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A cura di Nicola Fullin
Pubblicato il 10/03/2003
Einstein disse: “la cosa al mondo più difficile da capire è l’imposta sul reddito”
Quando Einstein disse: “la cosa al mondo più difficile da capire è l’imposta sul reddito” forse stava pensando alla nuova irpef del 2003. Nell’anno appena iniziato infatti si pagheranno davvero meno tasse, ma a prezzo di un’ulteriore complicazione nel calcolo delle imposte.
La finanziaria infatti non si limita a dei ritocchi sulle aliquote o sulle detrazioni, ma modifica strutturalmente l’imposta ed introduce un nuovo sistema di deduzioni, che porterà ad una diminuzione della pressione fiscale sui redditi più bassi.
Il meccanismo dell’Irpef 2003 è così diverso da quello in vigore che non ha senso confrontare le nuove aliquote per scaglioni con quelle del 2002.
Infatti da una semplice occhiata alle tabelle si ricava l’impressione di un aumento sui redditi medio bassi, mentre è vero esattamente il contrario.
Un esempio su tutti: un lavoratore dipendente che dichiari per il 2003 un reddito complessivo di 7.500 euro, non dovrà pagare alcuna imposta, anche senza calcolare gli oneri deducibili o detraibili, mentre a parità di condizioni, con le regole in vigore per il 2002 pagherebbe un’irperf di 369 euro.
La novità è data da un sistema di deduzioni studiato per compensare l'aumento della prima aliquota, che diminuisce al crescere del reddito e che presenta differenti profili per lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati.
Per tutti è prevista deduzione di 3.000 euro cui si aggiungono:
4.500 euro per il reddito da lavoro dipendente
4.000 euro per il reddito da pensione
1.500 euro per il reddito da lavoro autonomo
Ciò significa, ad esempio, che la deduzione base per i dipendenti è di 7500 euro (4500+3000), mentre per i redditi che non rientrano in nelle categorie citate (es reddito da immobili) è di 3000 euro.
Questa somma tuttavia non costituisce l’ammontare realmente deducibile dal reddito, ma solo il massimale e l’importo reale da sottrarre ai propri redditi andrà calcolato applicando una formula matematica che, nella sua versione più semplice, è la seguente:
(26.000 euro + deduzione - reddito complessivo)/ 26.000= aliquota utilizzabile della deduzione
Intendendo per “reddito complessivo” il reddito al lordo degli eventuali oneri deducibili (come i contributi Inps), che saranno utilizzabili per abbattere l'imponibile, come già avviene attualmente.
Se il risultato della formula è maggiore o uguale a uno, la deduzione spetta per intero (il reddito è esente); se è zero o minore di zero la deduzione non compete; se è compreso tra zero e uno, la deduzione compete per l'aliquota definita dal rapporto di cui sopra.
Esempi di Calcolo
Prendiamo un reddito di un dipendente di 20.000 euro. Quale sarà la deduzione spettante?
(26.000 + 7500 - 20.000)/ 26.000= 0,519
questo 0,519 è la quota di deduzione spettante. Ora moltiplicando 0.519 per 7.500 si ottiene la deduzione di cui godrà il lavoratore dipendete in questione.
0.519 x 7.500 = 3.894
il lavoratore detrarrà 3.894 euro dal proprio reddito (20.000 - 3.894 = 16.106) e 16.106 sarà la base imponibile su cui si applicheranno le aliquote.
Scomponiamo il reddito in due parti 15.000 e 1.106, sulla prima si applica l'aliquota del 23%, sulla seconda si applica l'aliquota del 29%
15.000 x 23% = 3.450.
1.106 x 29% = 320
sommando:
3.450 + 320 = 3.770
3.770 è l'imposta che dovrà pagare il lavoratore con un reddito di 20.000 euro.
Come si può notare il calcolo non è proprio semplice, ma per alcune fasce si complica ulteriormente per via di alcune detrazioni aggiuntive che serviranno a correggere il nuovo sistema. Diversamente infatti i soggetti con redditi sopra i 25.000 euro dovrebbero pagare più imposte che nel vecchio sistema.
A questo proposito, vediamo ora un altro esempio con un reddito, sempre da lavoro dipendente di 35.000 euro, in cui il rapporto previsto dalla formula è minore di zero, cioè è negativo:
(26.000 + 7.500 - 35.000)/ 26.000= -0,057
Poiché il risultato è un numero inferiore a zero (un numero negativo), non spetta alcuna deduzione e si applicano semplicemente le nuove aliquote.
Quando però si andrà a calcolare l’imposta si dovrà tener conto di una detrazione di 235 euro (tabella B) e questo, dopo i debiti calcoli che risparmiamo al lettore, fa risultare un’imposta di 9.327 euro.
In pratica la deduzione base ha un qualche effetto sul reddito solo al di sotto di determinate fasce: 33.500 (26.000 + 7.500) per il lavoro dipendente, 33.000 (26,000 + 7.000) per il reddito da pensione, 30.500 (26.000 + 4.500) per il lavoro autonomo. In tutti gli altri casi si applicano semplicemente le nuove aliquote.
La clausola di salvaguardia
La clausola di salvaguardia è un meccanismo aggiunto che prevede che nessun contribuente possa pagare più imposte rispetto al sistema attuale.
Infatti l’aumento della prima aliquota non sarebbe conveniente per alcune fasce di reddito. Per correggere questo effetto, sono state previste apposite detrazioni in euro (tab B) che servono appunto ad abbassare le imposte, ma complicano ancora di più il meccanismo.
Tuttavia anche con questa “pezza” può accadere che il nuovo sistema sia più oneroso. Ad esempio: un reddito di 11.000 euro, derivante esclusivamente dall’affitto di un appartamento godrà della sola deduzione base di 3.000 euro.
Applichiamo la formula:
(26.000 + 3.000 - 11.000)/ 26.000= 0,692 ------ 0,692 x 3.000 = 2.076 (deduzione spettante)
11.000 - 2.076 = 8.924 (imponibile)
8.924 x 23% = 2.052 (imposta netta)
con l'attuale sistema a questo livello di reddito si applica l'aliquota del 18% fino a10.329 euro e l'aliquota del 24% sui restanti 671 euro:
10.329 x 18% = 1859
671 x 24% = 161
1.859 + 161 = 2.020 (imposta netta secondo il sistema vigente per il 2002)
In questo caso la clausola di salvaguardia permetterà di optare per il sistema più favorevole e quindi su quello in vigore per i redditi 2002.