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oscar alla colonna sonora de "il Signore degli Anelli"

A cura di FataCarabina

Pubblicato il 25/03/2002

Howard Shore e la sua colonna sonora de "Il signore degli anelli" ha sconfitto temibili avversari come Randy Newman che aveva due nomination ("Harry Potter" e "Artificial Intelligence"). Lo stesso Newman si è però riscattato nella categoria "brano originale" per il tema principale di "Monster & Co" battendo sul filo di lana Paul McCartney, Enya e Sting

foto intervento Per il film evento di Peter Jackson, Howard Shore compone una colonna sonora di sapore epico e di grandiose sonorità. Si tratta di un’immensa partitura sinfonico/corale di impressionante impatto emotivo che conferma ancora una volta, qualora ve ne fosse bisogno, la grandezza del compositore e la sua posizione di primo piano nel panorama mondiale delle musiche per film.
Ad un primo ascolto l’opera sembra collocarsi, con solidissimo mestiere ma senza apparenti punte di autentica originalità, all’interno del filone dei film fantastici di stampo hollywoodiano: orchestrazione possente, grande abbondanza di abusati artifici emotivi quali tremoli spaventosi o vertiginosi glissando ecc.
È soltanto con gli ascolti successivi che si resta realmente impressionati dall’incredibile compattezza (pur nella varietà di soluzioni adottate) dell’intero lavoro e dalla capacità indiscutibile dell’autore di assimilare la lezione del passato e metabolizzarla in un organismo enormemente originale. Basti vedere l’evoluzione atipica del track 5 (The black rider) per rendersene conto: dopo un incipit che ricorda, nell’orchestrazione un po’ scanzonata, Coopland, il brano vira decisamente verso sonorità e ritmi più affini alla scuola sovietica (Shostakovich) che preparano l’ingresso inaspettato del coro col suo terribile brutalismo declamatorio.
E non potremmo trovare maggior contrasto tra la conclusione di questa traccia e la nobilissima frase dei violoncelli che apre quella immediatamente successiva (track 6: At the Sign of the Pracing Pony) che pure è il preludio di un fortissimo scatenamento percussivo.
Certo queste evoluzioni inaspettate della musica derivano dalla situazione narrativa, ma la logica stringente che lega l’uno all’altro i vari momenti lascia spesso stupefatti.
È nei dettagli che vengono fuori le sorprese. Si pensi all’improvvisa apertura melodica del track 7 (A Knife in the dark) con la voce bianca (la sua melodia andrà sempre associata agli elfi allo stesso modo con cui i temi affidati al flauto e al violino soli riguarderanno, invece, gli hobbit) raddoppiata, come in un brano barocco, dalla sonorità acidula della tromba.
La stessa voce che andrà a contrapporsi al coro maschile del track 13 (The Bridge of Khazad Dum) con il suo primitivismo ossessivo e terrorizzante. Difficile scegliere nel CD i brani più riusciti: dalla grandiosità epica del primo track (The prophecy), al quasi uno scherzo sinfonico del track 2 (Concernig hobbits: una serie di variazioni su di un tema argutissimo) al sapore squisitamente irlandese che pervade il tutto e che meglio si sente nel tema struggente del clarinetto del track 9 (Many Meetings) prima che venga sapientemente riportato a piena orchestra. Per tacere delle atmosfere arabeggianti che pervadono la descrizione di Lothlorien (track 14). Ma ci sarebbe troppo da aggiungere…
Le due canzoni di Enya qui proposte, per quanto bellissime (grazie anche alla sua voce suggestiva) aggiungono poco al tutto. Il capolavoro di Tolkien non poteva trovare postillatore più ispirato. articolo di Alessandro Izzi

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