A cura di guidaOut
Pubblicato il 16/03/2006
Capitolo 7: le presentazioni nei salotti televisivi
L'estate è passata, finalmente. La frenesia di divertirsi a tutti costi e di abbronzarsi il più possibile è terminata. A Capo Saraceno, dopo le prime piogge, diventa di nuovo piacevole camminare per le strade: delle centomila persone di agosto non ne resta che un quarto, e solo qualche turista tedesco si inerpica ancora su per i vicoli del centro storico, con i pantaloncini corti, i sandali e i calzerotti e, naturalmente, la macchina fotografica a tracolla.
Gli abitanti di Capo Saraceno, superata l'ondata dei villeggianti, cominciano a riprendere i contatti fra loro. Io ritrovo la calma necessaria per scrivere qualche lettera. Ho sempre odiato il telefono. Il potere d'invadenza che possiede, mi rende vulnerabile, raggiungibile in qualsiasi momento da qualsiasi notizia; e le notizie, come dicono gli inglesi, non sono mai buone notizie. Così, mentre sto scrivendo una lettera a un noto scrittore di Trieste, per chiedergli come sta e se ha letto un racconto che gli ho inviato più di un anno fa, e mentre mia moglie sta chiacchierando con la sua amica Marianna, che ci è venuta a far visita, squilla il telefono.
La voce che sento mi mette subito in apprensione. E' la segretaria di redazione di un noto programma televisivo, presentato da un noto gornalista e showman. Mi sta invitando a partecipare alla loro famoso salotto. Comincio a sudare. Noi che viviamo nell'epoca della televisione, immagino, pensiamo tutti, prima o dopo, come sarebbe per noi apparire sullo schermo. Ci vediamo mentre rispondiamo a domande o mentre ci misuriamo col mondo dello spettacolo. Però, nell momento in cui capita davvero, come a me in questo momento, la sensazione più reale che si prova è la paura; e anche un senso di nausea.
Sono decisioni che bisogna prendere subito. E che direbbe la gente, o l'editore, se rifiutassi? Sarei ritenuto un grosso imbecille. Anni e anni di timidezza mi piombano sulle spalle come macigni e non riesco a realizzare quello che sta succedendo. Rispondo meccanicamente e ascolto le istruzioni che la segretaria mi fornisce, con tono distaccato e efficiente. Il sudore mi inzuppa la camicia. Noto che mia moglie e Marianna mi osservano. Soprattutto, noto gli occhi curiosi e indagatori di Marianna. E' una donna energica, che agita in continuazione la testa, ricoperta fino sulla fronte da una zazzera rossa. Si tinge i capelli nei modi più strani, per essere alla moda. Ed è anche ammirevole il suo impegno nello sforzo di padroneggiare la lingua italiana. Inoltre, è sempre pronta a dare consigli a mia moglie su come trattare i mariti. Decido di non dire loro nulla, se prima non avrò bene chiara la situazione. Vorrei non essere così sudato e sconvolto; spero che non si veda.
Quando riappendo la cornetta, Adele mi dice: "Sei tutto sudato; si può sapere chi era?".
Mi sembra inutile tergiversare e così spiego tutto. Ma sono agitato. Loro cercano di sollevarmi, dicendo che è l'occasione buona, ecc. Marianna riesce anche a strapparmi un sorriso, ma non per il motivo che crede lei. Infatti mi dice: "Pietro, è il tuo momento: io dico che bisogna saper prendere 'le palle in balzo' ".
Pertanto, dopo giorni e giorni di attesa stressante, a fine settembre sono ancora a Roma. Certo che stavolta l'occasione è molto impegnativa. In treno, tremo al solo pensiero di trovarmi davanti alle telecamere. Ripasso fra me gli ultimi avvenimenti che mi sono capitati, in rapida successione. Dunque, per cominciare l'editore ha dato molto risalto al mio libro, emettendo un comunicato stampa con cui stuzzicare l'attenzione sul mio caso di 'raccoglitore di rifiuti'. Poi sono cominciate le interviste, alcune delle quali davvero importanti, su quotidiani nazionali; e infine l'atteso e temuto contatto da parte della redazione della tasmissione televisiva di cui ho appena detto.
Ma come funziona male l'informazione, in Italia: o i giornali ti snobbano per anni o, quando si occupano di te, vorrebbero sfruttarti tutti insieme, come se ognuno dovesse dare conto ai propri lettori di quanto accade; come se questi ultimi leggessero solo quel giornale. Che presunzione! Uno che mi ha fatto un po' incazzare, per la verità, è stato un giornalista di Radionove, il quale, in diretta radiofonica, mi ha fatto tre domande a sorpresa, dopo che mi aveva detto che mi avrebbe chiesto altre cose: 1) se mi sentivo un fallito per i tanti rifiuti (no, perché accanto ai rifiuti ricevevo lettere di merito da illustri personaggi della critica e della cultura); 2) se era logico che pubblicassi un libro di rifiuti (perché no?, dal momento che alla gente piace sbirciare dietro le quinte); 3) se non l'avessi per caso fatto apposta, a provocare tanti rifiuti (no, perché non mi piace fare figure da imbecille.
