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Noir e Thriller

Io Uccido di Giorgio Faletti

A cura di Sabina Marchesi

Pubblicato il 30/01/2005

Come anticipato l'ultima metamorfosi del sorprendente Giorgio Faletti è quella che lo ha portato a scrivere scegliendo un genere tipicamente "made in USA". Il suo thriller "Io uccido", certo anche grazie al vigoroso lancio massmediatico, ha venduto un numero record di copie (oltre 1 milione e trecentomila).

foto intervento

C'è chi lo considera un genio e chi lo definisce come il miglior scrittore italiano vivente. E' lecito pensare che forse entrambe le affermazioni siano volutamente esagerate ma una cosa è certa: Giorgio Faletti è uno di quei talenti come raramente se ne vedono.

La sua specificità è la poliedricità e questa volta non si tratta di un semplice modo di dire ma di un vero e proprio dato di fatto. Uno, nessuno e centomila, verrebbe da dire, visto che Faletti ha indossato i panni del comico, del cantante (e autore di canzoni), e, "last but not least" dello scrittore. E non a tempo perso.

Un notissimo magazine settimanale, che esce in allegato al Corriere della sera, all'uscita del suo primo romanzo, "Io uccido", ha lanciato Faletti in copertina con il tonitruante appellativo di "massimo scrittore italiano vivente".

Nato ad Asti il 25 novembre 1950 Giorgio Faletti si è laureato in Giurisprudenza ma l'idea di chiudersi in uno studio legale non gli piaceva affatto. Forte del suo carisma istrionico, ci prova con lo spettacolo e dopo un breve approccio col mondo della pubblicità si dedica al cabaret, approdando quasi immediatamente al locale culto per eccellenza, il "Derby" di Milano.
Nello stesso periodo sul palco del locale circola tutta la crème della comicità degli anni a venire: Diego Abatantuono, Teo Teocoli, Massimo Boldi, Paolo Rossi e Francesco Salvi (poi anche collega nel mitico "Drive in"). Un'importante occasione si presenta quando ha modo di partecipare alla fortunata commedia "La tappezzeria" di Enzo Jannacci.

Il debutto televisivo arriva nel 1982 con la trasmissione "Pronto Raffaella" condotto dall'inossidabile Raffaella Carrà, per poi continuare su Antenna 3 Lombardia con "Il guazzabuglio" al fianco di Teo Teocoli per la regia di Beppe Recchia.

Ed è proprio l'ormai navigato regista, deus ex machina di molte trasmissioni Rai, che nel 1985 lo lancia in "Drive in" il programma comico che ha segnato un nuovo modo di fare televisione.
I personaggi creati da Faletti sono letteralmente irresistibili, la sua fantasia è sfrenata e scoppiettante. Eccolo dunque nei panni di un fantomatico "Testimone di Bagnacavallo", o dello stralunato "Carlino" (famoso per il tormentone sul "giumbotto"), o del "Cabarettista Mascherato", come di "Suor Daliso". Ma in questa carrellata sarebbe un delitto dimenticare il superlativo "Vito Catozzo", un personaggio dalla parlata tutta sua che è arrivato ad influenzare il lessico di tutti i giorni (culattacchione, mondo cano, porco mondo che ciò sotto i piedi...).

Il successo viene confermato con "Emilio", la trasmissione con Zuzzurro e Gaspare nella quale lancia il personaggio di "Franco Tamburino" l'improbabile stilista di Abbiategrasso e una gustosa caratterizzazione di Loredana Berté, fresca signora Borg.

Nello stesso tempo porta avanti una carriera d'autore, collaborando ai testi di altri comici fra cui Gigi Sabani ed Enrico Beruschi. Partecipa inoltre a "Fantastico '90" al fianco di Pippo Baudo, Marisa Laurito e Jovanotti e, successivamente, a "Stasera mi butto... e tre!" con Toto Cutugno.

In quel periodo, a causa di un'operazione al ginocchio che lo costringe all'immobilità per circa due mesi, si avvicina casualmente al mondo della musica. Comincia un'attività di cantautore che sfocia nel primo album "Disperato ma non serio" dal cui brano di punta "Ulula" viene tratto un fortunato videoclip pluripremiato a Rimini Cinema, Umbria Fiction e al Festival di Cinema di Montreal.

Questa attività porta Giorgio Faletti contemporaneamente a scrivere canzoni per Mina, Fiordaliso, Gigliola Cinquetti, oltre ad una fortunata collaborazione con Angelo Branduardi.

In termini di visibilità personale raggiunge il "top" con la partecipazione al Festival di Sanremo 1994 dove, con "Signor tenente" commuove il grande pubblico e vince il Premio della Critica, classificandosi secondo; si riconferma l'anno successivo con "L'assurdo mestiere", canzone caratterizzata da una insospettabile vena malinconica e riflessiva e vincendo con l'album omonimo il Premio Rino Gaetano per la parte letteraria delle canzoni.

La comicità rimane tuttavia parte integrante del suo modo di essere: lo dimostrano il fortunato libro "Porco mondo che ciò sotto i piedi" edito da Baldini e Castoldi, dove racconta episodi di vita del suo personaggio preferito, "Vito Catozzo", e ancor di più nello spettacolo teatrale "Tourdeforce" dove abbina l'umorismo e la caratterizzazione dei personaggi, alla canzone d'autore.

In seguito, ospite fisso della trasmissione "Roxy bar" al fianco di Red Ronnie, ha conosciuto un'ulteriore affermazione personale.


Jeffery Deaver, maestro del thriller, autore di numerosi best-seller ("Il collezionista di ossa", "Lo scheletro che balla", "La scimmia di pietra", per citarne alcuni), ha detto di lui e del suo lavoro: "Uno come Faletti dalle mie parti si definisce "larger than life", uno che diventerà leggenda".

Ma non finisce qui. Giorgio Faletti cerca di confermarsi uno degli scrittori italiani più brillanti dell'ultimo periodo: il 5 ottobre 2004 è uscito il suo nuovo romanzo "Niente di vero, tranne gli occhi", in cui il beffardo assassino protagonista del thriller compone i corpi delle sue vittime come i personaggi dei Peanuts. E già si parla di un nuovo grande successo oltre che di una positiva conferma.

 

Giorgio Faletti (1950)

Io uccido
Porta da anni la sua faccia appiccicata alla testa e la sua ombra cucita ai piedi e ancora non è riuscito a capire quale delle due pesa di più. Qualche volta prova l'impulso irrefrenabile di staccarle e appenderle a un chiodo e restare lì, seduto a terra, come un burattino al quale una mano pietosa ha tagliato i fili.
A volte la fatica cancella tutto e non concede la possibilità di capire che l'unico modo valido di seguire la ragione è abbandonarsi a una corsa sfrenata sul cammino della follia. Tutto intorno è un continuo inseguirsi di facce e ombre e voci, persone che non si pongono nemmeno la domanda e accettano passivamente una vita senza risposte per la noia o il dolore del viaggio, accontentandosi di spedire qualche stupida cartolina ogni tanto.

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