A cura di Donne in web
Pubblicato il 30/04/2001
Perchè le donne non votano le donne?
Nella legislatura appena terminata le donne sono meno del 10 per cento dei parlamentari: 26 senatrici su 315 e 72 deputate su 630 onorevoli. Nei consigli comunali la rappresentanza femminile è addirittura più bassa: il 9 per cento. Ancora peggiore è il rapporto, se si guarda alle posizioni di vertice del governo. Al ministero degli Esteri solo una volta si è affacciata una donna, Susanna Agnelli. Al ministero dell’Interno è stata chiamata solo Rosa Russo Jervolino.
E anche quando le donne sono protagoniste di grandi iniziative politiche, sono sempre gli uomini a coglierne i frutti. In pochi sanno che Laura Pennacchi, sottosegretario del tesoro nel governo Dini, ha scritto la delicata, ma importantissima, riforma delle pensioni.
Nonostante i progressi compiuti dalla società e anche se le donne rappresentano più della metà dei cittadini, la divisione sessuale e la discriminazione nei loro confronti sono ancora evidenti. Perché forte è la resistenza culturale ad accettare ruoli della donne al di fuori di quelli classici. Anche se ormai si moltiplicano gli esempi eccellenti in tutto il mondo. Basta pensare a figure come Ingrid Betancourt, la “pasionaria delle Ande” che si prepara a sfidare i Narcos e pulire la Columbia, o come Lourdes Flores Nano, peruviana e leader del Conservator Partido Popular Cristiano, che ha guidato la lotta nel '91 contro l’ex presidente Alan Garcia. Senza dimenticare Condoleeza Rice segretario di Stato americano, Hilary Clinton eletta al Senato di New York , Indira Gandhi,e tante altre.
Nell’Italia del 2001, però, si voltano le spalle a queste evidenze e nelle liste preparate dai partiti per le elezioni politiche e amministrative del 13 maggio il numero delle candidate è perfino diminuito rispetto al passato, a destra come a sinistra, al Sud come al Nord. Con esclusioni o sottovalutazioni clamorose. Cristina Matranga, di Forza Italia, in un Paese come la Sicilia ha messo a repentaglio in nome della battaglia politica la sicurezza personale. Ma questo non è bastato a salvarla. Una sorte simile è toccata a Francesca Izzo, fino a poco tempo fa responsabile della donne ds, e anche a Sandra Fei, la giornalista famosa per essersi ripresa le due figlie rapite dall’ex marito colombiano, che il segretario di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, non ha riproposto. Anche chi ce l’ha fatta, poi, ha dovuto sudare molto più dei colleghi maschi. Ornella Piloni, ds milanese, sottosegretaria al ministero del Lavoro e impegnata in questa legislatura a definire importanti contratti nazionali, fino all’ultimo non ha avuto la certezza di essere inserita nelle liste.
Le uniche a passare senza sforzo sono state al contrario le candidate di “buona famiglia”, cioè le mogli eccellenti di mariti altrettanto noti. Sono state candidate infatti la moglie di Clemente Mastella, la moglie di Pippo Baudo, Katia Ricciarelli, Chiara Moroni figlia del socialista suicida, la figlia di Craxi, Stefania, che si batte per la memoria del padre. La vedova D’Antona che corre con i ds.
Ma è proprio una strada senza uscita? In realtà, esistono numerose associazioni non governative militanti in favore di un miglioramento della condizione femminile. Ma poche di incoraggiare le donne a partecipare alla vita pubblica. Un anno fa, durante il convegno a Ginevra “Poche e poco potenti”, si è stilato un rapporto dell’Unione interparlamentare (Uip) che ha preso in esame la situazione politica femminile in 151 Stati e nelle Assemblee parlamentari di altri 174. Secondo il rapporto la quota di donne parlamentari nel mondo non supera il 13 per cento e la proporzione di donne capo del governo si abbassa al 5 per cento. Fanno eccezione solo il Paesi dell’Europa del Nord, per lo più dotati di un sitema proporzionale o misto. A Helsinki, caso unico al mondo, ci sono sia una donna capo di stato che una che presiede il Parlamento, con una proporzione di donne ministro e parlamentari rispettivamente del 44 e 36,5 per cento.
Si potrebbe dunque parlare di rappresentanza non basata sulla democrazia paritaria, concetto chiave della conferenza nazionale delle democratiche di sinistra, svoltasi a Chianciano Terme, nel 1999.
Eppure, le donne sono convinte di essere migliori degli uomini. Il 42 per cento delle intervistate da un magazine femminile, Donna moderna, dichiara che l’Italia, con un governo in rosa, sarebbe migliore.
“E’ un dato che dice: affidiamoci al nuovo” sostiene Franca Chiaromonte, segretaria di Emily, l’associazione femminile di sinistra, nata per aiutare le donne ad entrare in politica. Ma non è solo la novità a determinare questa convinzione femminile. Spiega Maria Teresa Armosino, responsabile delle donne di Forza Italia: "Sulle questione concrete le donne sono più brave perché sentono i problemi quattro volte più degli uomini: noi nei problemi reali ci viviamo dentro. E facciamo politica per risolverli”.
Non solo. Secondo l’ex ministro dell’Agricoltura e ora sindaco di Lecce, nonché eruoparlamentare di Forza Italia, Adriana Polibortone, le donne hanno caratteristiche che le rendono più adatte al comando: “Siamo più corrette e scegliamo di appoggiare un’idea al di là degli schieramenti.
E questo spaventa gli uomini, perché, se prendono posizione in qualche ambito, lo fanno solo per avere in cambio una posizione di potere”. Una convinzione condivisa anche da Emma Bonino, leader radicale:” Noi siamo la maggioranza della popolazione e per ragioni storiche abbiamo meno clientele. E il nostro sistema partitico non è basato sul merito, ma sulle clientele. Per questo – conclude Bonino_ ci ne sono poche donne in lista”.
La conclusione? Forse la si può ritrovare nelle parole della filosofa Luisa Muraro: “L’assenza delle donne da certi luoghi non squalifica le donne, ma quei luoghi”