In treno non smetto di sudare. Volevo ardentemente vedere pubblicato il mio libro e ora che ci sono riuscito, e che per di più se ne sta parlando, dopo dieci anni di attesa, mi tremano le gambe, nonostante sia seduto in prima classe sull'intercity. Mi distraggo un attimo dai miei pensieri del momento. Dò un'occhiata alla borsa di finta pelle sulla grata di fronte a me: non vorrei che qualcuno mi fregasse la cravatta e la camicia di riserva. Notoche è sempre la stessa gente a viaggiare sui treni, anche a distanza di 20 o 30 anni, govani con problemi di lavoro e di fidanzate, ragazze svampite, militari idioti, famigliole in visita ai nonni, guardoni. E il viaggio si svolge sempre fra discorsi di circostanza e confessioni totali in due o tre ore insieme.
Nell'altra fila c'è anche una bella ragazza che mi ha lanciato un brevissimo sguardo. E non sa dove sto andando. Se glielo dicessi, che fra un po sarò famoso, chissà che faccia farebbe? Ah! ah! Ma non ho assolutamente voglia di cominciare quel gioco di sguardi insistenti, che comunque non portano a niente. Neppure mi divertirei: il mio pensiero viene richiamato costantemente a ciò che mi aspetta. Come sarebbe bello vivere senza dover per forza fare delle cose. Nessuno mi costringe, è chiaro, ma a volte c'è qualcosa che ci spinge o ci trascina e noi non possiamo farci nulla.
Bene, estraggo dalla tasca della giacca un foglietto e cerco di ripassare il promemoria che ho preparato. Se durante la trasmissione si parlerà di editoria dirò che l'editoria è marcia e potrei anche citare il comma che ho sentito da quel Santino Braschi, che a sua volta l'ha derivato da Joseph Heller, e cioè che in Italia un autore sconosciuto può chiedere di pubblicare un libro per farsi conoscere, ma nessuno pubblica un libro di uno scrittore sconosciuto che scrive un libro per farsi conoscere. Così è, se non ricordo male.
Se invece l'intervistatore mi chiede da dove vengo, potrei parlare di Capo Saraceno e spiegare che fu una roccaforte araba a partire dall'882, con alterne vicende, fino al 25 aprile (festa di san Marco) del 1626, quando gli arabi furono scacciati al grido di 'O Marco piglia a Turco, o Turco piglia a Marco', che significa: o san Marco batte i turchi o i turchi si fregano persino la statua di San Marco. Ma questa forse è una stronzata che non interessa a nessuno.
Potrei dire invece che nel Cilento ci sono 19 castelli; che una volta c'era la scuola eleatica, e Zenone e Parmenide erano le superstar; che le Sirene, figlie del fiume Acheloo e della musa Calliope, abitavano dalle mie parti e richiamavano i naviganti con le loro melodie; che Palinuro, il nocchiero di Ulisse, cadde in acqua e affogò o che, sempre nella stessa zona, san Francesco predicò ai pesci. Ma forse così risulterei troppo folcloristico.
E potrei aggiungere che d'estate Capo Saraceno diventa una colonia napoletana e tutti i diseredati della campania vengono a rompere le scatole qui, razziando dalla terra e da mare tutto ciò che vedono, dai fichi alle pere, dalle fragole alle meduse, alle stelle marine, alle spugne gialle, alle gorgonie, alle cernie. Però questo lo devo dire in termini più pacati. -Che stupidaggine tentare di racchiudere la propria essenza in un'immagine televisiva di pochi minuti-.
Più probabile, invece, che si parli di scrittori, e allora potrei parlare di Walt Withman o di Dostoevskij, o anche di Kerouac; se si parla della missione degli scrittori potrei dire che siamo tenuti a seminare il dubbio su quello che stiamo facendo, cioè dobbiamo avere una coscienza critica. Se si parla invece di scrittori italiani potrei invitarne alcuni a smettere di scrivere, perché tanto non hanno nulla da dire. Anzi potrei farne un elenco lunghissimo.
Se l'intervistatore mi chiede qual è per me il significato della parola felicità, allora potrei rispondere che la felicità consiste nel non dover mai avere bisogno di elemosinare, ma questa mi sembra una battuta di Peynet. Se invece mi chiede cosa c'è di più difficile per uno del sud, rispondo: pubblicare un libro; e se mi dice che ci sono riuscito dirò che il peggio deve ancora venire, perché ora si tratta di venderlo. Se si parla invece in termini più generali della società, potrei dire cosa ne penso sugli americani e il consumismo, sul fatto che siamo tutti razzisti e quelli che non lo vogliono ammettere sono anche i più ipocriti.
