A cura di Donne in web
Pubblicato il 06/05/2001
Per il concorso letterario "cyrano2000". Il racconto di Buci Sopelsa-il quadro che vedrete nell'immagine è di creazione dell'artista. Per info. visitare il sito www.buci.it
ARTE: VIZIO O VOCAZIONE
Nell'immediato dopo guerra, quando ero piccola, facevamo i pendolari.
Gli spostamenti erano determinati dai litigi, più o meno violenti che scoppiavano, a casa del nonno Dino, tra il papà e la nonna Santina, a casa della nonna Cia, tra lei e la mamma.
Dopo la baraonda, gli strilli e i pianti, qualche lancio di stoviglie, subentravano giorni di muta tensione, si cambiava casa e si cambiava mondo!
Lasciare la casa di Venezia per quella dei nonni materni, in un paesino di campagna tra Padova e Vicenza, era sempre molto triste e non aspettavo altro che l'insofferenza arrivasse al punto di rottura per vedere la mamma preparare di nuovo i bagagli per l'imminente prossimo trasferimento.
In campagna tutto era ordine meticoloso, attenzione alle piccole cose quotidiane, orari precisissimi da rispettare con maniacale rigore, pacati brontolii della nonna che trovava da ridire continuamente su tutto e tutti.
Bisognava parlare sottovoce, lavarsi le mani dopo aver toccato cani, gatti, denaro, giocattoli e quasi qualunque altra cosa, e prima di toccare il cibo e andare a letto, e rimettere gli oggetti toccati al loro posto, ma proprio in quello giusto, essere puntuali in tavola prima che il nonno Dino si togliesse il camice da dottore, si fosse lavato le mani e fosse pronto per raggiungerci.
Durante i pasti, che erano serviti in tinello, dalla "serva" Rosina, il silenzio era d'obbligo, come non lasciare assolutamente nulla nel piatto, pena il sentire la nonna Santina raccontare come ci fossero bambini che morivano di fame e come la solita cieca riuscisse, andando tastoni giro in giro per il piatto con la forchetta, a trovare anche un solo chicco di riso sfuggitole!
Per non sentire ancora una volta quelle storie angoscianti, cercavo di prendere poco cibo per non correre il rischio di doverlo avanzare.
La vita in campagna era di una noia mortale; mai nessuno che venisse per casa, niente scuola o contatti con altri bambini perché, secondo la mamma, avrei finito per prendere i pidocchi, parlare dialetto, imparare parolacce sputare o subire non so quali altre terribili conseguenze da contatti tanto inquinanti!
Nemmeno con il bellissimo Zai, il pointer del nonno Dino, potevo giocare più di tanto, perché anche lui era un cane serio; serviva al nonno per andare a caccia, era super istruito e non si poteva correre il rischio di guastarlo.
Tutta una storia diversa era, invece, quella che si viveva nella casa della nonna Cìa, a Venezia, Canaregio 3499, la casa dove sono nata e che per me ha sempre rappresentato l'ideale della vera Casa!
Già arrivare in Laguna era una vera festa, e poi la gente, i negozi, l'acqua, i vaporetti, le gondole, i palazzi, gli ori e i mosaici; era tutto così vivo e ricco e prezioso, da farmi dimenticare il periodo di solitudine e isolamento appena trascorso.
Immediatamente dopo aver assaporato quelle prime sensazioni, mi prendeva l'ansia di arrivare presto a casa, di percorrere più in fretta possibile le tre ultime calli, sempre più strette, prima dell'ultimo ponte odoroso di resina, dal quale vedevo le finestre con il poggiolo carico di fiori multicolori del salotto grande e da dove, immancabilmente, la nonna spiava con ansia il nostro arrivo.
Finalmente il gran portone di legno massiccio si apriva sull'immenso androne in penombra che sapeva di muschio, di muffa, di carbone e pipì di gatto, e poi lo scalone di marmo largo e interminabile, sempre più luminoso verso l'alto, finche, stanca, eccitata e arrancante, ero accolta dalla nonna col suo odore inconfondibile, dall'abbaiare di Febo e poi via via da tutti gli altri, da tutta la famiglia che ci faceva festa!
