9 Nessuno è profeta in patria…

E' gennaio, c'è la neve. Sono ancora in autostrada con Michele Santagata. Questa volta andiamo verso la Terronia interna, a Montelupi, il mio paese natale. Hanno letto qualcosa sul loro concittadino che si sta facendo onore nel mondo dorato delle lettere e vogliono rivederlo. Secondo me, più che rivedermi, mi vogliono vedere, perché nessuno ricorda chi diavolo ero. Sono stato molto dibattuto al pensiero di accettare o no. Poi ha prevalso la vanità, l'orgoglio di dimostrare che me ne sono uscito da quel posto sperduto e che posso ritornarci liberamente, quando mi va.

A Montelupi, solo gli zingari non mi offendevano, ma tutti gli altri, quando arrrivai in paese direttamente da un casolare sulla montagna, dove sono nato, dicevano che ero uno zappaterra. Il problema della società è che ti emargina continuamente e ti fa sentire il peso della tua origine, che è sempre diversa, quando non più umile, di altre. Si riesce a resistere perché ci si ritiene più intelligenti, ma l’intelligenza ha bisogno di tempi lunghi per venire fuori e così per anni bisogna soggiacere allo scherno dei più arroganti.

Molti non ce la fanno a sopportare e si spezzano, cadono vittime della loro stessa violenza, che in molti casi è la manifestazione di una sensibilità mal diretta. Ma chi resiste può prendersi le sue soddisfazioni, anche se poi non si ha più il metro di paragone, cioè non si è più nello stesso ambito primitivo e quindi quelli che ti schernivano non sapranno neanche il cammino che hai compiuto. E in fondo neanche tu saprai approfittarne, perché l’umiltà è diventata parte di te.

“Ti vedo pensieroso” mi dice Michele.

“Ritornare in paese è come riaprire vecchie ferite. Ricordo una ragazza che mi piaceva; la prima, per la verità, che causò in me quel blocco allo stomaco, quando ti accorgi di star provando qualcosa di cui hai solo sentito parlare. Una ragazzina magra dai grandi occhi neri, che vidi al secondo anno della scuola media. Poi si fidanzò col figlio del notaio”.

“Ma tu le avevi parlato?”.

“Ma no, figurati. Allora ero ancora più imbranato di adesso, in queste cose. Ma pensavo a lei giorno e notte. A quell’epoca trasmettevano le avventure del cavaliere Ivanhoe, per televisione. Eravamo in tanti sul tappetino di una vecchia zitella, una delle poche che avesse il televisore, in paese. Mentre guardavo le storie di quell’eroe, immaginavo di partire anch’io all’avventura e ritornare su un cavallo bianco, per conquistare il cuore della mia bella. Non so neanche andare a cavallo”.

Michele ride: “Non hai un cavallo bianco, ma hai una Renault bordeaux”. Rido anch’io.

“Però ho la presunzione di avercelo in testa, il cavallo bianco” dico.

“In fondo sei un sentimentale” commenta Michele. “Hai letto centinaia di libri e sei ancora un sentimentale”.

“Sentimentale è troppo poco. In realtà sono uno stupido. Uno stupido arrabbiato”.

Guardo il paesaggio davanti a noi. C’è tanta neve. Ricordo gli inverni della mia infanzia, con un alberello di Natale a cui, al posto delle palline colorate, avevamo appeso dei mandarini. Ma erano ugualmente magici, quando brillavano alla luce della candela. Non c’era neanche l’energia elettrica, allora.

Dopo due ore di viaggio, arriviamo nella piazza principale di Montelupi, con al centro la statua al milite ignoto, e scendiamo dall’auto fra la curiosità generale. Ricordo che la ‘Sala Combattenti’, dove si svolge l’incontro, si trova attaccata alla chiesa. Ci dirigiamo là. All’ingresso è attaccato un manifesto col mio nome. Sembra un avviso funebre. Michele si siede negli ultimi posti, vicino all’uscita, perché ha bisogno di fumare almeno ogni quindici minuti e di là può scappare fuori più facilmente.

Io saluto i miei compaesani, ricordiamo le comuni discendenze e scopriamo di essere, in qualche modo, tutti parenti, di quinto o sesto grado. Poi mi siedo dietro ad un tavolo allungato, dove sono sistemati dei microfoni. Do un’occhiata nella sala e distrattamente cerco fra gli ospiti. Riconosco il vecchio parroco, un maestro elementare, il sindaco (era un ragazzo piagnucoloso, che non facevamo giocare a pallone con noi perché, appena cadeva e si faceva male, andava a riferirlo a sua madre) e qualche cugino che non vedo da decenni, ma lei non c’è. Che stupido a pensare una cosa simile; a quest’età penso ancora al primo amore deluso. Dopo essere stato introdotto, parlo delle mie prime letture, fatte proprio in paese. Parlo del mio scrittore preferito: Jack Kerouac.

