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LoScrittore

3 Scrivere. Perché?

A cura di guidaOut

Pubblicato il 16/03/2006

Il giorno dopo, lunedì, alle otto sono a scuola. Ancora stanco della fuga a Roma del giorno prima, mi attardo con una certa indolenza a prendere i registri nel mio cassetto. Nei corridoi sciamano i ragazzi, rincorrendosi e trascinando con indoleza le loro borse piene di libri. Vengo avvolto dal chiasso, dalle risate, dalla loro eterna vitalità. Mi dispongo a cambiare registro linguistico: per le prossime ore, i prossimi giorni, i prossimi mesi, le parole che dovrò usare più di frequente saranno: 'stà zitto', 'silenzio', 'per favore, smettila...' La cosa triste è che si passa, da scrittori, dall'assoluto al quotidiano con effetti laceranti.

 

      Nel pomeriggio ricevo una telefonata: è un invito a una cerimonia di commemorazione di un filosofo locale, domani sera, e mi chiedono di intervenire all'incontro-dibattito. Sto quasi per rifiutare, quando mia moglie mi fa segno di accettare. "Così ti distrai un po' " mi dice sottovoce, e aggiunge "a te  fa bene uscire più spesso di casa... e noi stiamo più serene". Con 'noi' si riferisce a lei e nostra figlia Antonella.

    Alle sette di sera di martedì sono all'incontro, che si svolge nel chiostro di un antico convento di un paese a un quarto d'ora di auto da Capo Saraceno. All'ingresso campeggiava uno striscione con sopra la scritta 'Associazione Culturale Giovanile Il Faro". Verso la fine del dibattito,  un ragazzo, forse uno studente, mi chiede come sono arrivato alla scrittura. Gli recito una risposta standard, che ho messo a punto nel corso di altre interviste del genere.

    Parlo così: "Nell'opera 'Leaves of Grass', del 1855, il poeta americano Walt Whitman ha detto che 'tutto esiste per religione'. Secondo me, egli  intendeva dire che noi scaturiamo da una religione inconscia, quella che ci dà   la vita e l'energia vitale, e che ci chiede  di andare avanti anche se non si conosce bene la direzione, e la religione a cui noi stessi ci affidiamo per non pensare continuamente alla mancanza di direzione.

   Tutti abbiamo bisogno  di qualcosa in cui credere. Chissà, se  fossi nato ricco, avrei creduto negli investimenti in borsa, nelle multinazionali;  se avessi ritenuto di possedere altissime doti spirituali mi   sarei   dato alla carriera ecclesiastica; se fossi stato più generoso o un maniaco dell'ordine, sarei   stato un rivoluzionario, per poi magari finire reazionario. Invece sono arrivato ad un momento in cui mi si presentavano tre scelte: chiudermi in me stesso e compatirmi in silenzio;    uscire allo scoperto e aggredire gli altri; chiudermi sì, ma non rinunciare alle occasioni per stuzzicare le convinzioni degli altri.

   Era quest'ultima la strada che più mi era  congeniale, perché basata su una certa predisposizione all'introspezione e al pessimismo ma anche su una buona dose di egocentrismo. Credo che la letteratura soddisfi questa mia inclinazione: poggia su una certa staticità contemplativa e   al tempo stesso serve a espandere il proprio io, quando non si hanno altri mezzi a disposizione.

   Ho inoltre riflettuto spesso sull'indicazione di Buddha: 'muovetevi il meno possibile'.    Secondo me significa che le cose vanno per il loro verso naturalmente e che ogni intervento non fa altro che accelerare il processo entropico, che consiste nell'inconcludente espansione dei ritmi vitali primari. Ma anche Buddha, come del resto Gesù Cristo, ha contribuito solo  a confondere le menti con sovrastrutture ideali non necessarie all'uomo, se non come  portatrici di pretesti per fare delle crociate e rassodare quei poteri che ancora oggi ci sovrastano. Il  limite dell'uomo è quindi quello di non trovare mai stabilità, meglio ancora serenità, poiché non tutti riusciranno ad apprezzare, o avranno la possibilità di  apprezzare, le stesse cose nello stesso momento.

   Perché scrivo, allora, quando so che la verità consisterebbe nel vivere silenziosamente? E pur sapendo  che gli intellettuali non cambieranno il mondo, poiché a determinare le condizioni di vita sono piuttosto gli accadimenti personali, i grandi eventi planetari, l'economia, e non il tentativo di eliminare il dualismo fra bene e male o quello di privilegiare la sfera dell'essere sull'avere? Ma perché c'è questo spirito vitale che si manifesta; c'è il senso del magico, quello che ci  fa    prendere una penna e graffiare il foglio, come ai primordi si scalfivano le pareti delle  caverne per porre un'impronta nel mondo.