La lite, che aveva determinato la partenza precedente, non era mai esistita e le giornate, almeno nei primi tempi, si susseguivano nel sereno caos e nell'improvvisazione continua che costituivano le caratteristiche principali della vita alla Madonna Dell'Orto.
La prima sorpresa era costituita dallo scoprire dove ci saremmo sistemati durante il nostro soggiorno, perché il labirinto di sale, saloni, corridoi, stanze, stanzini, scale e ripostigli cambiava continuamente destinazione, con il cambiamento di umori della nonna, o le nuove esigenze della famiglia che si allargava. Quando uno degli zii o zie si sposava, "provvisoriamente", finché la coppia non avesse trovato una sistemazione definitiva, veniva cambiata una parte dell'abitazione per creare un nucleo semi - indipendente per la nuova famiglia e, da quest'esigenza conseguiva un riadattamento di molti altri spazi in modo tale che, anche a distanza di pochi mesi, non si poteva immaginare che cosa ci sarebbe stato al posto di cosa d'altro!
La nonna, per un po' di tempo, era sempre molto orgogliosa dei suoi cambiamenti, e li mostrava a noi, nuovi arrivati, con gran soddisfazione, nell'attesa degli immancabili complimenti, perché: tutto quello che la nonna Cìa faceva doveva andare assolutamente bene!
Questa era l'unica regola inderogabile, alla quale era meglio attenersi, senza porre inutili e infruttuose discussioni.
Per il resto, la vita era un fermento continuo, dove l'arte, nelle sue varie espressioni era protagonista assoluta.
Lo zio Ciani, il più vecchio dei fratelli del papà, viveva, con la zia Armida, il mio cugino preferito Bebei, quasi un fratello, e Dodi e Pupo, e poi, a breve distanza di tempo sarebbero arrivati anche Titti e Tati, in un piccolo appartamento raggiungibile per una stretta scala, dal corridoio in fondo, sopra " el camarin del carbon".
Aveva studiato scultura e faceva lo scultore, ma aveva una grande passione per la lirica. Amava soprattutto Otello e, da sotto, si poteva capire il momento in cui si svegliava, dal suo preferito esercizio mattutino; tentare a gola spiegata, di intonare le note dell'esultate con il finale difficile acuto, che quasi mai gli riusciva, terminando invece con una "stecca" che costituiva motivo di ilarità e presa in giro di quanti avevano sentito l'ennesimo tentativo fallito: i più gentili gli davano del castrato, che non capivo cosa significasse ma non mi sembrava una cosa carina.
Lui, con il suo inguaribile ottimismo e buon umore ci riprovava sempre, mattina dopo mattina..un giorno, inaspettatamente, riuscì a infilare tutte le note senza errori: l'emozione e la sorpresa furono tali che finì per terra, come un sacco vuoto, svenuto per l'emozione, circondato da buona parte della famiglia, accorsa per le congratulazioni e sorpresa invece, nel trovarlo in quella condizione!
Da quel giorno cambiò repertorio mattutino per conservare nel ricordo, quell'unico insperato successo.
Mio padre, di poco più giovane, aveva studiato pittura con il maestro Saetti, prima al liceo, dove aveva conosciuto la mamma e poi all'Accademia di belle arti dove si erano diplomati nello stesso anno.
Spesso faceva, da assistente al maestro aiutandolo nella stesura di enormi cartoni, con il carboncino, per qualche grande lavoro. In queste occasioni un qualche angolo di una qualche sala veniva adibito a studio, con cavalletti e pedana per i modelli, presi a caso tra parenti o amici o visitatori occasionali, che all'improvviso si potevano trovare immobilizzati in qualche assurda posizione, per il tempo necessario a farne uno schizzo.
Tanto lo zio Ciani teneva all'eleganza, aveva i capelli pettinati con cura e metteva sempre i pantaloni sotto il materasso per averne la piega perfetta, tanto il papà si disinteressava completamente del suo aspetto, e specie quando lavorava, girava imbrattato di colori, carboncino o qualunque altro materiale stesse usando, e si incazzava come una iena se qualcuno, specie se era la mamma, gli diceva di ripulirsi.
Se il suo mestiere era la pittura, che gli riusciva con grande facilità, così sentivo dire, la sua grande passione era la musica e il calcio e il suo tempo libero lo trascorreva suonando uno dei pianoforti, quello verticale del salotto dove si mangiava, giocando al calcio nel campo di fronte alla chiesa, o cantando qualche pezzo d'opera.
