Ne sono affetti figli e mariti incapaci di metabolizzare l’assenza della madre-moglie tra le mura domestiche. La denuncia giunge dalla psicoterapeuta Maria Rita Parsi, presidente della Fondazione Movimento Bambino, intervenuta al convegno “La donna tra famiglia e lavoro”, organizzato il 7 e l’8 marzo dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
La “sindrome del nido vuoto” fino a pochi anni fa, spiega Parsi, coinvolgeva gli stessi soggetti ma con meccanismi invertiti: indicava la crisi della madre per il distacco dai figli che lasciano la casa d’origine per dar vita a un nuovo nido. Una terminologia specchio di tempi e costumi in rapida evoluzione. Oggi a lamentarsi sono padri e bambini che si sentono poco accuditi. “La madre è uscita ed è entrata nel sociale”, afferma denunciando una crescente parallela “disattenzione” verso l’infanzia.
La recente emancipazione delle donne italiane non è stata accompagnata da meccanismi esterni capaci di ammortizzarne gli effetti sul contesto familiare. Con risultati disastrosi sulla crescita dei bambini.
Parsi adduce ad esempio positivo i paesi scandinavi dove esiste un’alta cultura dell’infanzia, quasi una “cultura del presepe”: “quando nasce un bambino tutti si mobilitano intorno a lui”, commenta.
Qui l’assenza delle madri-lavoratrici è compensata da una rete di servizi, sostegni statali, lavoro di équipe di psicoterapeuti presso le scuole e le case, il cosiddetto “home-visiting”.
La scelta della carriera come “fuga” dalla famiglia, seppur crescente in Italia, non è ancora generalizzata. Parsi denuncia un alto tasso di “stress da inibizione d’azione”, inteso come rinuncia inconscia sia all’evasione sia al confronto-scontro con gli altri. Molte donne pur di non sconvolgere l’ordine funzionale del sistema sociale accettano il contesto familiare ma lo vivono come una “costrizione” frustrante. I risultati a lungo termine di questa dedizione auto-imposta sono esasperazione, atteggiamenti di autolesionismo, rifiuto di vivere, regresso, fino alla malattia fisica come arma per far pesare sulla comunità circostante la propria inconscia non-realizzazione.
Dietro alla maggioranza dei casi di depressioni, perdita del desiderio sessuale, fino ai più gravi tumori al seno e all’utero, si nasconderebbe la voglia di lasciarsi morire dopo aver svolto il proprio compito o l’incapacità di continuare a svolgerlo perché troppo gravoso.
E’ quanto Parsi definisce una sorta di “narcisismo di morte”.
Fuga dal ruolo di madre e moglie, poca dedizione ai figli e bassa natalità: tutto questo in nome della carriera?
Non ne è affatto convinta Paola Villa, docente di Storia Economica presso l’Università di Trento, che non mette in discussione l’abilità nel conciliare casa e lavoro.
Le giovani donne istruite non se la sentirebbero di mettere al mondo più di un figlio a causa dell’incertezza delle carriere lavorative. Insomma, sarebbero le condizioni e le opportunità del sistema occupazionale ad inibire la crescita della natalità e non questioni di identità di genere.
Una visione rassicurante sull’universo femminile impegnato dentro e fuori casa arriva dagli Stati Uniti. Mary Cunningham Agee, Fondatrice e Direttore Esecutivo di The Nurtering Network, sostiene che il segreto per una buona conciliazione sia saper distinguere in principio tra “vocazione” e “lavoro”, intendendo con la prima il ruolo di madre e moglie. Individuate le giuste priorità, onestà di coscienza e forza di volontà saranno poi gli strumenti per garantire ascolto costante alle esigenze dei propri familiari e perseguire con rigore la carriera senza per questo “tradire” la vocazione.(LUMSA NEWS) - VDV -
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