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Dalla Commissione Europea
di Bruxelles è stata avviata la procedura per il cosiddetto “early
warning“, cioè un “avvertimento preventivo” relativamente
all’elevato rischio per l’Italia di non rispettare per il 2004 i parametri
previsti dal “Patto di Stabilità”. In particolare, il caso
dell’Italia è relativo al rapporto tra deficit e PIL.
Nel Patto di Stabilità (1997)
erano previsti alcuni “criteri di convergenza” che costituivano
le condizioni necessarie per entrare nella UEM e che devono essere rispettati
dai paesi membri. In particolare, il punto principale, più discusso e più
problematico riguarda la finanza pubblica, sia in termini di deficit
di bilancio, sia in termini di stock di debito pubblico. Il rapporto
tra il deficit e il PIL non deve superare il 3%, mentre lo stock di
debito non deve superare il 60% del PIL o almeno convergere
significativamente verso tale soglia.
La
situazione italiana risulta particolare e anomala, in quanto il nostro paese è
stato ammesso alla UEM, nonostante quest’ultimo punto relativo allo stock del
debito non fosse rispettato. Ad oggi (aprile 2004), lo stock di debito risulta
ancora superiore al 105% del PIL. In più, i problemi relativi alla sostanziale
stagnazione degli ultimi tempi hanno presentato la possibilità (ormai assai
probabile) che anche la soglia del 3% del deficit nel 2004 venga superata.
La procedura quindi prevede che, se
il deficit di un Paese si avvicina al tetto del 3% del Pil, la Commissione
proponga e il Consiglio Ecofin decida un “early warning”, al quale
segue una raccomandazione vera e propria nel caso di sforamento del bilancio.
Gli Stati che non rispettano gli impegni assunti vengono sottoposti a sanzione,
che assumono la forma di un deposito infruttifero da convertire in ammenda dopo
due anni se permane un disavanzo eccessivo.
Nel
caso italiano, tralasciando ogni questione sull’opportunità o meno dei
parametri, sicuramente l’avvertimento si è reso necessario non solo per il
pericolo del superamento della soglia del 3%, ma anche in considerazione del
già elevato debito pubblico, la cui riduzione negli ultimi anni si è comunque
ottenuta più con misure “una tantum” che con vere e proprie riforme
strutturali, come sarebbe invece auspicabile.

Francesco Venuti









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