   Anche la scrittura è una religione, così come la scienza, la tecnologia, la medicina, la politica, tutto ciò che allontana l'uomo dal semplice vivere in armonia con la natura e gli fa ipotizzare idee di trascendenza, e non c'è nessuna differenza nell'Utopia, poiché è tutta intesa allo stesso scopo, che è quello di imporre se stessi sugli altri, distinguersi, continuare a vivere in un libro, magari  arricchire  per comprare finanche degli organi nuovi, e con essi una fetta di eternità.

   Ecco, questo mi pare di aver capito: noi vogliamo comprare una fetta di eternità. Un'aspirazione che, anche se ridicola, è la nostra  vera originalità,  l' essenza della vita,  che spesso però si manifesta in bruschi passaggi dal sublime al ridicolo, dall'ideale al quotidiano. Insomma... un'aspirazione  infondata all'Assoluto.  Io quindi non sfuggo alla regola, non ho ancora la piena coscienza di me stesso. E con in più, oggigiorno, la constatazione di essere immessi in una conversazione globale a cui non si   può sfuggire: o si diventa alienati o si cerca di partecipare".

    Mentre parlo, noto che le mie parole suscitano un certo interesse. Incoraggiato da questo, proseguo: "Ma non vi si può partecipare da ingenui, come è accaduto a me. Infatti pensavo: ho trascorso 37 anni nella scuola, da studente e da docente, saprò pure cosa interessa ai ragazzi, li conoscerò, saprò scrivere un libro per  loro, perché mi dovrei fidare solo di quello che scrivono gli altri? Insomma, credevo che bastasse scrivere un libro per vederlo pubblicato... Di qui  è comiciato tutto. Poi ho capito che se si scrive per scrivere, basta scrivere; se si scrive per pubblicare, prima o poi si riesce e anche su piccole riviste va bene; ma se si scrive, come tutti vogliono anche se non lo confessano,  per arricchire e per diventare famosi, allora tutto bisogna fare tranne che scrivere, ma inventare un modo per far circolare il proprio nome, anche a costo di dare scandalo ('fatti un nome e dormi' dice un vecchio adagio). Maestri in questo campo sono soprattutto alcuni omosessuali della letteratura, fra cui Oscar Wilde, Pasolini, Ginsberg, etc., fino a Busi.

   In definitiva, non credo più alla letteratura in assoluto. Essa, se c'è, è come i buoni consigli: si riconosce col senno di poi. Quindi è anche difficile stabilire, per esempio,  gli autori veramente importanti della seconda metà del secolo appena trascorso. Anche perché si fa fatica a distinguere  la schiera dei veri ricercatori da quella dei consolatori, dei rimaneggiatori e degli estensori di instant book. Ma cosa dovrebbe  poi essere la letteratura? Un immane 'divertissement' o la ricerca della coscienza di sé, con la presunzione di volerla comunicare agli altri? E' meglio 'L'isola del Tesoro' o 'Amleto'? O la letteratura è un po' di tutto, narrazione, mistero, violenza, sesso, esoterismo, ribellione, e allora uno scrittore è colui il quale sa miscelare bene gli ingedienti, e quindi un bravo artigiano? E, infine, come non tenere conto del fatto che, e questo lo dice anche Roland Barthes,  sono le classifiche di vendita a fare un libro?

    Ma il libro è e resterà un oggetto virtuale.  I miei  testi lo erano ancora di più perché non riuscivano a collocarsi in una collana: non erano un romanzo, non erano un saggio. Le collane definiscono i vari gradi dell'irrealtà e, nonostante la letteratura sia finzione, c'è  chi si ostina a distinguere fra i vari gradi della finzione. In tanta confusione ho cominciato a ipotizzare la letteratura come religione, un altrove, una trascendenza che dà valore e coraggio a chi ci crede, ma senza effettiva consistenza o incidenza nella realtà.  

     Ma io personalmente posso ritenermi  un privilegiato, per  essermi conquistato una certa libertà di azione. Spero solo di non essere mai contagiato dal fanatismo che agita molti, perché noi, in realtà, questo credo veramente, non andiamo  da nessuna parte, soprattutto con la letteratura. Solo, cerchiamo di tamponare le falle della vita, e lo facciamo attribuendo  valore a qualcosa al di fuori di noi per avvalorare noi stessi.  Ma  nessuno... nessuno saprà mai qual è il senso di questo scrivere".

    Un momento di silenzio totale precede l'applauso. Li ringrazio con un sorriso. L'incontro ha termine e, dopo aver rifiutato l'invito a cena che mi viene gentilmente fatto, saluto tutti e ritorno sui miei passi.

 

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