LA PRIMA PIPPA. DOPO NE SEGUIRONO ALTRE

Racconto di Simone, per il concorso "cyrano2000"

Da bambino ero ben inserito in un gruppetto di amici losco e organizzato.
Sparpagliato in mezzo alla strada, passavo ore e ore a tirare pallonate
contro ogni bersaglio racchiuso tra due ipotetici pali. Tra noi del gruppo
ci si scambiava delle gran legnate. A queste si aggiungevano quelle di mia
mamma, affezionatissima al legno della scopa e isterica, quando tornavo
tardi per cena, tumefatto e puzzoso, con le scarpe nuove traforate e
qualche arto slogato. Noi del gruppo eravamo veri duri. Niente ci
intimidiva. Neanche la vedova con la barba della misteriosa casettaaffianco
dove, si diceva, si usava banchettare a base di bambini.
Ricordo che allora solo un individuo riusciva a inibire la mia tempra di
maschio. Eppure, era un vecchietto allegro.
Rugoso, curvo e zoppo, aveva una dentatura composta da un unico, precario
elemento. Mi puntava ogni volta che lo incrociavo. E ogni volta miripeteva:
“Ti funziona il pistolone?”.
L’angoscia che mi subliminava quella frase inquietante era per metragedia.
Non sapevo cosa volesse dire esattamente. Ma dai modi e dal suo sguardo
malefico, intuivo c’era qualcosa di piccante, qualcosa che non tanto “si poteva”. Sicuramente aveva a che fare con quegli esseri spregevoli e
arroganti: le femmine. Sì, loro.
Un mondo inesplorabile e profondamente incompatibile con il nostro. Nel gruppo l’argomento era vietato. Erano vipere, quelle che odiavano il
pallone, ruffiane e pettegole, causa di estorsioni e castighi ingiusti. Le
femmine bisognava trattarle male e se avevi il coraggio di sputare suquelle
più pericolose, allora sì che eri un mito. Più sputavi, più eri un leadere più acquistavi potere all’interno del branco. Era proprio in quel periodo, però, che le femmine cominciavano a turbarmi. Per carità, nessuno doveva
saperlo! Cominciavo a percepire qualcosa di strano per loro. Avevo comunque
intuito che esisteva un legame diretto tra il pistolone di cui il
vecchiaccio parlava e le femmine, ma non sapevo come le due cose si
incastrassero. Già da tempo notavo che il mio, il pistolone, fino adallora
adoperato per imbrattare la ciambella del cesso o per scopi bellici, si
atteggiava a volte in modo strano. Si incapricciava, emetteva umori diversi
e cambiava di volume. Che stava succedendo?
Un bel giorno, sperimentai. Mia mamma era di la sul balcone. Mi sdraiaisul
letto e mi aggrappai al cuscino. Spingevo e mi strusciavo. Sentivo forteuna
sete, un bisogno, una sensazione strana. E rispingevo e mi strusciavo e
qualcosa saliva, cresceva. Intanto, mi apparivano, le vedevo, le cercavo.
Erano loro, le femmine. Mi affollavano la mente. Sentivo come il desiderio
di essere risucchiato in una grande voragine, in un tunnel, il bisogno di
andare da qualche parte. E mi strusciavo e spingevo e un piacere maiprovato
saliva. Ma non riuscivo a saziarmi, a reprimere quella voglia. Finché,
provato e sudato, caddi in un sonno profondo. In seguito, riprovai ancora.
Ma era sempre la stessa storia: un piacere nuovo rimaneva strozzato. A che
serviva dunque il pistolone? Chiesi a Mimmo, il mio compagno di banco. Lui
sapeva sempre tutto e riusciva ogni volta a dare buoni consigli. “Te lodevi
tirare il pistolone, stronzo!”, mi disse.
Tornai di corsa a casa, chiusi la porta della mia cameretta e mi aggrappai
al letto. Strinsi il cuscino e subito, loro, tutte quelle femmine,tornavano
con prepotenza. Leccavano la mia mente, prendevano mille forme e assumevano
posizioni indefinite. E mi strusciavo e spingevo. Quella voglia cavalcavae
spingevo, mi strusciavo e sudavo, spingevo e mi stancavo. Ed eccoapparirmi
Marina, la smorfiosina, in alto Michela la mezza candela, più giù Rosetta
scaccoletta. D’improvviso, ecco un ginocchio della maestra e un mondo di
ricamini, pizzi e tutto color di rosa. E mi strusciavo. Tolsi il cuscinoe,
impavido, presi a tastare un angolo del letto. E ci davo e ci davo, ma non
arrivavo da nessuna parte.
Nervoso e sudato, lo afferrai con le mani. Lo tiravo, l’arrotolavo esudavo,
lo sbatacchiavo e ritiravo. Finché, ecco, mammamia, oddio ma che è: sputò.
Ero tra il felice e lo sconcertato. Ma era tutto chiaro. Noi del gruppo si
aveva ragione. E capii a che serve il pistolone: a sputare le femmine.
E fu così che ben presto, e per lunghi anni, divenni il leader indiscussodi
tutto il quartiere.

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Pubblicato il martedì 08 maggio 2001 in: CONCORSI LETTERARI

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