Cosa ne pensate della crescente contaminazione fra la musica classica e gli altri generi?
A cura di Marco del Vaglio
Pubblicato il 04/07/2008
LUNEDÌ 7 LUGLIO LA “LUCIA DI LAMMERMOOR” DI DONIZETTI AD AVELLINO PER IL SECONDO APPUNTAMENTO DELLA RASSEGNA “ALL’OMBRA DEL CASTELLO”
Proposto nella versione completa per canto e pianoforte, questo dramma tragico attinto da un famoso romanzo di Walter Scott, non perde il suo straordinario fascino, ponendo anzi in rilievo la tormentata trama, i conflitti e le passioni, che determinarono all’epoca non solo il successo dell’opera, ma anche la definizione strutturale e formale del grande melodramma romantico italiano.
Questa brillante operazione ideata e coordinata dal M° Pasquale Tizzani, poliedrico artista e tenore ben noto nel campo della lirica, vede impegnati nei diversi ruoli vocali, gli alunni di canto del conservatorio, discenti dello stesso Tizzani; giovani talenti che già presentano al loro attivo un ragguardevole curriculum.
Si rileva inoltre il forte impegno profuso alla regia dalla brava ed impeccabile Marilena Gatti, e l’indispensabile sostegno offerto dall’ottimo Maestro Collaboratore, Ernesto Pulignano
Ingresso libero
Per Informazioni:
Pubbliche Relazioni
Marta Columbro
tel: 081 544 08 66
cell.: 347 546 18 58
Lucia di Lammermoor
Dramma tragico in due parti di Salvadore Cammarano
Musica di Gaetano Donizetti
Personaggi ed interpreti:
Lord Enrico Asthon
Maurizio Esposito
Miss Lucia, di lui sorella
Rosalba Eroico
Sir Edgardo di Ravenswood
Carlo Savarese
Lord Arturo Buklaw
Raffaele Abete
Raimondo Bidebent, educatore e confidente di Lucia
Luigi Biondi
Alisa, damigella di Lucia
Angela De Lucia
Normanno, capo degli armigeri di Ravenswood
Salvatore De Crescenzo
Dame e cavalieri, congiunti di Asthon, abitanti di Lammermoor, paggi, armigeri, domestici di Asthon.
L’avvenimento ha luogo in Iscozia, parte nel castello di Ravenswood, parte nella rovinata torre di Wolferag.
L’epoca rimonta al declinare del secolo XVI.
Maestro concertatore e direttore, scene e costumi
Pasquale Tizzani
Regia: Marilena Gatti
Maestro collaboratore: Ernesto Pulignano
Note all’Opera
Gli anni Trenta dell’Ottocento decretano il declino della generazione di compositori d’opera italiani affermatasi nei primi tre decenni del secolo: Gioachino Rossini, Nicola Vaccaj, Valentino Fioravanti, Johann Simon Mayr, Carlo Soliva, Michele Carafa (per tacere d’altri) di fatto diradano la loro attività dopo il 1830, anche quando la loro vita si spinge a toccare i tre quarti del secolo (Rossini si spegne nel 1868, Carafa e Carlo Coccia rispettivamente nel '72 e nel '73).
La cesura che si produce quegli anni, e che pone alla ribalta compositori più giovani come Vincenzo Bellini, Gaetano Donizetti e Saverio Mercadante ― quest'ultimo, attivo sin dal 1819, intraprenderà una personalissima “riforma” proprio attorno al 1835 ― e dovuta ad un generale mutamento del gusto, dovuto non a una acquisizione del Romanticismo in quanto tale ― come fenomeno estetico-letterario―, quanto di una sorta di gusto romantico: mentre «nel dramma per musica rossiniano vige ancora la concezione psicologica antica e illustre degli affetti concepiti come disposizioni sentimentali astratte (amore, ira, gelosia, orgoglio) che s’insediano dall’esterno nell’animo del personaggio», e come tali stereotipati, persino trasponibili da un’opera all’altra, con l’avvento del gusto romantico «il vecchio affetto è sostituito dalla passione, momento psicologico concreto e individuale che divampa, come risposta ad una specifica situazione, nell’intimo del personaggio, fa tutt’uno con lui» (F. Della Seta).
Tutto ciò, unito alla quasi totale scomparsa dell’opera comica―rappresentata ormai soltanto in teatri di second’ordine ―, provocò un cambiamento dei canoni compositivi a cui la generazione di Rossini non seppe adattarsi (una delle caratteristiche del dramma basato sugli affetti standard e, tra l’altro, la trasponibilità delle singole arie da un’opera all'altra, purché rispondenti nell’affetto specifico; tale pratica, che aveva l’indubbio pregio di razionalizzare l’intenso lavoro a cui erano sottoposti i compositori, scomparve proprio a partire dagli anni Trenta).
Con la nouvelle vague, al lieto fine si sostituì l’epilogo tragico con morte in scena del/della protagonista, e i soggetti classici furono accantonati a favore di quelli moderni o “romantici”, cioè di ambientazione medievale o rinascimentale; furono privilegiati la drammaturgia francese (Victor Hugo in particolare), le atmosfere Sturm und Drang, il colpo di scena. Il canone formale consolidatosi nell’età rossiniana―l’opera italiana era assemblata in «numeri» internamente organizzati con un congegno denominato «solita forma»―andò evolvendo con gradualità attraverso la costante ricerca della continuità e della verosimiglianza drammatica.
Lucia di Lammermoor di Salvadore Cammarano e Gaetano Donizetti andò in scena con successo al Teatro San Carlo di Napoli il 26 settembre 1835; si trattava della quinta versione del romanzo The Bride of Lammermoor di Walter Scott, dopo quelle di Carafa, Luigi Riesk, Ivar Frederik Bredal e Alberto Mazzuccato. Scott aveva collocato il romanzo nella Scozia del 1689; Cammarano retrodatò Lucia alla fine del Cinquecento.
Ai due coautori non sfuggì che un simile soggetto recava una duplice valenza: la capacita di calarsi nel congegno formale e nelle convenzioni standard (la tragedia interiore della protagonista si prestava a repentini contrasti musicali; la costellazione dei personaggi a confronti serrati; il quadro nuziale poteva calarsi con facilita nella forma del Finale centrale, «numero» clou del melodramma italiano; v’erano evidenti occasioni per consolidate consuetudini come il “racconto”, reso secondo tradizione in forma strofica e secondo uno schema che Cammarano riproporrà tal quale nella Cavatina di Leonora del Trovatore; last but not least, l’aria finale di Lucia, che assomma due consuetudini in un sol colpo: la “scena di pazzia” con il lungo recitativo atto ad esprimere contrasti repentini, già sperimentato nel lucido delirio di Anna Bolena, e il Rondo di bravura di solito affidato alla protagonista in chiusura dell’opera); la possibilità di maneggiare la “solita forma” per depistare le aspettative dello spettatore, o per precise ragioni drammaturgiche (vi sono ben tre cabalette lente: la tragedia che aleggia per tutta la durata dell’opera non consente esplosioni di gioia): proprio questa ambivalenza iscrive Lucia tra i capolavori del Romanticismo musicale.