Enzo Fileno Carabba e La Simulazione della Realtà

Un libro è, o almeno dovrebbe essere, un tentativo quanto più riuscito possibile di simulazione della realtà. Meglio riesce questo incantesimo, più suggestivo sarà il risultato.

Fino a qualche anno fa, non avrei mai immaginato di scrivere sulla suggestiva campagna toscana. Eppure ci camminavo continuamente dentro -mi piace vagabondare- e alla fine, come ho detto da un’ altra parte, questi luoghi mi hanno raggiunto.

La campagna toscana è un luogo reale e immaginario. Reale perché indubbiamente esiste, immaginario perché viene raccontato in modi falsissimi. A volte è una falsità bella, quasi sempre brutta: una falsità standard. Come ha detto un mio amico, la vera campagna toscana è quella di Tozzi, mica quella di Tony Blair.

La cosa bella è che è un luogo gorgo: attira gente da tutte le parti del mondo. Gente molto diversa. Una specie di buco nero, di incrocio dimensionale da cui ti colleghi a tanti universi. In questo senso è un osservatorio eccezionale, da cui puoi osservare anche gli osservatori. Gli osservatori, per lo più, nonostante le diverse origini, quando sono qui vanno tutti negli stessi luoghi, è una cosa incredibile. Addirittura si fermano negli stessi punti panoramici -nonostante i punti panoramici non manchino-. Come se esistesse una guida segreta a cui obbediscono. Questo mi sembra la metafora di qualcosa e forse vale, in modi diversi, per ognuno di noi.

Ho cercato di raccontare la verità sulla campagna toscana, ritraendola col massimo scrupolo. In molti mi dicono che ho scritto invece una storia visionaria. O è colpa mia, o è colpa della verità, o è colpa della campagna toscana.

(Una delle cose più difficile in un romanzo è) rendere la vera voce di una persona, di un essere vivente, e non di un manichino nelle mani dell’autore e della trama e della suspanse.

Travasare un’anima sulla carta.

Dato che l’anima -qualsiasi cosa sia- è all’incrocio di molteplici dimensioni, non tutte visibili e forse non tutte reali, ecco che i due effetti -o i due desideri- coincidono.

Anni fa, preoccuparsi troppo della storia era considerata una cosa rozza, antiquata. Oggi giustamente il valore delle storie è stato rivalutato. Questa è una cosa sacrosanta, sono le storie il motore della letteratura.

Però oggi, per via dei famosi corsi e ricorsi -concetto che forse vuole dire che l’umanità è fatta di imbecilli ripetitivi e ripetenti- si cade nell’eccesso opposto. Come se il linguaggio letterario fosse una peste, e non una forma di memoria.

E come se lo storie fossero scatolette con una forma precisa.

Peraltro (spesso) la censura (obietta) anche che il finale di una storia (qualsiasi storia) non è abbastanza chiaro e, soprattutto, “esplicativo”.

Ma è la stessa cosa che hanno detto a me all’Einaudi circa Pessimi segnali! Con ciò, non voglio criticare nessuno. Semplicemente, è questo il tempo in cui ci è stato dato di vivere.

Più le nostre esistenze si fanno sbiadite e incerte, più si producono storie inscatolate in cui tutto, ottusamente, torna.

In verità, il finale delle nostre esistenze non è quasi mai esplicativo. Forse il postscriptum sì. Ma quello lo leggeremo più tardi.

( In ogni personaggio letterario c’è una parte del suo autore, frutto di) un’impostazione precisa nata da una rapida intuizione.

Angelo è un ragazzo normalissimo ma è molto aggressivo, non tanto nei comportamenti (è anzi abbastanza pacato) quanto nelle valutazioni. All’inizio gli sembrano tutti terribili, dei mostri, dei cretini (poi comincia a sospettare che non sia così).

Angelo è una parte di me, ma è un tipo con cui non andrei mai in vacanza. In realtà sono molto più buono. Comunque mi è piaciuto liberarlo. A lui il Valdarno sembra il Congo di Cuore di tenebra, non è detto che abbia completamente torto.

Mi sento alquanto sollevato dal fatto tu dica che è un ragazzo normalissimo. Infatti in occasione di alcuni incontri pubblici in pratica mi hanno detto: sei stato bravissimo a creare un personaggio così demente, crudele, fuori dalla realtà. Come ci sei riuscito?

E io sudando freddo: eh, è stata davvero dura calarsi nei panni di un simile cretino mentecatto distorto.

Mica potevo confessargli che i pensieri di Angelo erano -in parte- i miei pensieri e che a me sembravano sensati!