“Sono nato esattamente cinquant’anni dopo Kerouac. Avevo un amico, in paese, si chiamava Fernando Lordi. Dico ‘avevo’ perché da venticinque anni non ho sue notizie. Fu lui che mi lesse per la prima volta l’ultima pagina di ‘On the road’, e così cominciò la mia passione per questo autore…

Kerouac, già giovanissimo, vagava nell’abisso del ‘nada’, come Hemingway, e girava per i bar di Lowell, Massachussets, dicendo a tutti: “Non lo sai che tu sei Dio?”. Poi scoprì anche il buddismo e Dostoevskij, ma era ossessionato da un paio di cose, soprattutto dalla religione, e in questo era proprio patetico, e dalla morte del padre, cosa che lo ferì profondamente e gli fece accumulare traumi da cui non si riprese.

Tutta la sua opera è composta da ‘frammenti di una grande confessione’ perché Kerouac credeva che solo questo potesse essere la scrittura, cioè un’interpretazione del mondo personale e soggettiva. Nel suo cammino fu folgorato dall’energia vitale di Neal Cassady, che lui vide come un eroe muscoloso e disinibito, capace di girare davanti a lui completamente nudo. Neal proveniva dall’Ovest, dalla frontiera e, secondo una leggenda metropolitana che lo precedeva, a vent’anni aveva rubato più di cinquecento macchine, ed era stato arrestato dieci volte. In carcere aveva cominciato a leggere di filosofia e questo per Jack era la dimostrazione di come la cultura fosse una necessità che scaturisse spontanea nei posti più impensati, e che scrivere fosse una missione. Jack diceva che Neal era “divinamente e completamente consapevole di ogni singola minuzia che trema come una goccia di rugiada nel mondo”.

Kerouac e compagni, soprattutto Allen Ginsberg, ebreo, trovarono in Neal Cassady il loro capobranco, pieno di potenzialità sessuale ed energia vitale, ma soprattutto perché era riuscito a conciliare in maniera così naturale la letteratura con la vita. Qualcuno aveva detto ‘o vivi o scrivi’ e loro, intellettuali, scrivevano, mentre lui, Cassady, viveva e scriveva.

Jack Kerouac percorse decine di volte la Statale n. 6, che parte da Cape Cod, sugli autobus della Greyhound, lontano da Mésmére, sua madre, per scoprire ‘ciò che ognuno faceva in ogni parte del paese’, ma non fu mai abbastanza coraggioso da abbandonare la madre del tutto. Anche in questo era patetico: in quel suo portarsi dietro la madre per anni e anni nei suoi frequenti traslochi, anche se, ubriaco, la chiamava ‘vecchia puttana’. Sono le donne come lei a rendere gli uomini insicuri e omosessuali, perché Kerouac in fondo lo era. Le donne così, come è accaduto con Pasolini, non danno al figlio la possibilità di godere della loro sessualità, poiché non li attirano a loro, essendo per lo più frigide o acide, e finiscono con l’ingenerare paura per il sesso femminile.

… Neal intanto lanciava la sua automobile attraverso il traffico degli incroci a cento chilometri all’ora, sperando di essere investito e ucciso, e questo già nel 1948. Inoltre era rimasto per quattordici ore seduto in automobile per trovare il coraggio di spararsi un colpo di pistola alle tempie, senza però riuscirvi. Kerouac, dal canto suo, aveva il pene coperto da bitorzoli, che lui teneva sotto controllo chiudendosi continuamente in bagno per vedere se fossero cresciuti di misura. E, per verificare che non bloccassero la sua potenzialità sessuale, finiva col masturbarsi”.

Mentre dico queste cose, guardo la platea. Aspetto qualche reazione e sono pronto a sostenere il loro sguardo. Voglio la mia rivincita. Venti anni fa, non avrei potuto dire le stesse cose senza rischiare di essere sbattuto fuori, ma adesso posso farlo: ho l’alibi di essere uno scrittore. Ma non c’è reazione. Io so che miei compaesani sono dei provinciali, ma ora li vedo succubi dell’idea che un artista possa concedersi la massima libertà e fanno finta di essere aperti alle trasgressioni. Neppure il parroco si agita più di tanto sulla sedia. Continuo a parlare.

“Con Allen Ginsberg leggeva San Giovanni della Croce, e poi commentava: “Ecco ciò per cui sono stato creato: mai dimenticare, mai rinnegare, mai rifiutare”; oppure: ‘Tutto ciò che accadrà è in realtà già accaduto, perciò non ti agitare’, ‘Non c’è nessuna direzione da seguire se non verso l’interno’, ‘La morte è l’unico argomento decente’, ‘Osservare, questo è il giuramento dello scrittore’, ‘La notorietà riduce a brandelli il cuore con cui sei nato’, ‘E’ tempo di guardare oltre questo pianeta appassito e radioattivo, infestato da poliziotti’. Diceva anche che ci doveva essere una particolare onda cerebrale, a bassa frequenza, per gli impiegati statali. Intanto beveva e scriveva su rotoli per telescriventi, così da non essere costretto a cambiare il foglio in continuazione.

