
La trasposizione del romanzo (1910) di Gaston Leroux, archetipo della letteratura fantastica di paura, scritta dal regista con Gérard Brach e ambientata nella Parigi del 1877, con brevi apparizioni del pittore H.-G.-E. Degas e del musicista Ch. Gounod.
Novità principali: abbandonato infante, come un Mosè delle fogne, sulle acque della Senna e salvato dai topi, il “fantasma” non è più sfigurato, ma un marcantonio erculeo, biondo e capellone (J. Sands); il giovane soprano Christine (A. Argento), romanticamente straziata dalla duplice attrazione verso la tenebra (underground) e la luce (borghese); espliciti congressi carnali tra lei e lui; un episodio di pedofilia (punita); sottolineature zoologiche (ratti a iosa, un ragno, una mosca, qualche verme) con un orrido derattizzatore; i sotterranei dell’Opera trasformati in interminabili cunicoli cavernosi per accentuare la claustrofobia degli spettatori algofiliaci.
In questa “fantasy” speleologica i tentativi di far dell’ironia o del grottesco pencolano sul ridicolo.
Unica invenzione notevole: la macchina mobile ammazzatopi (di Sergio Stivaletti). Fotografia dell’americano Ronnie Taylor (Oscar per Gandhi; con Argento già in Opera). Vietato ai minori di quattordici anni anche per la sequenza di un lussuoso bordello alla Brass.
Zio Tibia









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