e acquista il suo sapere al supermercato, già inscatolato e predigerito. Alla domanda allora “cos’è lo zen ?”, un maestro rispondeva: “Considera quello che hai imparato finora niente altro che polvere, e usa il quaderno dei tuoi appunti come carta straccia. Se proprio vuoi una risposta, il silenzio è la risposta, e un dito che indica la via” (Sen-no-rikyu). Questo grande maestro di vita zen aveva quindi già intuito quanto si sarebbe sbilanciata la sfera dell’essere rispetto a quella dell’avere e del sembrare e sapeva che solo un ritorno alla purezza
avrebbe potuto evitare conseguenze nefaste, degne della Torre di Babele.
Lo zen è quindi l’uomo che rifiuta di avere a che fare con i concetti; che si occupa dei fatti vivi della vita. Il semplice passeggiare diventa un fatto che ha dello straordinario e prorompe di vitalità creativa: è l’attuazione di un nuovo livello di coscienza realizzato continuamente. Non è un semplice raggiungimento della calma, ma anche uno stato di attenzione che permette di cogliere il significato più vero di quanto accade intorno a noi. Il fatto centrale della vita è per lo zen la vita stessa, non una fantasia religiosa di una vita dopo la morte, sia pure nei felici territori di caccia delle società venatorie, né l’attesa di un qualsiasi “Godot”, come Samuel Becket definì Dio. E’ il prodotto dell’esperienza individuale piuttosto che l’assorbimento del sapere altrui. Insomma, mia cara, consentimi di ripetermi: lo zen è tutto, anche se all’apparenza è niente. Perciò, come scrisse Eugenio Montale in “Ossi di seppia”:
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