I tre grandi “poli” che gli economisti, rischiando lo
strabismo, cercano di tenere sempre sotto controllo (Stati Uniti,
Eurolandia, Giappone) presentano alla fine dell’estate 2006 una
situazione, per quanto riguarda i tassi ufficiali, alquanto
diversificata.
Il Giappone, infatti, permane in una situazione di
tassi ufficiali (nominali) prossimi allo zero, segnando un esempio “da manuale”
di trappola della liquidità e di tassi di interesse reali che possono diventare
negativi. Nell’estate 2006 il tasso ufficiale giapponese è salito (il 14 luglio)
allo 0,4%, dal precedente valore di 0,1%. Dall’8 settembre 1995 i tassi
ufficiali del Giappone risultano permanere al di sotto dello 0,6%.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, i timori di un
rallentamento dell’economia sono stati sufficienti per contrastare le pressioni
inflazionistiche e quindi interrompere la catena di rialzi del tasso ufficiale,
che, dal 29 giugno 2006 è fermo al 5,25%. La FED statunitense si è sempre
dimostrata particolarmente veloce e decisa nel muovere i tassi, tanto verso
l’alto quanto verso il basso. Si ricordi che per buona parte dell’anno 2000 il
costo del denaro oltreoceano era pari al 6,50%, ma la Banca Centrale e l’allora
Governatore Greenspan non si fecero troppi problemi a dar fiato all’economia nei
problemi degli anni successivi, arrivando a toccare l’1% a metà 2003. Da metà
2004, tuttavia, la ripresa dell’economia ha nuovamente portato i responsabili
della politica monetaria ad intraprendere una nuova scala di rialzi,
raggiungendo così il valore attuale di 5,25%, il più alto da metà 2001.
Infine, per quanto riguarda la Banca Centrale Europea,
notoriamente più cauta e moderata negli interventi sul costo del denaro,
nell’estate 2006 si è assistito ad un aumento il 3 agosto, che ha portato il
tasso ufficiale al 3%, motivato da una sostanziale tenuta della
congiuntura economica e da pressioni sull’inflazione dovute soprattutto al
caro-petrolio.

Francesco Venuti









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