Quale regista vorreste vedere omaggiato da una retrospettiva alle prossime mostre di Venezia o Udine
A cura di Massimo "Mishima" Tonizzo
Pubblicato il 17/01/2002
Bloccato, censurato, maltrattato dal governo: perchè?
Ogni tanto, fa decisamente piacere sentire che una pellicola esce così tanto dalle regole del dovuto e del banale cinematografico da suscitare perfino una interpellanza parlamentare ed un veto del Ministero all’esportazione della stessa. Poi, ci accorgiamo che non stiamo parlando (purtroppo!) di Boldi e De Sica, ma di un film made in Japan, coraggioso ed estremo pur se incompleto, che non avremo forse mai la fortuna di vedere, e allora il piacere si tramuta in una sottile tristezza, ed invidia per quei paesi (Francia ed Inghilterra) che se lo sono già accapparrati.
Stiamo parlando, naturalmente, di Battle Royale di Fukasaku Kinji, la pellicola che estremizza tutto quanto va di moda adesso, dai teen-movie al Grande Fratello condend la salsa con Il signore delle Mosche.
La trama è presto detta: in un futuro prossimo venturo, in un paese asiatico non meglio precisato ma tanto simile al Giappone di oggi, la socieà dirigente adulta decide di istituire, per combattere al meglio l’indisciplina giovanile, la “Battaglia Reale”: tutti gli anni, una intera classe di adolescenti viene trasportata su un isola deserta ed a ciascuno viene fornita un’arma (lotta impari: a uno un mitra, a un altro un bastone di legno…).Lo scopo è uccidere tutti gli altri entro i termini del gioco, pena la morte. Pronti, vai con il massacro, arbitra il signor Kitano Takeshi, in gentile ospitata nei panni del professor Kitano Takeshi, sadico come nei migliori Mai dire banzai .
Ma perché il divieto, dunque? Il governo giapponese ha parlato di violenza eccessiva, del fatto che ad interpretare la pellicola sono dei quindicenni reali (e si vede, nella recitazione imperfetta e nell’eccessività di troppi amori dichiarati in punto di morte), ma a noi sembra proprio che tutto nasca dall’evidente critica al Giappone stesso, il paese che (non bisogna dimenticarlo) ha il tasso di suicidi più elevato al mondo, e nel quale il successo è considerato una vera e propria questione di vita o di morte. E dopotutto, è il regista stesso, intervistato da Première , ad aver dichiarato che “La morale del film è che per sopravvivere, in questo mondo folle, senza direzione, bisogna correre”. Ma correre verso dove, se ad aspettarci c’è solo il ghigno sardonico e beffardo di Beat Takeshi?