Il SIgnore degli Anelli La Magia del Passato

“Abbiamo dimenticato il sapore del pane, il rumore degli alberi, la delicatezza del vento. Abbiamo dimenticato il nostro nome.”

IL SIGNORE DEGLI ANELLI

LA MAGIA DEL PASSATO

di Ricky Colangeli

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“Abbiamo dimenticato il sapore del pane, il rumore degli alberi, la delicatezza del vento. Abbiamo dimenticato il nostro nome.”&#nbsp; Questa è una delle prime frasi con cui Peter Jackson ci ripropone in veste cinematografica il terzo libro dell’epopea letteraria “Il Signore degli Anelli”, un’epica storia che narra di fantastiche creature, luoghi meravigliosi, fortezze oscure, ma, soprattutto, una storia di Uomini che uniscono le loro forze per combattere il male. Spesso il genere fantastico è stato etichettato attraverso l’infelice e denigrante epiteto di “mezzo d’evasione”. A chi pensa questo, così replica Tolkien, lo scrittore di questa impagabile saga fantasy, in un suo saggio: “chi getta come un’accusa questa che dovrebbe essere una lode commette un errore forse insincero, accomunando la santa fuga del prigioniero alla diserzione del guerriero […]”, e ancora “Le fiabe parlano di cose permanenti, non di lampade elettriche, ma di fulmini. Autore o amatore di fiabe è colui che non si fa servo delle cose presenti”.

Si rivelava non poco ardua, quindi, la sfida da raccogliere per il regista che avesse voluto consegnare al cinema una degna trasposizione dell’epopea tolkeniana. Lo scopo primo sarebbe stato quello di ricercare un’abile mediazione fra spettacolarità ed emozione, serietà ed umorismo, imponenza e delicatezza. Peter Jackson sembra perseguire efficacemente tale meta, restituendoci in chiave brillante e moderna l’autentico valore che “fantasia” e “magia” assumono nella trilogia letteraria.&#nbsp;

I popoli liberi della Terra-di.Mezzo contro l’antico stregone Sauron: questo è, dunque, il nucleo centrale della trama. Uomini, Elfi, e Nani sono chiamati a tale fato, ma sarà un Hobbit, Frodo Baggins, a sfidare la tenebra di Mordor, spezzandone infine il potere. Da questo punto di vista, possiamo dire che la trilogia cinematografica ricalca abbastanza fedelmente i principali eventi che troviamo nel libro; tuttavia nel secondo film&#nbsp; il regista sembra muoversi con eccessiva libertà, sconvolgendo in maniera considerevole la caratterizzazione di certi personaggi (come Faramir e Gimli), nonché la storia stessa (la presenza degli Elfi al Fosso di Helm era, a mio avviso, del tutto evitabile). Molti altri cambiamenti si sono rivelati invece del tutto azzeccati e di gran classe, come l’ottimo l’espediente della lite tra Frodo e Sam sulle scale di Cirith Ungol, grazie al quale si giustifica la temporanea separazione dei due hobbit. Soprattutto nella Compagnia dell’Anello e nel Ritorno del Re abbiamo, quindi, un approccio del tutto conforme all’essenza del libro: davvero notevole, come introduzione del terzo film,&#nbsp; il breve cenno alla storia di&#nbsp; Gollum e del suo Tesoro, grazie al quale lo spettatore può comprendere a fondo la particolare concezione di “malvagità” che Tolkien ha costruito intorno alla figura dell’Anello. Così Smeagol dimentica progressivamente tutto ciò che un tempo lo rendeva umano; non sa più ascoltare il rumore degli alberi, oppure degustare il sapore del pane, poiché egli ama e odia un potere che lo sta consumando, quel Potere che uccide i ricordi e le speranze, rendendoci disperati schiavi del presente. La sua smania lo perseguiterà, lo sfigurerà, e lo condurrà al fondo della disperazione, laddove perfino la sua originaria identità verrà quasi del tutto cancellata, lasciando il posto ad una creatura sola e folle che prende il nome di Gollum.