La mamma era pittrice per totale e caparbia determinazione e, in contrasto con il suo aspetto quasi fragile e la sua aria falsamente arrendevole, nessuno è mai riuscito a spostarla di un millimetro dalle sue decisioni.
E fortemente decisa, doveva essere, per riuscire a convincere i suoi genitori a lasciarla, appena quattordicenne, e a quei tempi, frequentare il liceo artistico, studiare a tempo perso il violino, e stare da sola a Venezia!
Non credo che lei stesse comoda e a proprio agio, nella casa della nonna Cìa, perché le differenze erano veramente molte e insormontabili.
Tanto la mamma era riservata, così la banda del papà non conosceva pudori, lei parlava con voce controllata, quelli urlavano e davano libero sfogo ai loro sentimenti e ai loro mutevoli umori, loro erano abituati a vivere in comunità, mentre la mamma era stata abituata alla solitudine, in spazi esclusivi e senza interferenze.
Da quanto ricordo, una delle sue occupazioni e preoccupazioni, quando eravamo a Venezia, era quella di riuscire a circoscrivere uno spazio che fosse abbastanza "privato " da consentirle di istallare il suo necessaire da pittura, fuori dalla portata di occhi o mani indiscrete. Se io, o altri potevamo tranquillamente usare senza problemi l'attrezzatura del papà, che era comunque e costantemente in disordine, quella della mamma era off limits: si accorgeva immediatamente se veniva spostato anche il più piccolo oggetto, se si era toccato un pennello o un tubetto di colore.
Lo zio Teddy, il più giovane dei maschi, studiava lirica. Girava sempre per casa con una morbida sciarpa bianca al collo, passava ore con la testa sotto un asciugamano sopra un pentolone di acqua bollente e aromatizzata, temeva gli spifferi più del diavolo e la sua grande preoccupazione era La Voce!
La mattina, infatti, non gli si chiedeva, come stai, ma: come sta la voce? Come si trattasse di una cosa autonoma rispetto la sua persona.
Era sempre molto elegante e pulito e credo avesse molte "storie," ma la sua fidanzata vera, quella che veniva per casa, era una certa Elettra che a me piaceva molto perché era piccolina, con un carattere vivace e allegro, un sacco di curve e una fantastica criniera di capelli rosso Tiziano.
Credo piacesse molto anche a mio zio, purtroppo non piaceva per niente alla nonna Cìa, che diceva, senza farsi sentire dallo zio, che era una troia e una civetta...e, neanche queste mi sembravano cose carine!
Teddy passava ore e ore a fare vocalizzi in una stanza in fondo, dove non veniva disturbato dagli esercizi della zia Etta che occupava una stanza dal lato opposto della casa.
La zia, infatti, suonava il pianoforte. Studiava al Benedetto Marcello, ma con una certa frequenza il maestro Amendola veniva a darle lezioni a casa, fermandosi spesso a cena e allora le conversazioni, sempre molto accese, vertevano principalmente sulla musica, sulle varie interpretazioni, su chi aveva suonato bene o male e dove, e la serata si concludeva quasi sempre in concerti improvvisati ai quali tutti partecipavamo in rispettoso silenzio.
La zia Liana, che aveva solo qualche anno più di me e spesso si divertiva a giocare con noi cugini, studiava il violino, ma essendo il violino trasportabile e lei la più giovane, non aveva un luogo destinato a tale scopo così era costretta a cercarsene uno tranquillo di giorno in giorno, e poteva essere ovunque; in bagno o nella cucina in fondo, quella che si usava raramente e dove il nonno, quando era in vena, faceva le frittelle.
Le zie, oltre a studiare dovevano anche collaborare, come tutte le donne che venivano a trovarsi per casa, anche ai lavori domestici, cosa non richiesta agli zii, e così capitava che il risotto fosse rigirato seguendo un particolare solfeggio, o lo spazzolone per lucidare il pavimento trascinato per i saloni al ritmo di una qualche mazurca, con uno di noi cugini seduto sopra a fare peso, per aumentare la lucentezza della palladiana.
La persona che si distingueva da tutte le altre era il nonno Rico, una roccia dalle mani d'acciaio.
