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Autori alla Ribalta

Di Nome Faceva Michele di Gery Palazzotto

A cura di Sabina Marchesi

Pubblicato il 13/10/2004

Gery Palazzotto scrive questo insolito giallo palermitano, che piacerà molto ai suoi lettori, lavorando in due direzioni differenti. Prefazione di Raul Montanari.

foto intervento

Di nome faceva Michele

  

Una storia tenebrosa, anzi limpida

  

Gery Palazzotto scrive questo insolito giallo palermitano, che piacerà molto ai suoi lettori, lavorando in due direzioni differenti.

Un principio di economia governa la struttura narrativa, tutta centrata intorno alla decifrazione di un delitto, o più precisamente intorno all’analisi della scena di un delitto.

Inizialmente ci troviamo di fronte l’ammazzamento di un piccolo spacciatore abituato a vendere droga ma anche a vendersi al miglior offerente; uno stimato e carismatico sacerdote presente al momento e sul luogo dell’aggressione viene a sua volta selvaggiamente picchiato; un giovane semideficiente assiste al tutto, ma sarebbe difficile augurarsi un testimone meno attendibile, più confuso e afasico di lui. Intorno a questa scena si interrogano il commissario Porzio e altre due figure di poliziotti di stanza in uno scombinato, povero, umanissimo commissariato del quartiere Annunziata, e con loro un medico legale appassionato di rock heavy metal e una ragazza misteriosa, una giovane scrittrice che sulla stessa vicenda sta scrivendo pagine e pagine di drammatica identificazione con la vittima.

Ma è una sola, la vittima? E cosa è successo davvero? Con una serie di giochi di prestigio perfettamente logici e motivati, nella tradizione aristotelica del giallo classico, Palazzotto decostruisce e ricostruisce più e più volte la scena: la conta dei morti diventa precaria, i movimenti dei vivi – dei sopravvissuti – incomprensibili, e il lettore viene guidato attraverso successive trasformazioni del quadro iniziale sino a un finale drammatico e sorprendente... che però del libro non sarà, questo ve lo posso dire, l’ultima sorpresa.

A questa severa unitarietà del nucleo narrativo del romanzo fa da controcanto una scrittura generosissima, debordante, ricca di invenzioni dalla prima all’ultima riga. Palazzotto scarta di volta in volta tutte le soluzioni espressive più ovvie e disegna architetture audaci e fulminanti, inseguendo insieme al lettore non solo la verità della storia, ma più ancora una verità della lingua che rende ogni pagina godibile e divertente.

Di quel divertimento che nasce dall’intelligenza e da un’immaginazione gioiosamente senza freni.

 

Raul Montanari

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