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CONCORSI LETTERARI

Anche il mondo è nato Piccolo!

A cura di Donne in web

Pubblicato il 06/05/2001

Con gli occhi di chi non sa distinguere.



“E tu dovresti essere il piccolo Mattia”, mi disse acutamente lo zio Ivan.

Che poi, non è che fosse realmente il mio vero zio, ma a me piaceva chiamarlo così. Mi divertiva, era sempre allegro, con un sorriso stampigliato sul volto, che pareva che gli avessero tirato la pelle fin dietro le orecchie.
“Sguardo fisso e sempre attento”, mi ripeteva in continuazione.
Già, come se ormai non lo avessi capito! Lo avevo memorizzato quel motto, ed era diventato quasi un’ossessione, talmente me lo ripetevo io stesso. Però lo zio mi piaceva per tante altre cose. Non si lamentava mai del suo negozio di frutta in città, sempre a ridere e scherzare, “sempre tutto d’un pezzo” diceva il papà.

Delle volte chiedevo allo zio come facesse a resistere così tanto; già, già, ho provato a spostare una cassetta di frutta, ma pesa tantissimo. Lui, non è che ci mettesse poi così tanto, era un gigante ed io volevo diventare alto, alto, come lui.

La mamma mi diceva che era corteggiatissimo, che uno come lui faceva impazzire tutte le donne. Io le chiesi “perché?”. E senza perdersi d’animo, come al suo solito, la mamma mi diceva che era un bell’uomo, “corpulento, con due spalle così, lo sguardo fiero e una forza mostruosa”. Che poi non ho mai capito perché la mamma era sempre a macchie, e ogni volta che glielo chiedevo mi rispondeva che il signore voleva così. Io, li per li non ci pensavo, ma un giorno le chiesi “quale signore?” e lei rispose “quando sarai grande lo capirai”.

Che bella la mamma che avevo, sempre dolce ed affettuosa, sempre pronta a dividere il suo pane con me; era bello quando mi coccolava e mi passava la mano tra i capelli. Tranne una volta, quando dopo un viaggio lei tornò, ed io corsi verso di lei e la abbracciai e strinsi forte, forte, e lei mi respinse indietro come si allontana chi non vuoi bene. Piansi per pochi minuti, ma poi le tiepide lacrime lasciarono spazio ad un sorriso radioso, quando questa volta lei, correndo verso di me, mi spiegò tutto, proprio, proprio tutto! Mi raccontò del suo viaggio, mi disse che si era divertita tantissimo con la sua amica Lorena, che riuscirono a vendere tanta frutta fresca. La mamma non mangiava mai frutta, ora che ci penso, chissà perché? E mi raccontò e raccontò, mille loro storie; mi disse “sai delle volte c’è così tanto da lavorare che facciamo tardi, tardissimo e io sono stanchissima, ma ti penso sempre”.

Quella sera la mamma era di una bellezza radiosa, i suoi lunghi capelli lisci le superavano di poco le spalle ed i suoi occhi brillavano come non mai, sembravano due stelle nel buoi della stanza. Eh si le sue carezze erano sempre gradite, e poi aveva dita piccole e ben tornite, non come quelle dello zio Ivan, tozze, durissime e ruvide. Però quella notte fu strana, la mamma non riusciva a muoversi, io le chiesi “perché”, e lei rispose “e per via delle macchie”. La guardai nelle gambe e ne vidi di nuove, le dissi, ehi mamma, una nuova qui e una ancora qui. ‘Ma come sono nate?’. Lei, con tanta calma disse, “ah, la frutta!”. “Dormi, Mattia, ora dormi” mi sentii dire poco dopo, ed io dormii tra le braccia della mia mamma preferita.

Al risveglio.
Mamma:- Mattia, Mattia, su alzati. Mattia:- No, mamma lasciami dormire ancora un pochino, sto sognando. Mamma:- Su dai piccolo, è arrivato lo zio Ivan. Mattia:- Lo zio Ivan?
E in tre secondi guizzai fuori dal letto come fanno le anguille dentro la bacinella del pescivendolo del paese. Papà diceva sempre che Luca il pescivendolo aveva pesce freschissimo, e quando andavamo da lui, mi divertivo tantissimo a seguirle e rimetterle nella bacinella. Papi non voleva che andassi con la mamma da Luca, diceva che non era un posto da donne, diceva che era roba da uomini.

