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By Giallo e noir di Sabina Marchesi
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Giallo e noir di Sabina Marchesi guida dal 20-09-2004
Un profilo del professor James Moriarty. Su gentile concessione di Sherlock Magazine.
In verità può apparire strano che Moriarty, il personaggio creato da Arthur Conan Doyle per sfidare Sherlock Holmes nell’atto considerato conclusivo per la sua creatura, appaia soltanto pochissime volte nell’arco delle sessanta storie del canone e, parallelamente, assurga a diventare tanto famoso quanto lo stesso detective inglese. Moriarty è senza ombra di dubbio il criminale più famoso incontrato da Holmes nella sua brillante carriera. E’ l’avversario più acerrimo e malvagio creato da Doyle e non è un caso se lo stesso detective lo ricorda come “the villain”. Il professore è indubbiamente il più grande criminale all’opera del periodo vittoriano. Come spesso viene ricordato, Conan Doyle durante la sua carriera si convince che le avventure di Holmes identificano il suo lavoro di scrittore solo per il personaggio da lui inventato, distogliendo l’attenzione del pubblico da altri lavori ben più profondi e per i quali vorrebbe ottenere maggiore riconoscimento. Per questa ragione Doyle si convince a far “morire” Holmes, seppure per alcuni anni soltanto. Poiché Holmes è un essere umano dall’intelligenza e dalla logica fuori dal comune, Doyle deve inventare un personaggio di eguale spessore. Deve inoltre essere caratterizzato da un’aria crudele e spavalda; un uomo di potere, che da la forte impressione di un grande criminale. Holmes al riguardo di Moriarty afferma: “Quell’uomo è il Napoleone del crimine, Watson, è l’organizzatore di metà del male e di quasi tutto ciò che rimane impunito in questa grande città”.
Moriarty nel Canone
La figura di James Moriarty appare nel racconto Il problema finale e viene menzionato anche nel romanzo La valle della paura. Moriarty, con i suoi agenti, è responsabile al tempo di quaranta crimini non risolti. La struttura a ragnatela della sua organizzazione criminale è ampia e complessa tanto da non venire mai arrestato. Sebbene il professor Moriarty sia sospettato di azioni criminali ciò non viene mai comprovato. Moriarty “è il cervello di controllo della malavita”, una spina nel cuore per la società. Le sue caratteristiche elusive impediscono per tre mesi ad Holmes di penetrare il suo velo si segretezza. In La valle della paura veniamo a conoscenza del fatto che Moriarty è un uomo dalla posizione rispettabile dall’alto salario. Solo più avanti scopriamo che delle sue 700 Sterline in realtà molte di più provengono dalle sue attività illegali, e l’uomo può persino permettersi di pagare un amico intimo ben 6000 Sterline all’anno. Preleva da sei banche differenti e Holmes e altresì convinto che la maggior parte della sua fortuna risieda investita all’estero. Moriarty potrebbe essere appassionato di pittura, visto che nel suo studio è appeso un quadro dell’artista francese Jean Baptiste Greuze e uno dei suoi quadri pare valere oltre 40.000 Sterline. Queste informazioni ci giungono dalle tre visite che Holmes fa allo studio di Moriarty in tempi e occasioni successive. In due casi si presenta travestito, mentre nel terzo raggiunge lo studio in circostanze diverse, ma in tutte le investigazioni Holmes non riesce a trovare evidenze per incriminare il suo acerrimo nemico. Lo stesso Moriarty si presenta una volta presso Baker Street. I due uomini si scambiano rispettosi complimenti, ma Holmes è felice di avere il revolver tra le mani quando Moriarty si accorge che il suo visitatore legge dal suo taccuino il numero delle volte che i sentieri dei due uomini si sono incrociati. Non vi è dubbio che il nemico di Holmes sia curioso di incontrare l’uomo che sta seriamente minacciando la sua libertà. Nel racconto Il problema finale Holmes lo descrive così: “E’ un genio, un filosofo, un pensatore astratto. Possiede un cervello di prim’ordine. Siede immobile, come un ragno al centro della sua tela, ma questa tela si