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Nel nome di Faber

Don Raffaè, quando un messaggio viene raccolto. Forte e chiaro.

A cura di Anime Salve

Pubblicato il 31/05/2005

Sono loro i protagonisti, coloro che ci sono dentro fino al collo. Un gruppo di rapper di Scampia: non interpretano questa canzone, la vivono. Sulla loro pelle. Si chiamano "A' 67", abitano nell'inferno delle "vele" di Secondigliano che la gente chiama, appunto, "'a 67", dal nome della legge n. 167, quella che ha edificato a Scampia, nella periferia Nord di Napoli, quelle gabbie di cemento di forma triangolare, note come “le Vele”. Ascoltate la loro "Don Raffaè".

foto intervento

Il titolo del loro primo album è perentorio e lascia poco spazio alle interpretazioni, si intitola infatti: "A camorra song’io", la camorra sono io. Niente vittimismo, dunque, ma solo una presa di posizione per una società che deve essere cambiata dal cittadino, da chi vive in quella realtà e ne diventa il naturale colluso accettando che le cose vadano così, una società che deve essere cambiata senza piangersi addosso e soprattutto senza dover aspettare nulla dallo Stato, già di per sè latitante. Daniele Sansoni, leader della band : “Il nostro gruppo – spiega Daniele – è la naturale risposta a una situazione sociale difficile. L’obiettivo è portare alla luce, in forma artistica, i problemi della periferia nord di Napoli, di cui ci si ricorda solo per la criminalità e quando si è in campagna elettorale. Scampia è un mondo complesso: siamo il più grande mercato di droga all’aperto d’Europa, ma siamo anche una realtà in movimento, pieno di gente a posto, che cerca di campare come può. E non ci piace la superficialità con cui ci descrivono”.
In questo contesto si innesta la loro interpretazione di Don Raffaè: " La versione originale parla di Pasquale Cafiero, vecchio brigadiere del carcere di Poggioreale, che non crede più nello Stato ma solo a quel boss, Don Raffaè appunto, l’unico capace di fare giustizia, di dare lavoro, e che gli spiega persino come deve pensare. La prima cosa che abbiamo fatto è stravolgere l’arrangiamento. Abbiamo introdotto una note fortemente ironica, che solo chi vive a Napoli può capire fino in fondo...Noi abbiamo introdotto il motivo della colonna sonora nell’arrangiamento, rifacendolo in chiave bandistica: un modo di sfottere, alla napoletana, questi false figure carismatiche”. Anche il testo è stato modificato. “Il brigadiere Cafiero si sveglia una mattina con un pensiero in testa: capire il perché della camorra. La risposta che si dà è che “sarà la fame o la rabbia di chi non sa più che fare”. Napoli si è abituata a questa realtà, conclude il ‘nostro’ Cafiero, per cambiarla bisogna cambiare il modo di sentire e di guardare”. Miracolo di una canzone scritta da un genovese e per giunta proveniente da famiglia ricca e borghese.

"Non basta un posto di blocco ogni dieci metri, non basterebbero nemmeno i carri armati. Servono, certamente, ma la situazione è più profonda. Noi condanniamo la camorra, e condanniamo Napoli: il suo vittimismo, il suo essersi lasciata gestire per quattro soldi, il suo giustificarsi continuo con i problemi che l’assillano. Anche questo è atteggiamento camorristico, qui dobbiamo essere noi a cambiare”.
Auguri ragazzi.
 
Michelangelo Gargiulo
 
FONTE: www.rassegna.it
 
 
Ascolta "Don Raffaè" nella versione di "'A 67"

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