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By Giallo e noir di Sabina Marchesi
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Giallo e noir di Sabina Marchesi guida dal 20-09-2004

L’Opera da Tre Soldi

Un saggio semiserio di Angela Ravetta sull’Opera a Teatro. Da leggere perché: a chi di noi non è mai capitato? E ve lo dice una che si è addormentata al concerto del conservatorio di Santa Cecilia… Non sempre la cultura è divertimento, o forse no?

 

 

L’Opera da Tre Soldi

di Angela Ravetta

 

Non devo vedere il programma. Ma se lo vedo, se mi capita sottomano il programma di “Settembre musica” o dell’Unione musicale o del “Festival del teatro classico” devo assolutamente comperare i biglietti almeno per un paio di spettacoli. Il peggio è il “Festival del teatro classico”, non posso fare a meno di andarci.

 

Credo che abbia a che fare con l’invidia che provavo da bambina per una mia amica che faceva queste cose. Mi figuravo che le ragazze intellettuali vedessero questi spettacoli. Mi vergognavo dei miei che erano commercianti.

Me li faccio pure piacere.

 

È già una fatica procurarsi i biglietti. Le biglietterie hanno orari strani e sono irraggiungibili con l’auto. Ci vado a piedi, di corsa, con la borsa, mentre qualcuno mi aspetta fuori, smadonnando.

 

Dunque compro un paio di biglietti per “L’Opera da tre soldi” di Brecht e due per Ute Lemper.

Mi sembrano le cose più abbordabili: “L’Iliade” letta da Baricco ha l’aria di essere un’operazione televisiva. C’è da annoiarsi e non è neanche snob. Non si può neanche andare in giro a lasciar cadere qua e là la notizia di avere assistito.

 

Ho già visto “L’Opera da tre soldi” tanti anni fa quando ancora era vivo Strelher e il “Piccolo” di Milano veniva in turné all’Alfieri.Dunque ce la posso fare. Pare che Brecht sia fuori moda. Non lo sapevo neanche.

 

Vado con mio figlio che si è offerto di accompagnarmi.

 

Sono stanca. Non mi cambio il vestito.

Ho ancora questa concezione della cultura operaia che forse mi viene proprio da Brecht: la letteratura come pane quotidiano. Per non sembrare barotti a disagio nel tempio, conserveremo i jeans e la camicia che avevamo in ufficio.

 

È tardi: troviamo parcheggio a fatica, in Piazza Vittorio. Ci accodiamo ad altri gruppi che camminano in fretta. Sono tutti lindi e pinti in perfetto stile sciureta milanese e cummenda.

Non mi ricordo se tanti anni fa fossero vestiti così.

 

Porto a muso duro i miei jeans ma nell’intervallo le signore che parlano fra loro senza degnarmi di un battito di ciglia, come fossi trasparente, mi fanno incazzare. Sbagliano loro, tutte loro, che vanno così vestite elegantemente. È piccolo borghese!

 

Per me è ancora il massimo insulto. Sono vecchia e datata.

Forse ora essere piccole borghesi va di moda.

 

E dello spettacolo, che dire?

Ho dormito qua e là, un po’, ma mi svegliavo subito, spalancavo gli occhi per non farmi vedere da mio figlio.

Non era un music hall. Era una versione formato concerto.

 

Io non ho orecchio. Devo ascoltare la musica tante volte perché mi entri nella zucca. Così qualche pezzo che ricordavo mi piaceva da matti e gli altri mi hanno lasciato interdetta.

Erano in tedesco.

Hanno però avuto pietà di noi che non conosciamo il tedesco e ci hanno concesso Paolini che si appoggiava  agli attrezzi di scena e spiegava chi era il riccone e la puttana ecc. ecc.

 

Eravamo in un palco e io non guardavo mio figlio. Avevo paura che mi sbranasse. Quando hanno acceso le luci era estasiato, commosso. Vuole il cd dell’Opera. Verrà a sentire Ute Lemper.

 

Ha un grande orecchio musicale.

O è uno snob?

 

Angela Ravetta