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Musica, la verità mi fa male, lo so

A cura di FataCarabina

Pubblicato il 16/09/2004

Per avere un quadro dei problemi introdotti dalle tecnologie nel campo confinante della discografia, gli editori dell’Aie si sono rivolti a una collega, Caterina Caselli Sugar, discografica ma anche editrice.

foto intervento L’idea era spettacolare (anche data la simpatia, l’intelligenza e i precedenti musicali dell’ex «Casco d’oro»), e tutt’altro che di ripiego, anche se in Italia esistono fior di studiosi della discografia e del copyright. Ma forse la stessa Caselli avrebbe potuto sfruttare meglio la propria ambivalenza, e raccontare un po’ la storia dell’industria musicale e dei rapporti tutt’altro che pacifici fra l’editoria musicale a stampa e la produzione di dischi; di come per decenni gli editori di musica abbiano guardato dall’alto in basso i discografici, considerati alla stregua di venditori di elettrodomestici (e a lungo, nel Novecento, lo sono stati); di come invece alla fine i colossi discografici e dei media abbiano inghiottito l’editoria musicale, confinandola a trattare diritti. Una storia esemplare sulla funzione delle nuove tecnologie nello sconvolgere i comparti industriali e ristrutturare i percorsi del profitto. Chi era accusato di offrire musica gratis e di distruggere l’editoria, la discografia e lo show business, negli anni Venti? La radio.
Caterina Caselli la conosce bene questa storia (dei cui anni più recenti è stata protagonista) e nella relazione che ha letto agli Stati generali dell’editoria ha fatto riferimento a qualche episodio. Ma la sua è la voce di un’industriale, e il marketing - verso il quale ha avuto qualche piccola indulgenza, ricordando i successi di Bocelli - è fatto anche di omissioni. Quando ad esempio ha ricordato il bassissimo consumo di musica registrata del nostro Paese, e lo stato penoso della distribuzione (il 70% dei comuni italiani non ha un negozio di dischi), e subito dopo ha citato la capillarità della pirateria, il pubblico avrà tratto l’immediata conclusione che la causa di quel bassissimo consumo (agli ultimi posti in Europa) e di quella distribuzione striminzita sia la pirateria o lo scambio illegale di files.
Ma il fatto è che l’Italia si trova agli ultimi posti nelle vendite di supporti discografici da decenni prima che esistesse la pirateria o che venisse inventato il formato mp3, e gli industriali del disco sanno bene che il nodo della distribuzione precede, fra le cause della crisi, la pirateria o il downloading, anche se è ovvio che la sua soluzione sia ora molto più difficile. E - come tutti i suoi colleghi - quando Caterina Caselli ricorda i 3,8 milioni di italiani che scaricano musica dalla rete gratuitamente, omette di dire che con il dilagare del formato Top 40 in tutte le radio, pubbliche e commerciali, l’accesso quotidiano ai titoli più «spinti» dai discografici è diventato esorbitante, e allo stesso tempo l’informazione sugli altri titoli, quelli che la discografia non promuove, inesistente. E una società di ricerche statunitense ha dimostrato che l’effetto «musica gratis» della programmazione radiofonica in heavy rotation è di gran lunga superiore a tutti gli scambi di file su Internet.
E poi, il vero tabù di questi discorsi è che l’industria delle telecomunicazioni e dell’informatica fa profitti enormi proprio sul desiderio di accedere a informazioni, soprattutto musicali, ma nessuno la chiama in causa: ed è inevitabile (sta già succedendo) che si ripeta ciò che è accaduto più volte in passato: che l’industria che ha ristrutturato i canali del profitto inghiotta quella che cerca di difendere gli schemi un tempo consolidati. Certo, non si poteva trovare per l’assemblea degli editori un difensore del copyright più appassionato, e i richiami di Caterina Caselli alla superficialità liquidatoria di alcuni divulgatori di teorie contrarie al diritto d’autore erano giustificati. Ma la verità bisogna dirla tutta, anche quando fa male. Caterina lo sa!

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