Gina Pane e la coscienza del corpo

"Non è facile occuparsi del corpo come linguaggio, almeno per colui che si rende conto che esso possiede una struttura linguistica. Il messaggio corporale possiede una massa e un peso tali che provare a decifrarlo provoca difficoltà e allarmi". Gina Pane

Nata a Biarritz nel 1939, morta a Parigi nel marzo del 1990, Gina Pane è una delle più importanti protagoniste della body-art internazionale che si è spinta più oltre nell’indagare la resistenza del proprio corpo al dolore. L’artista ha esplorato, scorticato, lacerato, ustionato, tagliuzzato e straziato il suo corpo, mettendo la sua vita diverse volte in pericolo.
Nel 1971 in Nourriture, télévision, feu, l’artista dopo aver guardato le notizie del telegiornale e mangiato carne cruda avariata, spegne, con le mani e con le piante dei piedi nudi, una serie di fuochi provocati con liquidi infiammabili su uno strato di sabbia, sino a quando il dolore delle ustione non la costringe a smettere.
Nel 1973, in Azione sentimentale, performance dalla evidente simbologia sessuale, l’artista entra in scena vestita di bianco e con un grande bouquet di rose che richiama quello di una sposa. Lentamente e con esasperante precisione prima si conficca le spine dal polso alla piega dell’avambraccio sinistro, disponendole in fila, una a 5 centimetri dall’altra, poi si taglia il palmo della mano con la lama di un rasoio.
Nel 1974, in Psyché, dopo aver riprodotto i tratti del suo volto su uno specchio, l’artista si taglia, con una lametta, le arcate sopraccigliari ed il ventre.

Il corpo diventa per l’artista progetto, soggetto, oggetto e confine per la sperimentazione di performance che trovano nella fotografia il loro supporto ideale.

“I miei lavori- dice l’artista- erano basati su un certo tipo di pericolo. Arrivai spesso ai limiti estremi, ma sempre davanti ad un pubblico. Mostravo il pericolo, i miei limiti, ma non davo risposte. Il risultato non era vero e proprio pericolo, ma solo la struttura che avevo creato. Questa struttura dava all’osservatore un certo tipo di shock. Non si sentiva più sicuro. Era sbilanciato e questo gli creava un certo vuoto dentro. E doveva rimanere in quel vuoto. Non gli davo nulla”.
Le sue performance cruente e poetiche rimandavano a uno stato infantile come scoperta della fisicità, per poi approdare alla riproposta dell’amore come strumento di con-divisione e speranza.

“E’ a voi che mi rivolgo perché voi siete questa unità del mio lavoro: l’altro (…)
Il corpo ha un ruolo fondamentale nel noi (…)
Se apro il mio corpo affinché voi possiate guardarci il mio sangue,
è per amore vostro: l’altro.
Ecco perché tengo alla presenza delle mie azioni”.
(Gina Pane, Lettera a uno/a sconosciuto/a, “ArTitudes”, n. 15/17, ottobre-dicembre 1974).

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Pubblicato il domenica 13 luglio 2008 in: ============== NOVECENTO

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