suddivide in mille diramazioni di cui egli conosce perfettamente il minimo fremito”. Moriarty rappresenta l’ultima sfida per Holmes ed entrambi provano grande rispetto per le loro rispettive abilità: due grandi menti in competizione – una a supporto della legge, l’altra che la infrange. Sempre su di lui il detective aggiunge: “Personalmente fa poco: egli progetta soltanto, ma i suoi agenti sono numerosi e molto bene organizzati. Se c’è un delitto da commettere, un documento da sottrarre, una casa da saccheggiare, un uomo da eliminare, ne viene passata parola al professore, e il complotto viene organizzato e portato a compimento. Può darsi che l’agente materiale venga preso: in questo caso si trova sempre il danaro per ottenergli la libertà provvisoria o per farlo assolvere in corte di giustizia. Tuttavia il potere centrale che si è servito dell’agente non è mai scoperto, anzi non viene neppure sospettato”. Per Holmes il duello con Moriarty rappresenta lo zenith della sua carriera. Nella sua mente riuscire a sbarazzare dalla società il professor Moriarty significa un enorme servizio per tutta la gente onesta. “Questa è l’organizzazione che io ho scoperto, Watson, e ho dedicato tutte le mie energie al tentativo di smascherarla e di disperderla”. In quest’ottica, prima ancora di sapere il risultato finale di questo scontro, per Holmes la sfida prende il sapore del suo potenziale ultimo caso. Holmes, infatti, ripete più volte che è disposto a morire, se questa deve rappresentare l’unica maniera per dar fine alle diaboliche iniziative di Moriarty. Gli uomini di Moriarty attentano alla sua vita immediatamente; il grande detective, infatti, rischia di essere travolto da una carrozza guidata da due cavalli; poi è attaccato da un manigoldo che lo lascia a terra ferito. Quando giunge all’abitazione di Watson il suo volto appare teso e di chi ha paura per la propria incolumità. Doyle si convince che il miglior posto per uno scontro finale può essere rappresentato dalle cascate di Reichenbach. E’ proprio lì che i due uomini si affrontano in un confronto drammatico. Il professor Moriarty è molto di più del potenziale personaggio che mette fine alle avventure di Holmes (almeno al momento in cui Doyle scrive questa storia). Il suo profilo è talmente ben costruito e abilmente descritto che queste qualità potrebbero seriamente minacciare non solo l’esistenza del detective inglese, ma continuare per la loro strada da sole e raccontare molte altre storie viste da una prospettiva diversa, quella della malavita. Ma ciò, come è ben noto, non avviene e Doyle si limita ad utilizzare Moriarty solo per il suo scopo primario: liberarsi di Holmes per poter avere maggior successo come autore di testi culturali, ben lungi dalla detective story alla quale viene associato dal grande pubblico.
Al teatro con Moriarty
Curiosamente Moriarty appare tanto frequentemente quanto Holmes, Watson e la signora Hudson nelle opere teatrali. Fin dalla prima interpretazione di Holmes da parte di William Gillette (1899), Moriarty (l’attore George Wessells) è il manigoldo da sconfiggere del Nostro. Nel 1974 lo spettacolo che aveva proseguito fino al 1932 viene ripreso dalla Royal Shakespeare Company. Moriarty viene interpretato da Philip Locke, mentre Holmes è John Wood. L’ombra di Moriarty torna anche in The Secrets of Sherlock Holmes con Jeremy Brett. In realtà non appare mai fisicamente, ma la sua presenza oscura non è affatto latente. La presentazione più atipica del cosiddetto “Napoleone del crimine” è senz’altro nel balletto degli Anni Cinquanta di Kenneth Macmilan intitolato The Great Detective. Macmilan danza sia nei panni di Holmes che in quelli di Moriarty, tutto vestito di nero e con un ampio cappello. Un altro musical con Moriarty è Baker Street. Siamo nel 1965 a New York (Brodway Theatre) e l’interprete è Martin Gabel. Un’esperienza teatrale mai giunta in Inghilterra. Per finire coi musical, Moriarty torna in Sherlock Holmes, the musical, ma questa volta non balla. La sua è una fugace apparizione, mentre cade dalle cascate di Reichenbach.
