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By Giallo e noir di Sabina Marchesi
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Giallo e noir di Sabina Marchesi guida dal 20-09-2004

Caratteristiche Gotiche ne "L'Idiota" di Dostoevskij

Come è possibile ricondurre alla letteratura russa la genesi del filone gotico, almeno in certe sue specifiche accesioni, in un saggio di Angela Ravetta.

foto intervento

Caratteristiche tipiche del racconto gotico

dell’ultimo capitolo de “L’idiota” di Dostoevskij

su gentile concessione dell'autrice Angela Ravetta

 

L’ultimo capitolo de “L’idiota” di Dostoevskij è un perfetto esempio di racconto

noir o gotico. L’utilizzo di vari generi letterari all’interno dei romanzi dell’autore

russo è stato rilevato da parte dei critici. Sarebbe interessante indagare in che

modo avvenga e per quali motivi. Nel caso in esame sussistono tutte le

caratteristiche tipiche del genere.

 

Due uomini giacciono tutta la notte sdraiati vicino ad una morta che uno dei due

ha ucciso. Ecco la descrizione del cadavere:

Sui piedi e sulle gambe si vedevano dei merletti ammucchiati, e sul biancore di

quei merletti spiccava, sporgendo da sotto il lenzuolo, la punta di un piede nudo;

quel piede sembrava scolpito nel marmo, ed era di una immobilità terrificante. Il

principe continuava a guardare , e quanto più guardava, tanto più incombente si

faceva il silenzio di morte che regnava nella stanza. Ad un tratto una mosca si

destò e cominciò a ronzare, volò per un po’ sopra il letto e si posò vicino al

capezzale.”

Da Fëdor Dostoevskij, L’idiota, Feltrinelli, Milano 2004

 

L’immagine del piede richiama i piedi di Emma Bovary morente:

Il sacerdote si alzò per prendere il crocifisso; allora Emma protese il collo come

un assetato e, appoggiando le labbra sul corpo dell'Uomo-Dio, vi posò con tutte

le forze che ancora le rimanevano il più appassionato bacio d'amore che mai

avesse dato. Poi il prete recitò il Misereatur e l'Indulgentiam, immerse il pollice

nell'olio e cominciò l'unzione: prima sugli occhi, che avevano tanto bramato i

lussi e gli splendori terreni, poi sulle narici, desiderose di aspirare tepide brezze

e sentori amorosi, quindi sulla bocca che si era aperta per pronunciare

menzogne, e aveva emesso gemiti d'orgoglio e grida di lussuria, e ancora sulle

mani che si dilettavano ai soavi contatti, infine sulle piante dei piedi, un tempo

così rapidi quando correvano verso l'appagamento del desiderio e che ormai non

avrebbero più camminato.”

 Dal cap. VIII della parte terza di “Madame Bovary” di Gustave Flaubert.

 

Sono parti per  il  tutto di un corpo già smembrato, ridotto a pezzi, su cui

Dostoevskij fa posare una mosca, Flaubert l’olio santo, Poe un gatto.

 

“Il cadavere, già putrefatto in gran parte imbrattato di grumi di sangue, apparve,

ritto in piedi, agli occhi degli spettatori. Sulla sua testa, la bocca rossa spalancata

e l’unico occhio di fiamma, stava appollaiata la bestia orrenda, le cui arti mi

avevano sedotto all’assassinio, e la cui voce accusatrice mi consegnava al boia.

Avevo murato il mostro dentro la tomba!”

 Edgar Allan Poe, Racconti, Torino, 2003, pag.350

 

L’omicidio è avvenuto in una cupa casa che il principe Mýškin riconosce, dalle

caratteristiche del padrone (Rogòžin), senza averla mai vista prima:

“Era una casa grande, a tre piani, di aspetto tetro, di color verde sporco e priva

di qualsiasi pretesa architettonica…tanto l’esterno che l’interno di queste case

hanno un aspetto arido e inospitale, si ha l’impressione che tutto vi debba essere

tenuto celato e coperto dal segreto, ma sarebbe difficile spiegare come mai

l’aspetto stesso della casa desti una tale impressione.” Ibidem, pag.266

 

Un quadro che rappresenta il Salvatore cadavere, “Cristo morto”, copia di quello

di Hans Holbein, lungo quasi due metri e alto meno di una trentina di centimetri,

è appeso sopra la porta della quadreria. Il principe Mýškin è oppresso da questa

immagine che può, a suo dire, far perdere la fede.

 

Il principe è l’idiota del titolo, uno jurodìvyj, cioè un “folle in Cristo”. Rogòžin ha

attentato alla sua vita, lo minaccia e lo spia:

“Gli occhi di Rogòžin scintillavano e un ghigno forsennato gli deformava il volto. Il

suo braccio destro si sollevò e nella mano stringeva qualcosa che luccicava. Il

principe non pensò neppure ad afferrare quella mano; gli parve soltanto, a

quanto poi ricordava, di aver gridato:

“Parfèn, non ci credo!…”

Un attimo dopo fu come se un velo gli si squarciasse improvvisamente davanti

agli occhi e una straordinaria luce interiore gl’illuminò l’animo.” Ibidem , pag. 303

 

Eppure il principe aveva appena scambiato con lui la croce che portava al collo:

“Vuoi che ci scambiamo le croci? Se è così, ne sono ben felice, Parfèn;

stringiamo un patto di fratellanza.”

