Ringu versus the Ring

la trilogia di "Ringu", il maggior successo del thriller giapponese, aspettando l'atteso remake americano che arriverà a Febbraio

La principale attesa dell’edizione passata del Far East Film Festival di Udine, nonostante la presenza di star del calibro dei comunque acclamatissimi Stephen Chiau e Jhonnie To, era sicuramente per l’esordio alla manifestazione degli schizzatissimi autori “made in Japan”.

E l’attesa non è andata sicuramente delusa, soprattutto nella lunga giornata dedicata all’estremo, che ha proposto l’intera trilogia del grande successo in patria Ringu (The ring), horror psicologico di rara intensità.

La storia è in sé di una semplicità assoluta: una videocassetta maledetta, un demone donna pericoloso come non mai, minacce di morte che passano dal televisore alla cornetta del telefono, spettri che si materializzano dal tubo catodico, ma il regista Hideo Nakata (nome nuovo, ma già da tenere d’occhio dopo solo tre pellicole) riesce a dare una interpretazione originale ad una materia classica come quella del fantasma e della vendetta (chi si ricorda dello splendido Storie di fantasmi cinesi, logicamente ignorato in Italia e passato in sordina a notte fonda su Tele+ in un lontano Agosto?), adattando senza troppe sbavature i romanzi di Koji Suzuki, lo Stephen King giapponese.

Ring è lo squillo del telefono che fa da sfondo alle vicende, annunciando la morte dei protagonisti che, con una idea originalissima, può essere evitata solo con una macabra “catena di Sant’Antonio” di duplicazioni della videocassetta maledetta precedentemente nominata (mors tua, vita mea). Delle didascalie continue marcano il tempo restante alla protagonista Reiko, tanto per rendere il tutto ancora più inquietante, e proprio quando il film sembra terminare, una ulteriore bobina denota nuove sorprese. Per nostra sfortuna, è stato proiettato subito dopo pranzo, facendo risalire le ottime bruschette (consigliatissime) del bar in fronte al teatro Giovanni da Udine.

Il sequel, immediato, non fa scendere il tono della saga, pur infischiandosene di qualsiasi coerenza e logica narrativa, e riserva nuovi effetti speciali e colpi di scena, nonché un inquietante finale (ma è veramente la fine?) virato blu e interamente ambientato in una piscina.

In Italia, naturalmente, non se ne è accorto nessuno (ma continuiamo imperterriti ad acquistare boiate quali La casa di Cristina solo perché americano), ma ora, magari, con l’arrivo del remake, ne sentiremo riparlare.

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Pubblicato il mercoledì 04 aprile 2001 in: Giappone

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