
Forse nessuno si rende conto di quanto Marco Pantani amasse il ciclismo.
Solitamente quando ci sentiamo deboli e afflitti ci rifugiamo nel conforto di familiari o amici, oppure tentiamo di dedicarci ad un’altra attività per distrarci e superare quel brutto momento.
E se Pantani avesse riposto ogni speranza e motivazione nel ciclismo, confidando nel sistema e nei tifosi che tanto lo avevano coronato nel 1998?
Il 5 giugno 1999 la favola Pantani è finita. La vicenda che lo avrebbe segnato per il resto dei suoi giorni sembrò piegarlo senza spezzarlo: lui ci credeva ancora, lui che aveva superato mille infortuni.
Non aveva capito che questa vicenda lo avrebbe dovuto indurre a riflettere sulla credibilità del ciclismo.
Avrebbe dovuto capire che anche la bicicletta a un certo punto ti volta le spalle, e che la vita è fatta da mille altre sfaccettature, oltre al ciclismo.
Pantani è il titano, l’Epicuro dell’era moderna. Ha cercato più volte di rialzarsi, l’ultima durante il Giro 2003; il brivido di quello scatto solitario durato appena un minuto ha riacceso in lui la miccia esplosiva.
Miccia che si è rivelata priva di congegno esplodente, portandolo a una visione cruda e solitaria di una realtà senza bici né tifosi.
Pantani è l’esempio di chi si sacrifica per la propria passione. E questo è il messaggio più grande che abbia lasciato per le strade d’Italia.
Erik84









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