A cura di guidaOut
Pubblicato il 16/03/2006
Nella sala del convegno, ci sono poco più di venti persone. E' stato organizzato da un terrone da anni residente a Roma, che vuole fare cultura nella capitale, e che mi ha invitato, essendo io diventato improvvisamente un esponente letterario della nostra comune terra d'origine. Michele si siede placidamente negli ultimi posti e io sul palchetto, pronto a recitare la mia parte, da aspirante attore di avanspettacolo. Quando arriva il mio turno di parlare, dopo essere stato presentato, e dopo aver ascoltato la noiosa prolusione dell'organizzatore, che è anche un mediocre critico letterario, leggo gli appunti preparati il giorno prima. Non sono molto bravo a parlare a braccio, rischio sempre di perdere la direzione.
Mi schiarisco la voce, saluto, ringrazio, e poi racconto le vicissitudini sofferte per pubblicare il mio primo libro. Dopo proseguo: "Ma non chiedetemi qual è il mistero che sorregge la letteratura. Il critico inglese Frank Raymond Leavis (Cambridge, 1895-1978) ha condotto una rigorosa battaglia contro la letteratura di mero consumo, contro le mode letterarie non sorrette da adeguato impegno etico. Ha scritto 'Civiltà di massa e cultura minoritaria' nel 1930. Il suo ideale era la grande tradizione di Henry James, Joseph Conrad, George Eliot. Lui sapeva cosa voleva. Forse non aveva capito nulla ugualmente, ma si appigliava a questa fede per apparire convinto e trasmettere la sua convinzione.
Ma questo, naturalmente, non basta a giustificare la scrittura. C'è in ballo anche una certa dose di predisposizione naturale. Molti, infatti, attraversano la vita senza conoscerne l'amaro. Molti non ne riconoscono la bellezza. Altri vivono nel fanatismo, abbarbicati alle loro conquiste. Altri ancora vivono alienati da se stessi, senza mai prendere coscienza del loro vero io. Lo scrittore, allora, è uno che cerca, sì, di mettere su carta la sua coscienza critica ma che deve anche essere bravo a inventarsi un'estetica, cioè inserire le proprie idee in un contesto interessante, come una donna che, pur essendo bella e femminile, si trucca per apparire ancora più piacente..."
Concedo alla platea qualche secondo, bevo un sorso di acqua minerale, respiro profondamente e riprendo: "La mia personale avventura di scrittore non è stata facile. Per anni sono stato uno scrittore frustrato. Pensavo, per esempio, che si dovesse per forza costruire una trama intorno alle cose da dire, cioè trovare un alibi. Pensavo che lo stile andasse limato e curato per anni, per il solo piacere di qualche critico parruccone, rimasto attaccato a visioni letterarie ottocentesche, ma a tutto discapito dell'immediatezza e dell'incisività. Oppure pensavo (me lo avevano quasi fatto credere) che la lunghezza di un testo fosse importante; che bisognasse rinunciare ai racconti per il romanzo, etc. Poi mi è capitata fra le mani una poesiola di un mio alunno, dedicata a una ragazzina. Diceva:
'... e la prima volta che ti ho vista
eri bella come una zanzara!'.
Io ero convinto che le zanzare fossero tutt'altro che belle, e invece... E questa dichiarazione di fede mi ha ricordato una perla giapponese ammirata durante le mie letture zen. E' della monaca Chiyono e recita così: 'In vari modi cercai di salvare il vecchio secchio, poiché la corda di bambù era logora, e poi tutt'a un tratto il fondo si staccò e cadde. Niente più acqua nel secchio, niente più luna nell'acqua!'. E sono rinsavito.
Che stupido! mi sono detto. Vuoi dire una cosa? Dilla! Vuoi scrivere? Scrivi! Chi potrebbe mai censurare la tua libertà? Chi potrebbe ingabbiare l'energia atavica che si è ridestata?. Solo io la potrei affogare, se dessi soddisfazione ai limiti imposti dagli altri. Ma gli altri, ora lo so, non sono migliori di me. E se abbiamo scelto di aderire a questa 'religione', la letteratura (che per molti versi è un mondo parallelo), è proprio perché credevamo che, più delle altre, ci avrebbe consentito di combatterla con le sue stesse armi. Insomma, che la scrittura fosse l'unico momento possibile di libertà. Pertanto, non lascerò più che un accento mi sbarri la strada, e penso con pietà a quanti passano la vita a sottolineare gli 'errori' altrui, i critici, con la preoccupazione maggiore di conservare la loro ipocrita dignità. Non capiscono che gli errori sono la vita e che le parole li riflettono.
