Pantani, i limiti del mito

In lui convivevano due personalità contrastanti: l’uomo e il mito.

Marco Pantani non era soltanto un campione.

Chi ha avuto l’onore di conoscerlo non ha potuto fare a meno di notare l’estrema sensibilità che lo differenziava dagli altri corridori, responsabile dello sconforto che lo ha accompagnato nel lungo calvario terminato sabato sera.

36 vittorie da professionista, il pirata aveva vinto proprio tutto. Come dimenticare la doppietta del 1998 (vinse Giro d’Italia e Tour nella stessa stagione); e come dimenticare il modo in cui era capace di far sognare i tifosi.

“Con lui il ciclismo italiano aveva riacquistato la popolarità degli anni di Coppi” dice Candido Cannavò, ex direttore della Gazzetta dello Sport, che aveva stretto una profonda amicizia con Marco.

Poi è giunto quel tragico 5 giugno 1999. Pantani fermato per dopping e polemiche a non finire che hanno lasciato in lui un segno indelebile.

Da allora il campione non si più ripreso: i deboli miglioramenti ravvisati al Giro dell’anno scorso non sono bastati, anzi, è stato anche ostacolato nel suo tentativo di guarigione (vedi esclusione dal Tour 2003).

Infine il buio.

Ma Pantani vivrà per sempre nei nostri ricordi: in ogni scalata e in ogni discesa Marco ritornerà fra noi, con l’immancabile bandana e lo sguardo un po’ acciaccato dalla fatica.

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Pubblicato il domenica 15 febbraio 2004 in: {BLOCK_POST_CATEGORY}

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