
Prendo dalla sua mano delicata il biglietto e riesco a leggere il nome, che prima non avevo afferrato. Si chiama Alessandra. Mi dice che scrive per un giornale e che ha letto il mio libro, inviatole dall’editore. Vuole chiedermi qualcosa per un articolo.
“Spero che la lettura del mio libro non l’abbia annoiata” dico io, sorridendo in modo galante, come si fa in questi casi.
“No, no, è stata una lettura gradevole… lo trovo agile e, come dire, fresco… solo nel finale forse un po’… come dire… un po’ malinconico…”
“Lei vuol dire che è un po’ patetico, non è vero?”.
“No… non credo che questa sia la parola giusta…”
“Ha perfettamente ragione” la conforto io, “è difficile scrivere duecento pagine senza essere un po’ patetici”. E poi aggiungo, in tono conciliante e anche perché sono stanco: “Comunque le prometto che non lo farò più”.
Ma lei ci tiene a saperne ancora e così continua: “Certo che lei ha avuto un bel coraggio. Dopo tanti rifiuti editoriali, chiunque si sarebbe arreso”.
“Sono stato solo fortunato. In tanto disinteresse, ho anche incontrato persone per bene, che mi hanno incoraggiato”.
“Ecco, a proposito di questo, mi può dire quali sono stati i suoi rapporti con la critica e…”
Insomma, così è cominciata una lunga intervista, che è proseguita fino al piazzale antistante alla sede dell’associazione culturale. Poi credo di averla sommersa con le mie parole, che, una volta avviate, non si fermano facilmente. Lei annuiva soltanto, di tanto in tanto, e io allora la fissavo un po’ negli occhi e cercavo di risultarle interessante. Sentivo il suo profumo che m’investiva a tratti e provavo la sensazione di averla già conosciuta da tempo. Uno spiffero di vento le muoveva la gonna e le arruffava i capelli, rendendola ancora più affascinante.
“Gli scrittori italiani sono i più integrati del pianeta” le dico, con le parole completamente staccate dal cervello. “Presuntuosi e integrati. Non hanno la capacità critica dei tedeschi, non possiedono l’ironia inglese, non sono trasgressivi come gli americani. Vivono nella loro isola felice all’ombra del papato e della politica, che foraggia i giornali dei padroni, e si vendono pur di vendere a loro volta dei testi che dovrebbero essere analisi profonde sui destini del mondo, ma che sono solo visioni provinciali. Insomma, non si rendono neanche conto di essere stati proprio loro, con la loro ignavia, a tenere in piedi il regime e il papato”.
“E cosa avrebbero dovuto fare, secondo lei?”.
“Questo non lo so bene, ma, visto che in Italia ci sono ancora tanti preti parassiti, come si può parlare di scrittori con coscienza critica o dire che ci sia stata una qualsiasi svolta culturale? Comincio a credere che quel poco di apertura mentale che abbiamo la dobbiamo veramente tutta alle altre culture occidentali e soprattutto, perché no?, agli americani, che sono i portatori di energie più vitali e intelligenti, se è questo ciò di cui stiamo parlando. Insomma, credo che gli scrittori italiani siano solo scrittori da dessert”.
“Ma ci sono dei giovani scrittori che…”
“Alcuni di questi giovani sono classici scrittori d’allevamento, viziati dai mass media ma incapaci di essere veramente incisivi. Incapaci di sovvertire l’ordine costituito, fatto di religione, calcio, superficialità quotidiana.”. E finalmente vedo Alessandra sorridere.
“Va bene, i giovani non le piacciono…”
“A dire la verità neanche i vecchietti mi piacciono tanto. Sarà perché, a furia di leggere, si finisce quasi, non dico con l’odiare la lettura, ma con l’essere eccessivamente critici. E poi, credo che molti autori diano il meglio di sé nelle prime pubblicazioni, dopo si ripetono. Come possono piacermi libri fatti di passeggiate e incontri, parole rimaste nella memoria, piccoli posti, stanze e oggetti, la pittura, la natura, il compagno, il nipotino, e tanta pervicacia nel pubblicizzarli, sempre col suo cappello in testa, su tutti i giornali; quelli la cui unica attenzione spasmodica va allo stile. Né mi piacciono gli scrittori vezzeggiati dalla cultura dominante, quelli che secondo i critici sanno cogliere i gesti e i ritmi di tutti i giorni, con una scrittura nitida e sommessa, ma che trovo assolutamente priva di emozioni”.
“Ma lei non ne salva nessuno!”.
“No, se fosse per me imporrei loro il silenzio”.
Alessandra ride di nuovo, mentre si passa di mano l’agenda e si accarezza la lunga gonna sul fianco, quasi a volerla fare aderire completamente al suo corpo. Poi commenta: “Non so se sta dicendo sul serio o sta scherzando”.
“Beh, il fatto è che mi porto dietro un po’ di rancore. Io ho dovuto penare tanto per pubblicare un libro e altri si possono permettere di fare il comodo loro. Quando va di moda la scrittura sperimentale, quella che odio di più, ecco che si loda sperticatamente Gianni Celati, mentre quando Gadda faceva le stesse cose veniva vituperato. Solo adesso ‘Quel pasticciaccio brutto di via Merulana’ è considerato un capolavoro e Gadda è stato definito uno dei maggiori scrittori del secolo. A volte non so che pensare. Ma ora so di sicuro che la sto annoiando, mi scusi”.
“Effettivamente, si è fatto tardi”. Alessandra si guarda intorno. Il piazzale è quasi deserto e un vento leggero la fa rabbrividire.
“Se vuole la posso accompagnare” mi offro io.
“Grazie, ma ho lì la macchina”. Ci avviciniamo alla sua auto. L’aiuto a tenere aperta la portiera e le stringo la mano. Mentre sale mi sfiora il gomito e per un attimo avverto il contatto, ma appena accennato, del suo corpo contro il mio. E’ solo un attimo brevissimo, però sento muoversi qualcosa dentro di me. Provo una specie di contrazione allo stomaco. Da molto tempo non mi accadeva. Mi accorgo che Alessandra mi piace. E’ così rilassata e non pare afflitta da nessun problema di, come dire?… di sopravvivenza nella giungla. I suoi occhi non hanno il lampo furbo che illumina a volte le donne ipocrite e interessate. Ha l’aria di chi attraversa il mondo ma ne resta fuori: un’aura di distratta intelligenza e, in fondo, perché no?, di superiorità.
“Non vengo spesso a Roma” le dico allora, in fretta e piuttosto nervosamente, “ma mi piacerebbe rivederla”. E porto la mano sul petto, con un gesto quasi di preghiera, che sorprende sia me che lei.
Alessandra appare imbarazzata e non riesce a rifiutare. Dice soltanto: “Ha il mio numero”.
“Sì, è vero, ma… la prossima volta potremmo darci del tu?”.
Lei sorride. “Va bene” dice. La seguo con gli occhi finché non esce dal parcheggio e mi dirigo a mia volta verso l’auto. Avverto tutta la stanchezza della giornata, ma anche un senso di grande felicità per quest’incontro.
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