A cura di Ulisse
Pubblicato il 09/08/2005
Miti di povertà - Amore, povertà e ricchezza di Carlo Oliva, da Golem, l'indispensabile.
Che ci si possa innamorare della povertà, Dante lo fa dire a Tommaso d'Aquino, a proposito di San Francesco, nell'undicesimo canto del Paradiso. Si tratta, ovviamente, di un discorso dal tono abbastanza paradossale, come ben si addice, se non proprio alla sussiegosità del dottissimo teologo domenicano, all'elogio di una figura anticonvenzionale come quella del fraticello di Assisi. Eppure, che tra l'amore e la povertà si possano e si debbano individuare dei precisi rapporti era (ed è) un concetto alquanto radicato nella cultura occidentale. Platone, nel Simposio, era giunto addirittura a spiegare che di altri Amore non è figlio se non di Penìa e di Poros, della Povertà - dunque - e del Bisogno: una constatazione, che, come tutte le grandi scoperte intellettuali, a posteriori rischia di sembrare piuttosto ovvia, ma quando fu enunciata contrastava assai con il quadro complessivo dei valori correnti nel mondo greco. Non per niente quel dialogo è costruito attorno a una figura scandalosa come quella di Socrate.
L'intuizione del grande filosofo (che poi, a differenza di Dante, povero proprio non era) non significava semplicemente che si desidera quello che non si ha, o ciò di cui si ha bisogno. Voleva far capire che solo in uno stato di insoddisfazione e di ricerca, di inquieta esplorazione delle possibilità di essere qualcosa di diverso da quel che si è, consiste veramente l'amore, nelle sue molteplici forme. Dopo tutto, nello stesso dialogo, si racconta per bocca di Aristofane (che pure, a giudicare dalle Nuvole, con la scuola socratica non doveva avere dei gran buoni rapporti), lo strano mito degli uomini primitivi che, dimezzati nella persona da un atto di imperiosa chirurgia celeste, vanno continuamente in cerca ciascuno della propria perduta metà e al dovere di questa ricerca non possono sottrarsi. A questo inesausto travaglio (che volendo può identificarsi - ma non è detto - con quella incessante produzione di senso in cui si esauriscono le filosofie) le ricchezze materiali, i beni di questo mondo, l'oro e i gioielli, le proprietà immobiliari e i conti in banca non possono che risultare, in definitiva, di ostacolo. Si ama da poveri e perché si è poveri, come ci insegnano da sempre, in un'altra dimensione narrativa, gli artisti squattrinati di ogni Bohème, le damigelle romantiche ostinate nel rifiuto dei sostanziosi partiti proposti dalle famiglie e perse dietro i begli occhi di un menestrello qualsiasi, gli avventurieri spensierati dal sorriso scanzonato che fanno stragi di cuori nelle ardite scorribande in un mondo che non è loro.