Come scegliete un libro quando lo comprate?
A cura di Sabina Marchesi
Pubblicato il 13/01/2005
Viaggio tra gli “altri detective”, commissari, poliziotti e indagatori della letteratura gialla. Leggete la prima parte dell'articolo che appare sul n. 1 della rivista-libro Sherlock Magazine
Ci sembra naturale che una testata come Sherlock Magazine dedichi molto del suo spazio all’investigatore della Londra vittoriana. Ma allo stesso tempo ci sembrerebbe ingiusto dimenticare tutta la pletora di investigatori che hanno fatto la storia di un genere letterario che ancora oggi riesce a offrire grandi emozioni ai lettori di ogni dove. Per questa ragione crediamo doveroso offrire una rubrica nella quale, di volta in volta, gli esperti migliori si soffermeranno sui personaggi della letteratura che hanno più saputo colpire l’immaginario collettivo e che hanno saputo influenzare i lettori, ma soprattutto gli autori della nuova generazione. Nel giallo, si sa, il rapporto fra autore e pubblico riproduce quello fra criminale e investigatore. E’ proprio l’autore che deve pianificare un delitto, farlo accadere e produrre indizi opportunamente velati per permettere al lettore di iniziare una sua investigazione. In quest’ottica sia Sir Arthur Conan Doyle sia Agatha Christie, piuttosto che Geoges Simenon a Peter Lovesey, hanno dovuto percorrere tutti questa strada. Ognuno di loro lo ha fatto, attraverso personaggi di spessore diverso, creando più o meno suspense, introducendo più o meno logica e azione, ma pur sempre con un canovaccio stereotipato che rappresenta la base essenziale della detective story. Per questo primo numero ci poniamo l’obiettivo di introdurre la rubrica, segnandone le caratteristiche salienti. In seguito analizzeremo nei minimi dettagli ogni personaggio della letteratura che incontreremo, realizzandone Viaggio tra gli “altri detective”, commissari, poliziotti e indagatori della letteratura gialla. un profilo preciso e approfondito. Al momento il nostro excursus vuole ricordare alcuni passaggi interessanti che hanno contornato la storia di questo genere. Non vi è dubbio, per esempio, che chiunque si sia posto il problema di scrivere un giallo abbia cercato di descrivere il delitto perfetto. Il delitto, in genere, è il prodotto di due storie separate: da un lato esiste il criminale con il suo omicidio (o il serial killer con la sua striscia di morte), dall’altro esiste la figura dell’investigatore che è alla ricerca della verità. Sebbene il delitto perfetto si cerchi spesso di smontarlo, uno dei personaggi più noti, alla stregua di Sherlock Holmes, ovvero Ellery Queen fornisce una sua interessante e raccapricciante visione di cosa sia veramente un delitto perfetto. Ellery afferma: “Il delitto perfetto rappresenta la possibilità di uccidere uno sconosciuto in un viale buio, senza testimoni. Ci sono centinaia di delitti perfetti ogni anno, commessi per puro fanatismo”. Con un approccio così forte è già chiaro in partenza che quando parleremo di Ellery Queen su queste pagine avremo a che fare con un personaggio diverso da Holmes e, pur tuttavia, dal grande carisma. Va comunque detto che nell’ambito della detective story il più perfetto dei delitti ha valore nullo se poi non lo si può raccontare a nessuno o non sussistono davvero indizi per permettere all’investigatore di turno di risalire al criminale. Oggi la scientifica svolge un ruolo molto più importante del passato e gli esperimenti chimici di Holmes sulla sua tavola in Baker Street sono davvero un vago ricordo. Il quotidiano ci presenta nuovi modi d’investigazione e il riuscito serial televisivo C.S.I. ne è la conferma principale. Non dobbiamo più vedercela con goffi commissari geniali e le loro “celluline grigie”, o scavati detective dalle abili qualità deduttive… oggi chi risolve molti dei misteri che avvolgono i crimini più efferati sono gli specialisti del reparto “forensic”. L’indagine viene rivoltata come un calzino e i valori dei personaggi in campo ci mostra spesso quanto valga di più un’analisi del DNA che non un’apparente prova schiacciante. Eppure tutto è iniziato con l’inventore del delitto, Edgar Alla Poe, padre indiscusso della letteratura poliziesca. Poe, nato a Boston nel 1809 ha avuto l’abilità di anticipare ogni possibile motivo tematico del romanzo poliziesco. Il suo eccentrico e dandy C. Auguste Dupin è l’antenato nobile di investigatori tutto cervello, creato con grande probabilità a immagine e somiglianza dello stesso autore. O per meglio dire, secondo quello che Poe avrebbe voluto essere: povero, romantico e confidente