Era alto, con occhi di ghiaccio e un'aria piuttosto severa, ma non sempre e , di solito, era la nonna Cìa a mediare i rapporti tra lui e il resto della famiglia. Lei era il tramite delle decisioni o dei desideri del nonno, ma non sono proprio sicura che fossero proprio e sempre del nonno!
Lui era il punto fermo, nel moto ondoso generale.
Andava regolarmente in "studio" tutte le mattine, telefonava alla nonna più o meno alla stessa ora per sapere se c'era qualche problema o se tutto andava bene, rincasava sempre con la borsa piena di sorprese alimentari e, a quanto posso ricordare, era l'unico che avesse introiti regolari e, credo, piuttosto abbondanti, che la nonna gestiva con parzialità e spregiudicatezza.
Sembrava che la sua missione, nella vita fosse quella di viziare e accontentare la sua "Vecia" in ogni capriccio, dal più pazzo al più legittimo, e i compleanni di Lei, si svolgevano in un tripudio di fiori , cioccolatini, e regali assurdi ed erano il momento del raduno generale, più che a Natale o in qualunque altra festa comandata. Si preparava la tavola delle grandi occasioni e io e mio cugino Bebei, che senza misteri eravamo i preferiti della nonna, le sedevamo sempre accanto, ricevendo un ingiusto ma assai gratificante, per noi, trattamento privilegiato.
In quelle occasioni, la roccia si sgretolava e diventava un dolce e romantico ragazzo, che improvvisava poesie in lingua, per la sua eterna ragazza.
Un'altra circostanza, in cui il nonno mostrava di sé una aspetto diverso, era quando, nei momenti liberi, o in vacanza, si metteva a dipingere.
Prediligeva la tecnica dell'acquerello, e da quelle mani robuste, che noi bambini temevamo, uscivano teneri e delicati paesaggi della nostra cara Venezia. E questi paesaggi veneziani li dipingeva in qualunque parte del mondo si trovasse, tanto aveva la città nel profondo del suo cuore.
Al vertice di tutto e di tutti, c'era la nonna Cìà, chiamata scherzosamente, ma non troppo, il Duce o Mussolini! Era piccolina e rotondetta con incredibili occhi gialli e mani nervose che non stavano mai ferme. Lei dirigeva, pilotava, programmava, disponeva..
aveva un'energia inarrestabile e una sensibilità da strega.
Fumava come una turca, tenendo la sigaretta tra il medio e l'anulare, e succhiando il fumo con gran soddisfazione, andava in giro fin di prima mattina carica di gioielli grandi e appariscenti, vestiva in modo allegro e colorato e non disdegnava le parolacce e il turpiloquio, specie quando era incazzata, e capitava molto spesso!
E' una delle donne che più hanno contato nella mia vita: amavo la sua grinta, il suo coraggio e anche la sfrontatezza che inalberava come un trofeo di guerra, anche e sopra tutto, nell'affrontare le situazioni più difficili e apparentemente irrisolvibili.
La sentivo sempre dalla mia parte senza riserve, e a lei potevo ricorrere in qualsiasi momento sicura di ricevere tutta l'attenzione e l'aiuto necessari.
Forse i miei ricordi sono un po' idealizzati o deformati dal tempo trascorso, ma è certo che in quella casa vi era una grande energia e un'irrefrenabile vitalità, dovuta , sicuramente, anche al fatto che si trattava di tutte persone molto giovani, dinamiche, estroverse e esteticamente belle, che affascinavano irrimediabilmente quelli che ne venivano in contatto.
I miei genitori, in fondo, erano dei ragazzini, così come lo erano i miei zii e le zie, i loro compagni, i loro amici, e tutti avevano un gran voglia di ridere, di giocare, di ballare, di cantare, di discutere.
Ricordo certe partite a nascondino, in giro per tutta la grande casa, che coinvolgevano tutti, grandi e piccoli. E veramente, non saprei dire chi si divertisse di più, fra noi e loro.
A tavola non si era mai in numero preciso perché, oltre i parenti, vi erano molte altre persone che gravitavano intorno alla famiglia, che finivano per farne quasi parte e, spesso, i dopo cena si trasformavano in happening ai quali tutti partecipavano.