Il principe si tolse dal collo la croce di stagno, Parfèn la sua, che era d’oro, e se

le scambiarono. Parfèn taceva. Con triste stupore il principe notò che la

diffidenza di prima, quel sorriso amaro e quasi beffardo, permanevano tuttora sul

viso del suo fratello di elezione, o almeno a tratti vi si manifestavano chiaramente.”

 Ibidem, pag.286

 Il capitolo XI si apre con il principe che ricerca affannosamente Rogòžin e la donna, Nastàs’ja Filìppovna. Egli vede ovunque gli occhi terribili di Parfèn e teme che sia accaduto l’irreparabile che aveva presagito.

 

“Tu però non distingui il tuo amore dall’odio,” replicò sorridendo il principe. “E se l’amore passerà, potrà capitare qualcosa di ancora peggiore. Fratello Parfèn, voglio dirti ancora questo…”

“Che le taglierò la gola?”

Il principe fu scosso da un brivido.

“La odierai terribilmente a causa dell’amore che le porti adesso, a causa dei tormenti che adesso devi sopportare.”

ibidem, pag.276

 

Quando il principe e Parfèn si incontrano, parlano a voce sussurrata, bassissima oppure tacciono. Il delitto è già avvenuto e in un clima di grande oppressione si accingono a vegliare la morta. La casa è buia, rischiarata solo dalla luna piena .

Dostoevskij riprende fedelmente i particolari tecnici dell’assassinio commesso dal mercante Mazùrin:

“L’ho coperta con un telo d’incerata, una buona incerata americana, e sopra l’incerata ho steso il lenzuolo; poi ho aperto anche quattro boccette d’acqua di Ždànov, e gliel’ho disposte lì vicino.”

ibidem, pag.746

 

Rogòžin, ormai fuori di sé, si mette a gridare.

“Trascorse così una mezz’ora; a un tratto Rogòžin prese a gridare e a ridere forte a scatti, come se si fosse completamente dimenticato che bisognava parlare sottovoce:

“Quell’ufficiale, quell’ufficiale…te ne ricordi? Ti ricordi della scudisciata che dette in faccia a quell’ufficiale, là, nel padiglione della musica, ah, ah, ah, te ne ricordi? E poi quel cadetto…sì, quel cadetto…quello che saltò su…”

ibidem, pag.749

Siamo sempre sotto l’impressione che egli possa uccidere il principe o che impazziranno entrambi e che il principe avrà un altro dei suoi attacchi epilettici.

Il principe non cerca di fuggire pur essendo consapevole degli impulsi che prova l’assassino. È in preda ad un vero terrore, ma non abbandona l’omicida come Cristo non abbandona il peccatore.

“Il principe lo guardava e aspettava; intanto il tempo passava e cominciava a farsi giorno. Rogòžin di tanto in tanto cominciava improvvisamente a borbottare qualcosa, a voce alta e brusca, pronunciando parole sconnesse; a momenti cominciava a gridare e a rider forte; allora il principe stendeva verso di lui la sua mano tremante e gliela passava delicatamente sul capo, sui capelli, accarezzandoglieli, e carezzandogli le guance…non c’era nient’altro che potesse fare! Egli stesso aveva ricominciato a tremare, e di nuovo a un tratto sentì mancarsi le gambe. Si sentiva oppresso da una sensazione completamente nuova, che gli stringeva

il cuore in una morsa di angoscia infinita. Nel frattempo si era fatto completamente giorno. Alla fine egli si distese sul cuscino, come se avesse perso ogni forza dalla disperazione, e accostò il suo viso a quello pallido e immobile di Rogòžin. Le lacrime scorrevano dai suoi occhi a bagnare le guance di Rogòžin, ma forse già in quel momento egli non sentiva più nemmeno le proprie lacrime, e non si rendeva neppure conto di piangere…”

ibidem, pag.750

 

Mýškin è un uomo buono e in quanto tale destinato alla follia per la follia degli uomini. Quando giungono i soccorritori il principe non è più cosciente ma non cessa di accarezzare con mano tremante il viso di Rogòžin ogni volta che questi urla in preda al delirio.

Nonostante la crudeltà dei fatti narrati una grande pace si effonde nei nostri animi. Egli è l’elemento altro, l’imprevedibile, (incarnato in un personaggio) che risolve il racconto, come se Cristo fosse sceso da quel quadro per lenire la pena del peccatore.

Tale caratteristica è tipica del racconto gotico.

Osserviamola in Poe: “Ed ecco un rombo lontano e discorde di voci umane. Ed ecco uno scoppio, come lo squillo di una moltitudine di tube insieme. Ed ecco l’aspro rotolar di mille tuoni. E le mura incandescenti si ritrassero spegnendosi, lente. E un braccio afferrò il mio in una morsa di ferro nell’istante in cui ero per precipitare svenuto nell’abisso. Era il braccio del

generale Lassalle. L’esercito francese era entrato in Toledo. L’Inquisizione era alla discrezione dei suoi nemici.” Edgar Allan Poe, Racconti, Torino, 2003,

pag.340 da “Il pozzo e il pendolo”

 

Angela Ravetta