Se il discorso cade sulla scuola, allora questo è il mio pezzo forte: c'è aria di smobilitazione nella scuola statale, per far posto alla scuola privata; sono tutti rilassati e sprecano le energie migliori per scrivere relazioni che nessuno legge e nessuno capirebbe comunque. E che a scuola si imparano tante cazzate, come per esempio il 'passero solitario' e non si impara a leggere un orario ferroviario, e che alla fine dell'anno fioccano le raccomandazioni, pur non essendocene bisogno, dal momento che nella scuola dell'obbligo si promuovono tutti. Anche se, dovrò ammettere, che per me quella del professore è l'occupazione più bella del mondo, e che, come Drakula il vampiro, mi nutro della bellezza e della gioventù dei ragazzi, la cui compagnia è preferibile a quella di tutti gli altri esseri umani e animali.
Se si parla della tv dico subito che ci stanno rincoglionendo e ci sono persone che ci credono, e dico anche che hanno rotto le scatole.
Parlando invece di giornali, allora potrò dire che quella dei giornalisti è una categoria di venduti, ancora di più dei sindacalisti, e che per uno scoop indurrebbero alla prostituzione le loro nonne, le loro madri e le loro figlie. Se poi capita un accenno alla filosofia, cito una massima zen: 'Il ladro si è preso tutto, ma mi ha lasciato la luna alla finestra', e chi vuol capire capisca. Infine, se trovo uno come Sgarbi che tenta di mettermi in difficoltà, allora non mi resta che alzarmi e dargli un cazzotto in faccia. E forse questo atto liberatorio varrebbe più di cento discorsi.
Ecco a cosa penso in treno. Il treno eccita sempre la fantasia e i pensieri dilagano. Giungo a Roma e mi sembra che tutti mi guardino. Per la seconda o terza volta in vita mia prendo il taxi invece dell'autobus (una delle ultime volte, sono stato anche derubato, sull'autobus numero 64, quello che dalla stazione Termini porta a San Pietro, da una banda di bastardi), e mi faccio portare all'hotel... in piazza.... Davanti ai miei occhi scorrono velocissime le chiese, le scuole, i resti di acquedotti romani, ospedali, negozi, uffici, concessionarie di automobili, e tutto mi appare irreale, come se io non avessi più niente a che fare con le solite cose di tutti i giorni.
All'ora stabilita vengo prelevato da un factotum in mercedes e condotto nel salotto di cui sopra. Da qui in avanti è come un sogno. Vivo in uno stato di trance, paragonabile solo al momento in cui mi trovavo davanti al prete, al mio matrimonio. Ero così imbambolato che non capivo nulla di quanto accadeva intorno a me e, a furia di concentrarmi sul momento in cui dovevo pronunciare il fatidico 'sì', stavo svenendo per la completa immobilità mentale.
Riesco a capire vagamente che, durante la trasmissione, si parla di dischi volanti, dei tentativi di ricerca dell'Arca di Noè e di musica lirica, cose di cui non mi frega niente, e poi c'è un finocchio che dice di saper leggere il futuro e dice un sacco di castronerie. Inoltre, la gente applaude a ogni banalità e mi sento quasi costretto a fare altrettanto (come non si può essere d'accordo con gli imbecilli? Ci vorrebbe troppo tempo per spiegare e lo stesso non capirebbero che il loro punto di vista. E non è la prima volta che noto come, per stare con gli altri, sia necessario mostrarsi ipocritamente quotidiani). Così riesco a malapena a presentare il mio libro, anche se, quando lo faccio sono le due di notte e immagino che non più di duemila persone mi potranno vedere. E questo è quanto.
Comunque, una sontuosa cena da 'Marcello', offerta dall'editore, conclude la serata. L'editore mi confessa: "Sai, ho parlato con uno che ha presentato il suo libro il mese scorso. Non è successo niente; ha venduto sì e no dieci copie". Io lo immaginavo: è solo per vanità che si fanno certe cose.
"E adesso me lo dici? Dopo tutto questo stress? Bene, vuol dire che con la tv ho chiuso. In fondo volevo scrivere, non fare l'attore. E poi, diciamolo chiaramente, la tv abbassa le grandi anime. Al massimo ne eleva momentaneamente qualcuna delle piccine".
"E' comunque un avvio" dice l'editore, ottimista.
Ma io penso che per Eco un avvio è fatto di duecentomila copie, e per il Santo Padre di duecentocinquantamila. Insomma, è fatta pure questa, anche se mi sembra un buco nell'acqua, perché, se un libro non ha una presenza nella distribuzione e se non è stato scritto da un pagliacio che sappia contemporaneamente vendere la sua immagine con atteggiamenti pseudo-amorali, non serve a niente. L'indomani, al ritorno a Capo Saraceno, tutti parlano di me, ma nessuno mi chiede come fare per acquistare il libro.