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Alcuni possibili nomi

A cura di Donne in web

Pubblicato il 03/04/2005

La difficle scelta per la successione si orienta su vari nomi:Tettamanzi, Scola, Hummes, Dias

foto intervento

Alcuni nomi spiccano nello scenario italiano, oltre a quello del Segretario di Stato Sodano in buona posizione per essere un candidato di compromesso e di transizione. Il cardinale Dionigi Tettamanzi di Milano, il patriarca di Venezia Angelo Scola, il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione dei vescovi. Anche il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei e vicario papale per la città di Roma, è pronto a entrare nel gioco.

Angelos Scola, patriarca di Venezia, è salito da poco nell'olimpo dei papabili. Ma è stata un'ascesa rapida. Uomo di grande cultura, collaboratore di Wojtyla in alcune delle sue encicliche, convinto della necessità della cultura occidentale di "contaminarsi" con gli stimoli vitali provenienti dall'Asia e in special modo dalla cultura islamica e indiana, Scola è stato anche rettore dell'università Lateranense e sostiene l'urgenza di rilanciare l'antropologia cristiana.

Tettamanzi è da anni un papabile di rango. Studioso di morale, profondo conoscitore dei problemi della famiglia - un tema chiave per papa Wojtyla - è assai sensibile ai temi della giustizia sociale e della globalizzazione, ed è stato il porporato italiano più impegnato nella campagna di Giovanni Paolo II in difesa della pace nell'anno della guerra americana all'Iraq.

Temperamenti freddi, ma di acuta intelligenza sono Ruini e Re, che hanno goduto del favore di Giovanni Paolo II. Entrambi sono moderati e conoscono bene la macchina ecclesiastica (e la politica italiana). Ruini negli ultimi anni ha sempre più sottolineato l'esigenza per la Chiesa di confrontarsi con la cultura contemporanea e di trovare il linguaggio giusto per non essere tagliata fuori dai grandi rivolgimenti tecnici e scientifici. La sua "missione per Roma" e il suo "progetto culturale" per la Chiesa italiana sono stati considerati un modello interessante dall'episcopato di varie nazioni.

Sempre attuale resta comunque l'"opzione latino-americana", come viene chiamata in Vaticano. Esprime l'esigenza di far risaltare ulteriormente l'internazionalizzazione della Chiesa. In America latina vivono oggi la metà dei cattolici di tutto il mondo. Un papa latino-americano rappresenterebbe visibilmente la fine dell'eurocentrismo cattolico e, si potrebbe dire, quasi il passaggio fisico del baricentro ecclesiale dall'Europa al Terzo Mondo. Fede e giustizia sociale sono le corde che vibrano maggiormente in questo campo. Un Pontefice sudamericano sarebbe un pastore segnato dal contatto con una realtà viva, drammatica, tumultuosa. Capace di capire le masse ansiose di una globalizzazione umana e in cerca di una salvezza che le strappi da un destino di solitudine interiore. Al tempo stesso sarebbe un pontefice culturalmente assai vicino alla tradizione di Roma e non sarebbe percepito come un salto nel buio.

Il brasiliano Claudio Hummes, arcivescovo di San Paolo, il messicano Norberto Rivera Carrera, l'honduregno Oscar Maradiaga, l'argentino Jorge Mario Bergoglio sono i più in vista. Hanno tutti una fede viva e una forte sensibilità sociale.

Avremo un Papa nero? Non manca chi sogna il momento in cui l'universalità della Chiesa si esprimerà attraverso il volto di un figlio del ''continente della speranza'' come lo chiamava Giovanni Paolo II. L'Africa è la terra in cui il cattolicesimo si sta espandendo a ritmo velocissimo e presenta personalità di grande rilievo, fra cui emerge il nigeriano Francis Arinze. Per lunghi anni responsabile del consiglio pontifico per i rapporti con i non - cristiani e dunque tessitore di rapporti con musulmani, buddisti e induisti, Arinze è un cardinale conosciuto per sensibilità, finezza, senso dell'umorismo e modestia.

Come in ogni gara non possono mancare gli outsider. E l'Europa ne offre parecchi, tutti di razza: Christoph Schoenborn di Vienna, Vladislav Vlk di Praga, Godfried Danneels di Bruxelles, Antonio Rouco Varela di Madrid e Cormac Murphy-O' Connor arcivescovo di Westminster, Philippe Barbarin di Lione. Schoenborn è un teologo di grande cultura, aperto alle correnti del pensiero moderno, che nella tempesta scatenatasi in Austria per il caso del cardinale pedofilo Groer ha dimostrato doti di leadership, di franchezza e capacità di dialogo con i movimenti contestatori e riformisti. Come Pontefice dalle parziali ascendenze ebraiche rappresenterebbe un simbolo suggestivo della riconciliazione tra il popolo di Cristo e il popolo di Mosé. Vlk porta con sé le stimmate della persecuzione del regime comunista: per qualche anno fu costretto a fare il lavavetri. Ma soprattutto è testimone dell'impetuoso processo di secolarizzazione prodottosi nel postcomunismo nei paesi dell'Europa orientale. La violenza del capitalismo selvaggio e dell'ateismo pratico gli è ben nota e d'altronde il fenomeno è motivo di preoccupazione per tanti cardinali elettori.
Danneels, invece, potrebbe ridare fiato alla tradizione riformista del concilio Vaticano II. Vivo papa Wojtyla, non si è peritato nei decenni passati di rivolgere anche qualche critica al suo conservatorismo dottrinale.
tratto dall'articolo di MARCO POLITI- Repubblica, 2 aprile

http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/esteri/papa6/succe/succe.html

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