L’impegno del regista si palesa anche nell’oculata scelta di espressioni chiave riportate dal libro: impossibile non menzionare le miniere di Moria, all’interno delle quali Gandalf dice a Frodo che non spetta a noi disporre a piacere del nostro destino, bensì soltanto decidere “cosa fare con il tempo che ci viene concesso”. Non manca un ampio spazio dedicato all’idilliaca Contea, culla dell’amicizia e della pace, celebrazione della vita semplice condotta attraverso un sereno rapporto con la natura.

Dal punto di vista visivo, non c’è appunto da fare: l’impatto è assolutamente impressionante. L’utilizzo degli effetti speciali non è mai abusato ed è sempre sfruttato al fine di rendere l’imponenza, la monumentalità, ma anche la delicatezza e l’eleganza delle svariate creature che abitano la Terra-di-Mezzo (forse un discorso a parte meriterebbe la soluzione scelta nella resa dell’esercito dei Morti nel terzo film, che non sembra amalgamarsi armoniosamente con il resto). Impossibile poi non menzionare il prezioso ed enorme lavoro svolto dai truccatori, la maestria nelle riprese aeree e nella scelta dei paesaggi&#nbsp; (indimenticabile l’accensione dei segnali di fuoco sulle montagne, accompagnati dalla frase di Gandalf: “la speranza divampa”), la perfezione maniacale nella ricostruzione di fortezze e città (Minas Tirith lascia senza parole). Lo spettatore viene così proiettato all’interno di un mondo fantasy credibile ed affascinante, dove il coinvolgimento è accentuato grazie alla particolare tensione emotiva che caratterizza ogni singolo personaggio. Ciò rende improbabile l’individuazione di un vero e proprio protagonista; la coralità è, in effetti, il principio chiave a cui si è ispirato Tolkien, e Jackson ha sapientemente scelto di non stravolgere tale disegno. Infine, un encomio alla magnifica colonna sonora composta da Howard Shore ed Enya: un tripudio di cori colossali e melodie dai rimandi celtici, capolavoro degno di una trilogia che ricorderemo a lungo.

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Spesso parole come “magia” o “fantasy” vengono utilizzate con superficiale leggerezza. Si tratta&#nbsp; di terminologie che generalmente vengono ricondotte a storie di stregoni, palle di fuoco, incantesimi incomprensibili… Lo scrittore de “Il Signore degli Anelli”, nonché di altre pietre miliari quali “Il Silmarillion” e “Lo Hobbit”, ci da’ invece un’interpretazione di “magia” del tutto peculiare che, a mio parere, rispecchia l’autentico significato di questo termine. Citando alcune considerazioni di Tolkien, tratte dal libro “Albero e Foglia”: “La magia produce, o finge di produrre, un’alterazione. Non è un’arte ma una tecnica; aspira al &#nbsp;potere in questo mondo, al dominio di cose e volontà […]. Alla base di molti racconti sugli Elfi sta il desiderio di un’arte vivente, che (per quanto esteriormente possa assomigliarle) interiormente è del tutto diversa dalla sete di potere egocentrico che è la caratteristica del semplice Mago.” Si rivela dunque&#nbsp; un evidente confine fra la mera “bacchetta magica” e “l’arte vivente”. Così, in Tolkien, la magia acquista una valenza nobile e del tutto singolare, essendo fulcro di saggezza, umiltà, dialogo, fedeltà, così come anche di tradimento, paura ed invidia. Tolkien non ci offre, quindi,&#nbsp; “palle infuocate” di grandezza commisurata alla potenza “dell’egocentrico Mago” che le evoca; egli ci offre un quadro ben più eloquente, narrando della Luce che affronta l’Ombra in una perpetua lotta ove uniche “potenze” sono l’amicizia e l’amore. Chiarito questo concetto, spetta poi all’arte Fantastica scegliere fra innumerevoli soluzioni creative; Tolkien ha incastonato la Luce nel bastone di Gandalf, ed ha tessuto la Tenebra fra le ali dei&#nbsp; Nazgul, ora tocca a noi ritrovare il piacere e l’onore di scrivere (o leggere) storie “Fantasy”.&#nbsp;


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Pubblicato il mercoledì 29 settembre 2004 in: Fantasy

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