E poi, chi diavolo sono i critici? Alcuni sono dei veri buffoni di corte, che godono nel millantare il loro piccolo potere editoriale, che deriva loro dal fatto di recensire le opere pubblicate dalle case editrici padrone; le quali a loro volta pubblicano da anni gli stessi nomi. Quale funzione quindi può avere mai la critica, asservita com'è al potere editoriale? Non riesce più neanche a stimolare nuove idee, non ne ha il tempo: c'è l'ultimo libro di Eco da recensire benevolmente, e poi viene subito quello di Bocca, e poi Alberoni, e poi Biagi, e poi ancora Andreotti etc. Inoltre le grandi case editrici, tutto sommato, sono come Rai Uno, nazionalpopolari .Se si vuole qualcosa di diverso bisogna andare a teatro o scoprirlo nei circuiti alternativi, o forse nelle piccole case editrici.
Ma dicevo della scrittura come unico momento di libertà, almeno di parola. 'Le parole: cosa vorrei poter dire! Ma esse non sono altro che passanti frettolosi dell'anima' sentenziava Victor Hugo. Però sono anche delle chiavi per aprire porte misteriose nei recessi della nostra mente. A Dublino, James Joyce inseguiva i suoi pensieri, fra il verde smeraldo, le vecchie case, la gente stanca... Molti hanno creduto di poter svelare l'Ulisses e il Finnegan's Wake, ma nessuno potrà mai essere sicuro dell'itinerario seguito dallo scrittore nei suoi sogni. Bisognerebbe avere il suo cervello, il suo immaginario, perché, anche se una parola sembra voler dire inequivocabilmente una cosa, forse, chissà, è legata a ricordi fonetici e semantici di tutt'altra natura, che neanche lo stesso Joyce avrebbe saputo chiarire.
E allora bisogna cercare di prendere non ciò che non ci può essere dato, ma quelle suggestioni che scaturiscono inspiegabilmente dentro di noi, come chi viaggia in un treno e pensa ai fatti suoi, e il rumore di quel treno serve a conciliare i ricordi, le esperienze, le nostalgie. Uno scrittore non deve, d'altro canto, interpretare ciò che pensano gli altri, ma esprimere ciò che è. Gli altri, poi, prendono ciò che vogliono...
Da bambino mi capitava di chiedere a quelli più grandi di me di partecipare ai loro giochi, ma loro si richiudevano nel fatto di essere più grandi. In nient'altro consisteva lo steccato, solo nel tabù accettato. Lasciavo perdere i loro giochi , 'l'acqua nel secchio', e creavo i miei giochi 'la luna in cielo'.
Per cui... questo sono io: prendere o lasciare. O, come dicono gli inglesi, 'love me or leave me'. Scrivere è, in fondo, un atto di presunzione, proprio come leggere, poiché, se c'è un posto dove dobbiamo arrivare, noi ci siamo già. Non è nel libro che avviene la scoperta, sarebbe mentire spudoratamente, ma nella vita dello scrittore, o del lettore".
Il mio intervento viene salutato da un discreto applauso, ma noto che qualcuno è rimasto perplesso. Bene, comunque ho cercato di non annoiare. Michele è fra i primi ad avvicinarsi per stringermi la mano e farmi i complimenti.
"Ma che fai?" gli dico io, sorridendo, " niente sceneggiate fra di noi" .
"No, no, sei stato bravo. Hai sentito che applauso?".
"Va bene, è finita anche questa. Dammi il tempo di salutare gli organizzatori e ce ne andiamo".
Dopo un po' siamo in giro per la città. Ci sono decine di lavavetri slavi appostati ai semafori. Michele li guarda con una certa insofferenza. Dice: "Che bel paese dev'essere questo. Vengono tutti qui".
Arriviamo a Trastevere e mangiamo in uno di quei locali tipici, in cui i camerieri sono sporchi di grasso e ti parlano in romanesco. Il cibo però è buono. Offro io il pranzo. D'altra parte, Michele è mio ospite. Dopo facciamo un po' i turisti, ma il caldo all'interno della città è insopportabile e decidiamo di rimetterci in viaggio per il ritorno. Si è trattato di una semplice incursione, una modesta scampagnata culturale, che non accrescerà certamente il mio prestigio, né la vendita del mio libro.