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Storia dell'Islam

Il profeta Maometto e la rivelazione coranica - parte II

A cura di Francesco Cocorullo

Pubblicato il 29/08/2005

Proseguiamo l'analisi storica dell'Islam.

Trasferitosi a casa dello zio Abu Talib, il giovane Muhammad, come accadeva agli altri suoi contemporanei, dovette cercare lavoro: la tradizione ci presenta il Profeta illetterato, ma assai alacre nel lavoro.

Si mise alle dipendenze di una ricca vedova 40enne di Mecca, Khadiga b. Khuwaylid, esponente di un clan importante, la quale gestiva un traffico commerciale ed organizzava carovane che da Mecca portavano mercanzie nel resto d’Arabia; il suo successo fu notevole, tanto che strinse ottimi rapporti con la datrice di lavoro, divenendo presto addirittura suo marito nel 595.

 

L’unione con Khadiga sarà un pilastro fondamentale della vita di Muhammad, poiché, nonostante la differenza di età (lui 25 lei 40), costituiranno una coppia affiatatissima e daranno alla luce svariati figli. Khadiga si rivela un’ottima moglie e compagna, affidando ben presto al marito l’am- ministrazione delle carovane, e ritirandosi dopo la nascita dei figli a vita privata, badando solo alla famiglia;  come possiamo vedere, la vita del Profeta è molto simile a quella di una normale persona, poiché nulla lasciava trasparire finora il grandissimo dono profetico di cui era dotato.

 

L’unica avvisaglia possiamo dire consisteva nel suo animo curioso e voglioso di sapere, conoscere, analizzare la realtà in profondità, e nella sua perenne insoddisfazione per le risposte ai classici quesiti esistenziali fornite dalle religioni preislamiche, delle quali non era per nulla convinto; l’idea politeistica affermata da molti culti, e la mancanza di regole lo scoraggiava, non sentiva di abbracciare alcuna religione.

 

Per cercare di capire, amava concedersi lunghi periodi di ritiro spirituale in una grotta del monte Hira’, nei pressi di Mecca; inoltre, si era particolarmente distinto per le doti di affidabilità e sincerità che mostrava sia nei riguardi della moglie sia dei suoi dipendenti, sia dell’intera comunità, guadagnandosi l’appellativo di al-amin (“il sincero”). Perciò i clan della Mecca pensarono subito a lui quando occorreva ristrutturare la Ka‘ba (l’edificio in cui è custodita la pietra nera) che un incendio aveva devastato, ed il giovane Profeta assolse l’incarico con grande senso del dovere e bravura. (continua)

Fonte: Lo Jacono C., L'Arabia preislamica e Muhammad, in Islam, Laterza 2002.

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