Il napoleone del crimine sul grande schermo
Passando alla cinematografia possiamo considerare la prima apparizione per conto dell’attore Booth Conway nella versione teatrale di Sherlock Holmes portata sullo schermo, sempre con Gillette nei panni di Holmes. Un Moriarty memorabile è poi l’austriaco Gustav von Seyffertitz nel film muto del 1922 Sherlock Holmes e che nulla ha a che spartire con lo stesso titolo dell’opera teatrale e col film recentemente menzionati e riferiti a William Gillette. La bravura di Seyffertitz porta la produzione e rintitolare il film sul mercato inglese addirittura come Moriarty. Molti film degli Anni Trenta vedono la mente del crimine in azione. Nel 1932 in un film intitolato ancora una volta con grande fantasia Sherlock Holmes, Ernest Torrence è nei panni del professor Moriarty con la sua faccia granitica. Lyn Harding interpreta il nemico numero uno di Holmes per due volte in The Triumph of Sherlock Holmes (1935) e Silver Blaze (1937), uscito in America col titolo Murder at the Baskervilles, come già citato nell’approfondimento di questo libro sulla storia in celluloide di Il mastino dei Baskerville. Quest’attore deve quasi la sua carriera ai ruoli del cattivo nei film di Holmes. Egli ha infatti interpretato Grimesby Rylott in The Speckled Band (1910) e nel film di ventuno anni più tardi che porta o stesso titolo. L’era di Basil Rathbone nei panni di Holmes vede alternarsi tre differenti Moriarty. George Zucco in The Adventure of Sherlock Holmes (1939), Lionel Atwill in Sherlock Holmes and the Secret Weapon (1942) e infine, il migliore dei tre, Henry Daniel in The Woman in Green (1944). C’è poi la versione comica di Moriarty nel film di Gene Wilder The Adventure of Sherlock Holmes’ Smarter Brother (1975) che viene interpretato da Leo McKern. Nella più totale comicità paradossale di Wilder il Professor Moriarty viene presentato come il lestofante che deve compiere gesti assolutamente disgustosi ogni ventiquattro minuti… Un Moriarty ben più serio e maligno è quello del film di Nicholas Meyer The Seven Per Cent (1976). Qui l’attore Laurence Oliver interpreta con abnegazione il ruolo del crudele Moriarty, per la verità apparentemente reso ancor più cattivo per via dell’immaginazione di Holmes stimolata dalle sue droghe che trasformano l’inizialmente timido personaggio in un genio del crimine. Per finire questa carrellata va ricordato anche John Huston, spesso più facile trovarlo dietro la telecamera che davanti, ma nel caso del film per la tv Sherlock Holmes at New York (1976) Huston interpreta proprio il professor Moriarty. Moriarty e la Tv In televisione, nella famosa serie della Granada dove Jeremy Brett interpreta con grande impegno Sherlock Holmes, Moriarty viene proposto nell’episodio The final problem. L’attore scelto è Eric Porter che pare proprio uscire dalle pagine del canone. La descrizione di Doyle e la fisionomia di Poter sono praticamente identiche. In questo episodio la scena del combattimento alle cascate di Reichenbach è stata girata veramente in Svizzera e per le scene più rischiose si è fatto uso di stuntman. Brett è stato doppiato da Alf Jont, mentre Moriarty è stato rappresentato per un breve periodo dallo stuntman Marc Boyler. I due spericolati personaggi si sono gettati veramente nelle profonde acque delle cascate. In conclusione viene veramente da chiedersi cosa avremmo potuto leggere di nuovo se Doyle si fosse impegnato a proseguire la caratterizzazione e l’approfondimento della sua creatura maligna, il professor Moriarty. Si sarebbe potuto forse aprire un capitolo importante sui casi non risolti menzionati dallo stesso Holmes e quantificati in oltre il cinquanta percento dei misteri non risolti a Londra. E il lettore avrebbe potuto godere di una prospettiva diversa dove la narrazione mirava a raccontare il lato oscuro della società vittoriana. Ma l’obiettivo di Doyle è chiaro fin dall’inizio. Lui ha solo la necessità di sbarazzarsi nel modo più consono possibile di uno Sherlock Holmes divenuto scomodo alla sua carriera di scrittore. Non c’è tempo né voglia per pensare a qualcosa di diverso, che non allo scontro finale e alla colluttazione tra Moriarty e Holmes in equilibrio precario presso le cascate di Reichenbach.
8 novembre 2004 - AUTORE: Luigi Pachì