Per noi cugini, il cui numero aumentava a ritmo continuo, arrivarono misteriosamente anche Chichi e Chica e poi altri ancora,(ma il mistero, almeno per me, si andava chiarendo), la situazione, a Venezia, era fantastica!
Avevamo una grande casa a disposizione, un enorme giardino sul retro, che arrivava in laguna, e un campionario incredibile di umanità alla quale attingere per soddisfare le nostre insaziabili curiosità.
Con tanta gente a disposizione c'era sempre qualcuno disposto a darci retta, a raccontarci storie, a partecipare ai nostri giochi o permetterci di partecipare ai loro: un pezzo di creta umida al punto giusto da poter modellare, carta, cartoncini, colori, gessetti, carboncini, per " aiutare" i grandi in qualche lavoro o dare spazio alle nostre fantasie.
L'arte si legava molto spesso anche alle favole che ci venivano raccontate, perché, quando il repertorio classico rischiava di diventare ripetitivo e di annoiare, l'adulto di turno, incaricato di tenerci tranquilli, inventava a ruota libera prendendo spunto dalle immagini di un qualche libro d'arte o da qualche riproduzione di quadro, particolarmente ricco di personaggi e avvenimenti, ai quali dare interpretazioni adatte a suscitare il nostro interesse
C'era un grande libro su Velasquez, al quale ero molto affezionata e sfogliandolo, ho elaborato le mie prime fantasie infantili. Mi identificavo con la principessina bionda, al centro de " las meninas", anche se pensavo di essere molto più carina. Inventavo delle storie che ci riguardavano, mi pettinavo come lei, cercavo di avere lo stesso portamento dritto e regale e mi addentravo in quel suo mondo, alla ricerca di un principe, che mi piacesse.
Mi soffermavo sempre a contemplare il mio cavallo preferito, che era quello bianco con il fiocco rosso sulla fronte, e che cavalcavo percorrendo boschi e colline sotto un celo minaccioso, ma non riuscivo a trovare un principe che mi piacesse abbastanza, col quale inventare una storia interessante.
L'unico carino. era Baltasar Crlos, con la sua splendida tenuta da caccia ma, per i miei gusti, era troppo piccolo e troppo biondo.
Di queste fantasie infantili, e della lunga frequentazione con Velasquez, mi è rimasta una grande passione per i cavalli andalusi e una scarsa simpatia per gli uomini biondi, con la pelle troppo bianca, il mento sporgente e le labbra bavose!
Non ho ricordi, per quanto vada indietro nel tempo, che non siano legati a pittura, musica, scultura, estetica, arte, o poesia strettamente connesse al pensare o all'agire nella quotidianità delle nostre giornate.
Se qualche adulto, notando la mia facilità di usare matite e colori mi chiedeva, e lo facevano tutti, se da grande avrei fatto la pittrice come mamma, papà eccetera, rispondevo ovviamente, no, neanche per idea! era come chiedermi se da grande avrei continuato a respirare, dormire, mangiare..per la mia vita da adulta, sognavo cose diverse e mondi nuovi da scoprire.
Crescendo, in maniera totalmente inconscia, ho iniziato a provare un grande interesse, una curiosità, quasi un bisogno di confrontarmi con la vita " normale", con le persone altre, con quelli diversi.
Molte delle pene e delle sofferenze della mia esistenza da adulta, hanno avuto origine da questo "bisogno", che ha richiesto molto lavoro, molto tempo, e molta fatica per essere identificato e superato.
Nel frattempo, finché mi cimentavo con il mondo dei " normali", che spesso mi sembrava strano e incomprensibile, strappavo ore alla notte per ritrovare, attraverso la tela e il colore, quella parte di me che insisteva a voler sopravvivere, a dispetto di tutto, di tutti e delle mie stesse scelte.
Sarò sempre grata a Lionello Puppi che, ormai tanti anni fa, ha insistito, dopo avermi conosciuta in casa di amici comuni, perché gli mostrassi quelle tele che riposavano, girate contro le pareti, nella parte più segreta della mia abitazione. E' stata la sua determinazione di persona "autorevole", a darmi la spinta necessaria a decidermi di esporre il mio lavoro in pubblico, e iniziare la mia seconda vita che è strettamente collegata a quella della Madonna Dell'Orto e a quel mondo che avevo tanto amato.