Ora che si avvicina il momento della ricostruzione in Iraq e che le forze armate italiane vengono chiamate a dare il loro contributo diretto, diventa estremamente importante un’attenta valutazione dei rischi provocati da una situazione ambientale particolarmente critica. Il territorio in cui dovranno muoversi carabinieri e forze speciale dell’esercito, già profondamente colpito dalla Guerra del Golfo del 1991 e dalle sanzioni successivamente imposte dalle Nazioni Unite, oltre alle minacce di un teatro di guerra convenzionale potrebbe, infatti, celare gravi rischi di natura chimica e radioattiva.
Anche se il conflitto si è risolto in un tempo relativamente breve, le forze della coalizione anglo americana hanno comunque dispiegato un’impressionante capacità di fuoco. Stando alle dichiarazioni rilasciate dagli esperti dell’aviazione statunitense, fino al 15 Aprile sono stati impiegati 18275 tra razzi e proiettili ad alta precisione, pari a circa il 67% del totale delle munizioni utilizzate nel corso del conflitto. Nello stesso periodo sono stati lanciati più di 800 missili Tomahawk Cruise, tre volte il numero utilizzato durante la Guerra del Golfo.
Il conflitto, con i suoi “effetti collaterali”, ha colpito pesantemente anche la popolazione civile. Milioni di persone, gli abitanti ad esempio di città come Baghdad e Bassora, si sono ritrovate senza disponibilità di acqua potabile e private di qualsiasi forma di assistenza medica. Una situazione che potrebbe facilitare il diffondersi di gravi epidemie e che minaccia gravemente l’intero ecosistema iracheno.
In questa situazione così critica, oltre ai pericoli determinanti dalla presenza di ordigni inesplosi e di mine, i militari italiani dovranno fronteggiare situazioni forse ancora più rischiose. In un rapporto pubblicato dall’United Nations Environment Programme (UNEP), commentando le immagini relative ai bombardamenti effettuati dagli aerei A-10 Warthog, contro i Ministeri della Pianificazione e dell’Informazione a Baghdad, viene avanzata l’ipotesi che si sia fatto uso di munizioni contenenti uranio impoverito, o più brevemente DU. L’uranio impoverito, un residuo dei processi di lavorazione utilizzati per produrre il combustibile dei reattori nucleari, per la sua alta densità viene utilizzato dai militari sia come arma di attacco che di difesa. Con il DU vengono realizzati, infatti, i rivestimenti protettivi a difesa dei carri armati più sofisticati oltre alle ogive delle munizioni anticarro utilizzate da aerei ed elicotteri. In una situazione di “non belligeranza” questo materiale è relativamente sicuro, perché le sue radiazioni hanno una bassa capacità di penetrazione e possono quindi essere facilmente schermate. Il pericolo aumenta considerevolmente in caso di un utilizzo effettivo. Quando i penetratori vengono lanciati contro i loro bersagli, la maggior parte dell’uranio esplode in frammenti incandescenti, liberando nell’aria pulviscolo radioattivo. Secondo le stime ufficiali dell’esercito americano, durante la Guerra del Golfo bruciarono in questo modo più di 300 tonnellate di DU e la situazione non dovrebbe essere certamente migliore nel conflitto appena concluso. L’esperienza acquisita nei Balcani da tecnici e ricercatori dell’UNEP dimostra che le zone contaminate da questi proiettili possono rilasciare pulviscolo radioattivo anche a distanza di anni. Per ridurre il rischio di inalare queste sostanze tossiche, sarebbe necessario perciò munirsi di maschere fino ad un raggio di distanza pari a 150 metri dai luoghi ritenuti pericolosi.
Una preoccupazione condivisa anche dagli esperti della Royal Society, che hanno richiesto ufficialmente in questi giorni, di essere messi a conoscenza dei luoghi in cui sono state utilizzate queste munizioni e soprattutto quanto DU è stato effettivamente rilasciato sul territorio iracheno. Il Professor Brian Spratt, responsabile del gruppo di ricerca costituito presso la Royal Society, per identificare i rischi determinati dall’utilizzo di armi con DU, è stato, a questo proposito, molto esplicito. Quanto insegnato dalla Guerra del Golfo e dal conflitto dei Balcani, indica che è indispensabile identificare al più presto civili e militari che dovranno essere sottoposti a programmi di monitoraggio per tenere sotto controllo gli effetti provocati dal contatto con l’uranio impoverito. Contemporaneamente dovranno essere decontaminate tutte le aree in cui sono presenti tracce di DU perché, come dimostrano i dati scientifici già oggi disponibili, il rischio per la popolazione può rimanere inalterato anche dopo anni. Secondo uno studio della Royal Society, disponibile anche in rete, i rischi che militari e popolazione civile siano esposti a livelli di contaminazione pericolosa nel corso del conflitto, sono trascurabili. Nonostante questo non è escluso che alcuni soggetti possano manifestare danni a carico dei reni ed un aumento della probabilità di sviluppare forme di cancro ai polmoni; una minaccia molto più concreta del pericolo provocato dalla leucemia o da qualsiasi altra forma tumorale. I pericoli maggiori sembrano invece collegati alla fase successiva della ricostruzione. Molti dei luoghi dove è stato fatto uso di munizioni contenenti uranio impoverito, possono presentare, infatti, un’elevata contaminazione del suolo. Le ogive DU possono penetrare facilmente in profondità rimanendo nascoste e riducendo così l’efficacia dell’azione di recupero ambientale. In questo modo il rischio della popolazione irachena e soprattutto dei bambini di inalare o ingerire sostanze radioattive rimane potenzialmente elevato anche in futuro. Una minaccia ancora resa ancora più grave dai processi di corrosione naturale, che potrebbero portare il materiale contaminato a contatto con le falde acquifere, producendo effetti gravissimi su zone ancora più ampie.
Emergenza Iraq
Ora che si avvicina il momento della ricostruzione in Iraq e che le forze armate italiane vengono chiamate a dare il loro contributo diretto, diventa estremamente importante un’attenta valutazione dei rischi provocati da una situazione ambientale particolarmente critica.
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