Io mi sentivo grande quando andavo da Luca, ero un uomo li!
Mamma:- Allora Mattia, sempre con i tuoi pensieri, vero? Dai, sbrigati che fai tardi! Mattia:- Si corro giù, ciao mamma.

E feci di corsa tutti gli scalini della prima rampa, ma poi mi fermai, e con altrettanta voracità rifeci tutti e otto gli scalini, uno ad uno, per tornare indietro.
“Beh, ancora qui” borbotto la mamma sorridendo, “corri vai”. Ma io la guardai e le chiesi se lei sarebbe stata per sempre con me. Lei annui e rispose allo stesso tempo “certo piccolo, certo”.

E via, giù di corsa per le scale.
Mattia:- Zio Ivan! Ciao, come stai? Zio:- Ciao Mattia, corri che c’è Luca che ci aspetta!
Andavamo da Luca, nemmeno ci credevo, eravamo io e lui che andavamo da Luca. Ero felice, soprattutto dopo che la mamma mi aveva detto che sarebbe rimasta per sempre con me. Tutte le altre mamme erano andate a vendere frutta e non erano mai più tornate, ma lei aveva promesso, lei sarebbe rimasta!
Ed io e zio Ivan andavamo da Luca.
Zio:- Allora Mattia, oggi dobbiamo comprare pesce buono per quelli della città, mi raccomando, occhi aperti. Mattia:- Sguardo fisso e sempre attento. Zio:- Bene, molto bene.

Da Luca quella mattina facemmo grossi affari, comprammo un sacco di pesce fresco e lo zio fu felice. Luca mi regalò una triglietta fresca, fresca. Disse che era roba buona e che papà sarebbe stato contento dell’affare. Lo zio mi disse anche che un giorno sarei potuto andare da solo da Luca, ed io ne fui veramente felice.
Quella stessa sera raccontai tutto alla mamma, ma lei fu meno felice di me, soprattutto quando le dissi che un giorno sarei stato io ad andare a comprare da solo il pesce. Dopo quelle parole il suo volto si accartocciò come un foglio stropicciato, gli occhi si spensero e iniziò a lacrimare. Io le chiesi il perché, ma non ci fu verso di farla parlare.
Che strana che era la mamma, taciturna quando tutti erano a casa, ma se stavamo soli si apriva come un fiore baciato dai raggi del sole in una giornata primaverile. Con me era sempre allegra e sognavamo insieme delle volte, e lei mi diceva che avrei dovuto andare a scuola tra poco, e che voleva che io studiassi tanto, tanto, per capire tutte le cose che lei non era in grado di spiegarmi.

Io dissi che volevo vendere la frutta come papà e comprare il pesce come lo zio Ivan. Ma ogni volta che lo ripetevo lei si ammutoliva, sembrava non capire, ma mi voleva un mondo di bene e me lo ripeteva sempre.

Quella lunga sera a cena c’erano Ivan, papa, io, la mamma e due amici di papà che venivano dalla città. La mamma fece da mangiare per tutti e come ogni giorno prendeva il suo panino, lo divideva in due e me ne dava la metà, ed io facevo lo stesso col mio. Metà a me e metà a lei.
Era il nostro bellissimo gioco, tutto e solo nostro.
Poi, poco dopo cena, zio Ivan si allontanò con la mamma e tornò dopo qualche minuto. La mamma non rientrò e mi chiedevo cosa stesse facendo. Fui li, li per alzarmi, quando una voce mi disse, “Mattia accompagna i signori giù da Sve”. Papà amava chiamare la mamma col suo nome corto, ma io lo sapevo già scrivere tutto e ormai non lo sbagliavo più. Feci come mi disse, e poi tornai da loro come mi aveva suggerito e mi intrattenne con lo zio, spiegandomi del pesce e della frutta. Ridemmo per almeno un ora, ma la mamma ancora non tornava, e nemmeno i due uomini della città tornavano. Mi chiedevo che cosa stessero facendo nel fienile. Poi zio Ivan si alzò e disse “è ora”. Io iniziai a ridere e dissi allo zio, ti ho fregato, avevi la bottega aperta da un sacco di tempo! E iniziai a ridere a crepapelle, e anche papà rise e disse “che ragazzo vispo che abbiamo” e mi sentii già grande!

Dopo pochi minuti lo zio tornò con i signori e la mamma. La mamma sembrava stanchissima, pallida, sudata, ma nonostante tutto iniziò a pulire. Nel mentre i due signori ridettero e scherzarono con tutti e tre per un’altra decina di minuti buoni, buoni.

