Le pensioni di Bush

Da: l'Unità, un commento di Furio Colombo.

 Un articolo del Sole 24 Ore di oggi attrae attenzione. Dice: «Pensioni, Bush ha idee, noi no». L’articolo è firmato da Alberto Alesina, un nome importante tra gli economisti di Harvard, dunque del mondo. Il prestigio dell’autore e il tema - carico di tensioni drammatiche - su cui scrive provocano perciò un grande interesse nel leggere e una grande prudenza nel giudicare, soprattutto se chi giudica ha la competenza politica e sociale di un cittadino che milita sul versante della solidarietà e dell’uguaglianza (ovvero, come direbbe qualcuno con disprezzo, della socialdemocrazia) ma non ha la competenza tecnica e l’autorità scientifica di Alesina.

Proverò a riassumere, cercando di non dare corso alla mia prima istintiva e faziosa obiezione, che sarebbe stata: finora le idee di Bush sono state tragiche, e fondate su false premesse. Non sarà questo un altro caso, dato l’uomo, che ci ha mentito sulle ragioni della guerra in Iraq, e dato il campo in cui adesso dedica la sua attenzione, il sistema previdenziale della tensione universale garantita?

La «Social Security» è stato il capolavoro sociale e politico di Franklyn Delano Roosvelt, ed è poi stata al centro della gestione di governo di Kennedy, di Johnson, di Carter e - sopratutto - di Clinton, il presidente democratico che ha dato all’America il livello più alto di benessere che quel Paese abbia mai conosciuto e che ha fallito solo nell’altro punto chiave del solidarismo sociale, quando ha tentato invano di rendere universale e garantita a tutti anche l’assistenza sanitaria per tutta la vita. I lettori ricorderanno la rivolta violenta e vendicativa delle compagnie di assicurazione americane che allora, come adesso hanno il controllo indisturbato e totale dell’industria della salute.

Ma, come ho detto, non farò la mia obiezione e seguirò il professor Alesina. Ci dice, per prima cosa e con onestà, che il rischio di non copertura del «Social Security System», invocato da Bush come ragione di intervento, non esiste. Quel sistema pensionistico è in ordine e coperto fino al 2042. E persino dopo quella data, continuerebbe a funzionare nelle sue prestazioni universali a favore di chi ha smesso di lavorare, almeno all’80 per cento delle sue attuali prestazioni. Stiamo dunque parlando di un capolavoro.

Un proverbio americano, che non appartiene al mondo dell’economia ma è ben radicato nel pragmatismo yankee che ha costruito quel Paese dice: «If it is not broken, dont fix it», mai riparare qualcosa che funziona bene.

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