nella suprema importanza dell’intelletto. In I delitti della via Morgue, Il mistero di Marie Roget e La lettera rubata, l’investigatore di Poe presenta molti dei temi che ritroveremo spesso in migliaia di romanzi di altri autori gialli. Come ad esempio il confronto fra le forze di polizia tradizionali e un detective “dilettante”, oppure l’utilizzo del processo deduttivo, l’omicidio commesso in un ambiente chiuso… Quest’ultimo tema equivale per bellezza al tema dei viaggi nel tempo per gli scrittori di fantascienza. Riuscire a escogitare un delitto in una stanza chiusa e a descriverlo con grande abilità è il sogno di molti autori. Persino Dylan Dog, l’indagatore dell’occulto creato da Sclavi e Stano ha affrontato nel volumetto a fumetti Ghost Hotel questo tema. Una donna viene trovata chiusa in una stanza con il marito morto. Verrà poi mandata alla forca, anche se Dylan Dog scoprirà inutilmente che il marito si è suicidato per farla incolpare. Chissà, magari dedicheremo anche un lungo articolo a Dylan Dog: un detective atipico e sicuramente lontano dalle metodologie deduttive sherlockiane. E se Sherlock Holmes ha alcune indiscusse radici nel Dupin di Poe — Conan Doyle era infatti un fervido ammiratore dell’autore americano — lo stesso Dupin pare ispirato alle memorie di Vidoq, il leggendario poliziotto parigino, per quanto da lui poco stimato. Diceva Dupin: “sbagliava moltissimo per l’ardore stesso delle sue ricerche”. Anche su Vidoq sarebbe quindi interessante soffermarsi su queste pagine in futuro. Riuscire a capire meglio le sue esperienze di doppiogiochista, ad esempio, oppure approfondire quanto una mente criminale (come era la sua inizialmente) sia più adatta a comprendere la psicologia dei fuorilegge e a operare con metodi spregiudicati. C’è molto da apprezzare e paragonare, tra il personaggio di Vidoq — fonte di ispirazione per molti scrittori di romanzi polizieschi — e quello di Sherlock Holmes. Quest’ultimo, opera del medico Conan Doyle, plasmato da un ottimismo tipico della categoria, pronto a elevare l’indagine criminale al livello scientifico della medicina. Il delitto, in quest’ottica, viene considerato come una malattia che il detective deve estirpare dal corpo sociale. Un approccio, questo di Conan Doyle, che invece distanzia caratterialmente il suo segugio da Dupin, appassionato al contrario di poesie e matematica (come lo stesso Poe) e, soprattutto, sostanzialmente pessimista. Il filo conduttore tra autori e personaggi tipici della detective story è fatto da una lunga catena di intrecci. Così, come Dupin si ispirava a Vidoq, Holmes a Dupin, ecco un altro grande detective nascere ispirandosi a Holmes. Stiamo parlando di Hercule Poirot. La Christie era un’ammiratrice del detective inglese, ma si rendeva conto della necessità di creare un personaggio che non rientrasse negli schemi di Sherlock Holmes. All’epoca, nel giallo inglese, esisteva tutta una varietà di detective, dal superscientifico dottor Thorndyke al cieco Max Corrados, dotato di un olfatto tale da permettergli di riconoscere l’odore della colla che assicurava un paio di baffi falsi. L’autrice doveva però trovare qualcosa di diverso e puntò la sua idea pensando ad una colonia di belgi emigrati nel Devon all’inizio della guerra. Il suo uomo poteva benissimo essere un funzionario della polizia belga in pensione. Un personaggio ordinato, inappuntabile, meticoloso… e con un pizzico di assurdità. Così come Jeremy Brett ha avuto modo di ritrarre Holmes in televisione in modo delizioso, anche David Suchet è stato per la tv un grande Poirot, forse il migliore. La Christie, fin dal 1915, era convinta che “un buon giallo sta nel fatto che il colpevole deve essere ovvio, ma, al tempo stesso, per qualche ragione, si scopre che non era poi così ovvio, anzi non poteva certo essere stato lui”. Assistente in un dispensario d’ospedale la madre di Poirot si trovava circondata da veleni e non fu certo un caso se il suo primo romanzo Poirot a Styles Court tratta di avvelenamento. Un po’ come accadde a Conan Doyle con Holmes, anche Agatha Christie non poteva soffrire molto la sua creatura letteraria. Certamente preferiva Miss Marple, altro grande personaggio che meriterà spazio in questa rubrica. Purtroppo la pressione dei lettori, attraverso migliaia di lettere, faceva sì che non potesse liberarsi di lui. Ci sarà modo di divertirsi parecchio quando parleremo dei personaggi di Agatha Christie su queste pagine...
Il seguito di questo articolo lo trovate sulla rivista-libro SHERLOCK MAGAZINE n. 1
28 aprile 2004 - AUTORE: Luigi Pachì