Eh si, la mamma era grande, è lei che mi aveva insegnato a leggere l’ora!
Si fece quindi notte inoltrata e i due decisero di andar via, ma andarono via anche papà e lo zio Ivan. Rimasi ancora una volta solo con la mamma, che finì di pulire e poi mi mise a nanna raccontandomi una storia di principi e principesse.

Ed era solo il primo giorno d’estate, un’estate calda, caldissima si preannunciava secondo lo zio Ivan. E pensavo alle parole del papà dette quando la mamma non c’era “caro Mattia quest’anno ci saranno molti pesci da vendere, e la gente vorrà tanta, tanta frutta”. Secondo il suo modo di vedere, la stagione sarebbe stata buonissima, diceva che dalla città erano cresciuti gli ordini e che pagavano bene la frutta, soprattutto quella fresca. Mi disse che le trigliette venivano a costare tantissimo, che il loro costo era salito oltre ogni più rosea aspettativa. Però diceva anche che pescare le triglie era difficilissimo, che ci voleva pazienza, ma che lui ne aveva tanta e che c’era chi lo faceva per lui, senza che lui stesso si sporcasse.

Parlava sempre di lavarsi le mani, di scaricare barili e cose del genere, ed io, forte delle sue parole, rubate quando mi nascondevo dietro la tenda nera, avevo capito tutto; e prima di mangiare mi lavavo sempre per benino le mani. Ancora non avevo capito bene cosa fossero i barili, ma ci avrei giurato, un giorno li avrei scaricati anch’io!
Il giorno seguente la mamma mi disse, “vai giù che c’è una sorpresa per te!”. Corsi i miei soliti otto gradini ad una velocità incredibile, poi con la stessa identica velocità dovetti tornare ancora una volta indietro per dire buongiorno alla mamma. E la mamma mi fece un sorriso immenso che dentro al cuore nemmeno ci stava, ed allora feci una piroetta su me stesso e corsi di nuovo giù, velocissimo come la paglia al vento.

Ero ormai all’ultimo scalino quando la vidi, era quanto di più bello avessi mai potuto desiderare, la mia biciiiiiiiii.

Zio:- Allora Mattia, ti piace? Mattia:- Siiiiiiiiiiiiiii! Ben tornato zio!

E ci salii sopra in maniera avida e decisa. Volevo subito correre tra le stradine della fattoria, ma non sapevo andarci ancora in bici. Comunque mi piaceva, me la avevano regalata quei due signori gentili di città, mi disse lo zio, ed io fui contentissimo.

Fu la mamma ad insegnarmi ad andarci, finché un giorno non caddi e mi sbucciai un ginocchio. Ma ero contento uguale, avevo le stesse macchie della mamma. La ferita bruciava, ma ero contento lo stesso, almeno avevamo una cosa in comune.

La mamma per mesi non andò più a vendere frutta, ma in quella bellissima estate vennero tanti uomini di città alla fattoria, e lo zio Ivan era sempre il solito distratto, ogni volta che tornava dopo essere uscito assieme alla mamma aveva la bottega aperta. Ed io ridevo, ridevo, e ridemmo tutti insieme anche quando quella palla di lardo del signor Finningan tornò lui un giorno con la bottega aperta.

Quella stessa notte la mamma mi disse che nella vita ci sono cose belle e cose brutte, io non capivo come la frutta e il pesce potevano essere una cosa brutta. Solo perché a lei non piacevano, non voleva mica dire che era roba brutta! Non capii mai perché la mamma mi disse del peccato e dell’amore, non lo capii mai davvero. Della luce e dell’ombra. Non capii mai perché mi disse della bici e dei signori di città. Non lo capii proprio.

Ora lei non c’è più, è fuggita via “ha detto il papà”, è fuggita in una notte stellata, dopo avermi raccontato la sua ultima storia, sul rispetto e sulla speranza.

Ora, caro diario ti lascio, devo andare al parco, ci vado con la mia bici nuova, quella del mio nuovo papà Giordano e della nuova mamma Laura; ci vado con Speranza, la mia piccola sorellina di città. Ciao cara mamma, e grazie per avermi insegnato ad andare in bici. Sai, il nuovo papà mi ha detto “hai voluto la bicicletta?. E allora pedala!” Ma in fondo cara mamma, è quello che mi hai insegnato tu. Pedalare appunto. E quando tra poco andrò a scuola io dirò a tutti che so già scrivere il tuo nome e non solo quello.
Ciao, mamma Svetlana, ti voglio un bene grande così.

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