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CRONACA

ALLA RICERCA DI UN DIRITTO PERDUTO

A cura di Donne in web

Pubblicato il 26/04/2001

"Per centinaia di migliaia di bambini il lavoro, anche pesante, è la vita di tutti i giorni. Anche nella civilissima Italia, dove troppo spesso si pensa che lo sfruttamento dei minori sia un fenomeno lontano, diffuso solo nel Terzo Mondo sottosviluppato..."

foto intervento Yuri ha nove anni. Abita in un garage della periferia romana. Si alza ogni mattina alle cinque per andare al mercato generale a scaricare casse di frutta. Il papà è un agricoltore e la madre lavora stagionalmente alla raccolta della frutta. In tre riescono a malapena a sopravvivere. Yuri è un piccolo grande uomo perché già conosce il lavoro duro. Non frequenta la scuola e perfino la sua famiglia pensa che l'istruzione sia una perdita di tempo e un investimento svantaggioso.
Una storia eccezionale? Al contrario. Per centinaia di migliaia di bambini il lavoro, anche pesante, è la vita di tutti i giorni. Anche nella civilissima Italia, dove troppo spesso si pensa che lo sfruttamento dei minori sia un fenomeno lontano, diffuso solo nel Terzo Mondo sottosviluppato. Secondo un'inchiesta condotta dalla Cgil alla fine del Duemila, i bambini che lavorano nel nostro paese sono circa 400.000: 350.000 italiani, 50.000 immigrati. Un esercito equamente distribuito tra le diverse aree territoriali e che viene impiegato in attività ben precise, in rapporto al contesto sociale.
Le indagini compiute fino ad oggi indicano che i piccoli lavoratori vengono usati per tre tipi di impiego, a parte ovviamente i minori spinti dagli stessi genitori a lanciarsi nell'industria dello spettacolo: il lavoro occasionale; il lavoro stagionale, soprattutto nelle strutture turistiche e alberghiere; il lavoro nell'azienda di famiglia, per larga parte artigianale nel ricco Nord Est, commerciale nel Centro e agricola nel Mezzogiorno d'Italia, dove esiste ancora una correlazione tra lavoro minorile e livello di reddito della famiglia e tra lavoro minorile ed evasione scolastica. Secondo uno studio condotto dall'Azione Cattolica, per esempio, i baby-lavoratori in Campania sono 90.000, di cui 35.000 a Napoli. E fanno i lavori più disparati: dal cameriere al muschillo, i moscherini che la camorra sfrutta come corrieri per le attività criminose.
Ma, a parte le grandi città, a prevalere è l'occupazione nelle campagne. La situazione dell'area di Reggio Calabria è da questo punto di vista esemplare. Secondo il segretario provinciale della Confcoltivatori, Demetrio Costantino, sono almeno 15.000 i bambini censiti che raccolgono i prodotti della terra, curano gli animali e fanno i garzoni. Ma il fenomeno è probabilmente più esteso: <>.
Al Centro la condizione dei minori non è molto diversa. Nel 1994 il sociologo Renato Fontana ha condotto a Roma una ricerca su un campione di 679 ragazzi di età compresa tra i 9 e i 14 anni. Il risultato è clamoroso: il 27 per cento degli intervistati ha ammesso di lavorare. Non solo. I ragazzi hanno mostrato anche un certo interesse verso i coetanei che lavorano ed è addirittura emersa la loro disponibilità a essere impiegati subito.
L'indagine di Fontana è importante non solo perché ha individuato con una certa precisione le aree di attività, ma anche perché ha fatto emergere con chiarezza il legame tra lavoro, dispersione scolastica e attività familiare. Altissimo è infatti il numero dei minori "occupati", i cui genitori lavorano nel commercio e nell'artigianato. Ben il 50 per cento degli intervistati ha dichiarato di lavorare saltuariamente proprio in questi settori. Un altro 40 per cento, soprattutto bambine di 11-13 anni, ha ammesso di fare occasionalmente la baby-sitter o l'addetta alle pulizie.
E l'ultimo gruppo, composto dal dieci per cento del campione, per larga parte figli di genitori che a loro volta hanno cominciato a lavorare in età scolare, ha addirittura rivelato di essere impegnato per l'intero arco dell'anno, perdendo spesso le lezioni. Un dramma che segna per tutta la vita questi bambini. Sempre l'indagine di Fontana ha messo in luce che i baby lavoratori soffrono di solitudine, hanno uno stile di consumo incentrato su beni materiali appariscenti e scarse aspirazioni per il proprio futuro. Unica consolazione: il lavoro minorile non rappresenta di solito un via d'accesso alla criminalità. La ricca Italia non è dunque affatto estranea e lontana dallo sfruttamento minorile. E anche famiglia e scuola devono stare sul banco degli imputati. Tutte le indagini dimostrano infatti che sono proprio i genitori a spingere i propri piccoli al lavoro. Per necessità, a volte. Ma spesso solo per cultura, perché molte famiglie, soprattutto se papà e mamme hanno fatto la stessa esperienza, sono convinte che sia meglio cominciare a lavorare subito piuttosto che studiare.
E la scuola ha dimostrato di avere difficoltà a recuperare questi bambini, a proporsi come un modello alternativo al lavoro precoce. E' un circolo vizioso che non aiuta e anzi impedisce la crescita: il baby lavoratore manca spesso alle lezioni e studia poco; di conseguenza prende brutti voti, non ha gratificazioni né stimoli; e finisce, nel tempo, per dover lavorare proprio perché va male a scuola. (LUMSA NEWS) - Francesca Barra e Mariasivlia Santilli

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