Prospettive

PASSO 3. CONTINUA LA CRITICA

Naturalmente il segno del tempo che passa resta: nel senso almeno che
un’ opera segue l’altra, in successione. Allora, sempre a partire dal 1990-91, non possiamo non distinguere anzitutto quelli che, banalmente, possiamo chiamare i mezzi volti. Buci taglia a metà l’aspetto fisionomico; e ci accorgiamo che non è un artificio. E’ un voler giungere, nell’eliminazione della simmetria, alla fissità primigenia dell’icona. L’occhio sbarrato è solo: ci guarda ansiosamente. L’inquadratura è slittata da un lato. Magari più si nota qual che solitamente è nascosto: l’orecchio, organo non solo della sensibilità acustica ma dell’equilibrio. La convenzione del vedere è sconvolta. Quei mezzi volti diventano come le immagini acheropite ( alla lettera: non provenienti da mano umana) del primo Gesù: il ” Mandylion”, le Sindoni, le Veroniche. Il mistero si impronta su esse; e la loro immagine, persino ossessiva, è quella del Dio che si rivela.

Qui, dopo tante precedenti esperienze, Buci ha cominciato a riconoscere se stessa nella pittura. Ed è persino sconvolgente trovarsi di fronte, qua e là in una mostra, quegli occhi da Ciclope che ti fissano. Non li si può scordare: ti inseguono dovunque. Sono occhi impietriti, tragici. La pittura non è che la loro proiezione: al limite essa si nega, provocatoriamente, alle curve e alle trasparenze che l’occhio, visto come solitamente lo vediamo, comporta. Ma è poi, quello, un occhio umano? Non assomiglia a come noi immaginiamo gli extraterrestri? Cioè alla loro capacità di “intravedere” o “stravedere”? Ghiaccio; sudori imperlati; spazi siderali.

Poi, sempre in ordine cronologico, le Crocifissioni e le “Calpestazioni”. Lui, Gesù, appare e non appare sulla croce fatta di sbarre di legno comune: è un ectoplasma avvolto di macchie e di garze, di plastiche e vecchie carte di giornale. La sua sofferenza è ovunque, rappresa e coagulata in un’ immagine che si compone e ricompone continuamente. Le piaghe purulente del Grunewald di Colmar o la tabe mostruosa dei corpi dipinti da Francis Bacon: quello è il riferimento primo. Ma la dolcezza delle “Pietà” gotiche è lì, a due passi: dolore e insieme amore, intrisi indissolubilmente. In fondo Cristo non è che un uomo “calpestato”, l’umile servo che nella lotta spietata per la sopravvivenza ha un sussulto e cade. Lo vediamo a terra, nei frammenti di una ferocia che lo avvilisce, lo mortifica.
Sono opere, queste, dipinte intorno al 1994-95, che hanno fatto impressione durante una memorabile mostra nella chiesa di San Vidal a Venezia.(la chiesa dei “todeschi”, la chiesa di Durer). Nordici, germanici, espressionisti, li si definì, allora, quei simulacri resi ancor più crudi dai pezzi di specchio sparsi sul pavimento. Il sentimento tragico nasce da là, dalla foresta teutonica. Ma poi, chi non ricorda che quando Durer dipinse, per quella stessa chiesa, la famosa “pala del Rosario”, l’asprezza dello stile teutonico si addolcisce nella rimembranza dell’amico Giovanni Bellini? Accade anche per Buci che, come si è detto, riesce nella sua irta dialettica a conciliare il tragico con l’elegiaco, senza indebolire la forza del pathos. La “Pietà Giovanelli” del Bellini è quasi in filigrana ai crocefissi e alle Calpestazioni della nostra veneziana. Si può dipingere con dolcezza anche la disperazione dell’uomo.

Infine i quadri più recenti. Il tema principale è quello della solitudine. Ma certo: una donna estroversa e allegra, ricolma di doni, espansiva come poche, sente più di tutti il richiamo di un’interiorità esulcerata. L’ombra della “Melancholia” dureriana la avvolge quando, nella sua vasta casa sui Berici, tra ombrosi corridoi e grandi vetrate di luce, riflette su se stessa. Il motivo simbolico è quello, come si è detto, degli uomini che si sforzano di uscire ( o di rientrare?) in uno spazio angusto, quasi un tunnel, una scatola opprimente. Strisciano, si inerpicano, si contorcono. Troveranno la luce? Di là, in quieta attesa, stanno i fiori sensuali, larghi, aperti al desiderio: sono un invito ad abbandonare il faticoso e inutile affannarsi della vita fisica. La quiete è a due passi: basta allungare la mano. Un cuore, grande come più non si può, aspetta al varco, tutto sfrangiato di luce. E’ il palpito sottile di una sensibilità che si affina, si fa spirituale.

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