… Il suo matrimonio fallì perché Jack covava il mito di una moglie come quella di Dostoevskij, che aveva offerto il suo incondizionato appoggio al marito, nella sua missione di artista creativo. Inoltre era alcolizzato e compiva azioni plateali, fino a offrirsi come una puttana a Gore Vidal, una sera. Andarono insieme al Chelsea Hotel, frequentato anche da Bob Dylan, ma si dice che rimanesse impotente, quella notte. Così come si dice che fosse trovato una mattina nello stesso letto di Ginsberg. Intanto gli editori rifiutavano le sue opere e lui cominciò sempre più insistentemente ad avere delle visioni, finendo con l’annaspare tra i reietti del Messico e di Manhattan. Cominciò allora a inveire contro ebrei, checche e comunisti, che lui vedeva come l’emblema del mondo editoriale.

Nel ‘57 si recò a Tangeri e venne anche a Napoli, dove si comportò come era solito fare, cioè sempre a bere e alla ricerca di una puttana. Ma il mito si era consolidato, e lui stesso propose di chiamare la loro ricerca ‘beat generation’. ‘Beat’ era un termine che Jack aveva imparato da Huncke nel ‘48 e che significava ’stanco’ ‘esausto’. Nel ‘58 un giornalista inventò la parola ‘beatnik’, sulla scia della parola ’sputnik’, per dire che era una cosa lontana dalla gente comune, come lo erano i primi razzi verso lo spazio. Contemporaneamente Jack era tempestato da lettere di uomini che gli dicevano di desiderarlo sessualmente…

Kerouac dal punto di vista dello zen era un dilettante, aveva degli amici mentre lo zen dice che l’unica amica è la mente; girava l’America da sponda a sponda e invece avrebbe dovuto muoversi il meno possibile e aveva una madre che lo plagiava mentre i suoi unici genitori avrebbero dovuto essere il cielo e la terra, come insegna lo zen. Ma lui sapeva che per sfondare bisogna creare il mito di se stessi piuttosto che saper scrivere cazzate perfette che non interessano a nessuno. Alcolismo, benzedrina, suicidi, carcere, omosessualità, ecco ciò che fa bene alla letteratura e fa arricchire uno scrittore.

… Kerouac diceva che ‘il potere di definizione è il potere di controllo’, come sanno bene i critici. E affermava: ‘Bisogna uccidere gli intellettuali che sanno parlare con coerenza, uccidere la gente che sa star ferma cinque minuti, uccidere le persone capaci di impegnarsi seriamente con una donna, in un lavoro, in una causa’. Anche se in fondo era convinto che i pensieri dell’uomo su qualsiasi cosa non valessero una mela marcia… Alle 5.30 del mattino del 21 ottobre 1969, Jack morì”.

Quando finisco di parlare, le persone restano in silenziosa attesa per diversi secondi. Spero che qualcuno sia almeno un poco imbarazzato, invece scatta l’applauso. Contenti loro. Più tardi io e Michele mangiamo al ristorante ‘La Grotta’, a qualche chilometro dal paese. Ho rifiutato l’invito dei miei compaesani dicendo che avevo fretta di tornare. In realtà non volevo accettare niente da loro. Ma non ho potuto rifiutare una targa ricordo di peltro. Nel ristorantino, mangiamo roba casereccia, trippa, castrato con patate, e beviamo del vino dal sapore di fragola, di un rosso intenso. Michele si accende una sigaretta.

“Si sta bene qui” dice, “l’atmosfera è reale”.

“Già, perché siamo uomini e io ho i capelli brizzolati e tu hai i baffi”.

“Che significa?”.

“Niente, niente”.

“Ma perché poi hai parlato di tutte quelle cose? Voglio dire tutti quei particolari sulla vita dello scrittore”.

“Non lo so neanch’io”.

“Sai che penso? Secondo me non ci dovevi proprio tornare, in paese”.

“Hai ragione. Ma questa è stata veramente l’ultima volta”.

PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ
Le vostre opinioni
Pubblicato il giovedì 16 marzo 2006 in: Corso di scrittura creativa

Ultimi interventi

Vedi tutti

Inserisci per primo un commento a questo articolo.

PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori.
Commenta questo articolo

Registrati per riservare il tuo nickname preferito e per caricare il tuo avatar. Se sei già registrato, effettua il login per usare il tuo nickname.

Si No

Anteprima del commento