(Nei romanzi spesso si trasfonde parte delle consuetudini sociali che spesso ci accompagnano nella nostra vita quotidiana, leggermente rivisitate e riviste)

Mentirei se raccontassi un’infanzia contadina. Anche se, questo è vero, con mia nonna camminavamo a giornate intere nella campagna, e questo non posso dimenticarlo. Solo che mentre camminavamo sognavo mondi fantastici, o i fondali marini -molti anni dopo, per qualche tempo ho fatto la guida subacquea-. A un certo punto mi sono accorto che non c’era contraddizione tra i mondi fantastici, i fondali marini e questa campagna.

Quando vedo un museo della cultura contadina tendo alla fuga.

E neanche posso atteggiarmi a custode delle vecchie tradizioni -“Avanza il personaggio più pericoloso: il custode delle vecchie tradizioni” Dard-.

Però credo che la cancellazione del passato dalle nostre coscienze sia stata troppo veloce, quindi falsa. Le favole oscure -o anche luminose, per fortuna- covano ancora sotto la cenere, e torneranno. Anzi non se ne sono mai andate, basta andare in giro e ascoltare. E poi non sono solo favole.

Per dire: i morti un tempo potevano essere minacciosi, ma davano anche i numeri del lotto. Oggi invece se vado al cinema vedo solo morti vendicativi o sofferenti, è una visione del mondo più povera.

L’uomo è andato molto più a cavallo che in macchina. E qualcosa di tutto questo rimane nel nostro cervello.

Le astronavi vanno benissimo, hanno tutto il mio affetto. Ma se vai a caccia di alieni, non dimenticarti la sella.

(A volte i romanzi che si scrivono non vengono accettati e tanto meno capiti, è capitato a molti nel passato, e capiterà ancora più spesso nel futuro). Questo libro ha atteso anni, prima di essere pubblicato in Italia. Ora però non posso lamentarmi, perché tante persone che non avevano letto i miei libri precedenti mi dicono che questo gli è piaciuto. Il che dimostra, penso, che c’è uno scollamento tra gli “esperti in ciò che piace alla gente” e quello che poi davvero tante persone vogliono leggere.

Per quanto i tempi siano bui -“Si era, come sempre, alla fine del mondo” Borges- l’emersione di un nuovo talento è sempre possibile. Infatti avviene.

Intendo qui per nuovo talento qualcuno che sfugga al livellamento -e lascio perdere il fatto che in realtà ci vuole talento anche per fare un buon prodotto “livellato”-.

Il fatto è che il livellamento è nelle nostre vite, prima ancora che nell’editoria. La degenerazione dell’editoria è solo una conseguenza naturale.

Le nostre vite -le vite della maggior parte di noi- sembrano concepite apposta per non leggere, per impedire la concentrazione. Sono attività proibite dalla vita, non c’è bisogno di leggi. L’umanità -almeno in questa parte di mondo- affonda nella dimenticanza e nella patologia mentale.

Quindi emergono testi standard e se uno vede solo quelli gli sembra che la letteratura sia diventata un ramo della pubblicità.

Se posso azzardare una profezia non richiesta -d’altra parte: chi ha mai chiesto profezie?- sento arrivare un nuovo medioevo. Presto sarà qui Odoacre, e non è detto che sia una persona. Chiunque sia, qualunque cosa sia, siamo noi che lo chiamiamo a gran voce, col nostro modo di vivere.

Ma i nuovi talenti emergeranno sempre, fino alla fin del mondo. Resta da vedere se andranno come agnelli tra i lupi, o se invece alzeranno il ponte levatoio, o cercheranno rifugio nelle catacombe.

Personalmente opterei per il ponte levatoio. Anche perché le catacombe mi danno l’idea di essere umide. Per quanto riguarda l’agnello tra i lupi, poi, non se ne parla proprio.

(Nell’ottocento andava molto di moda nei romanzi inserire il paesaggio e il clima come indicativo di una certa atmosfera, come se fosse insomma una colonna sonora posta a sottolineare determinati passaggi, ancora oggi se ben utilizzato questo è un meccanismo molto utile) Questa attrazione per il paesaggio è sicuramente frutto di una scelta, o comunque di un sentimento. Da ragazzo, se dovevo fare una fotografia, preferivo non ci fossero persone -da allora nessuno mi ha più lasciato fare una fotografia-. Mi piace andare in luoghi dove sono l’unico essere umano nel raggio di più spazio possibile. Naturalmente la cosa sarebbe ancora più perfetta se io non ci fossi. Ma non i può esagerare con la perfezione.

Penso che l’umanità per molti versi abbia rotto le scatole e che questa sia una sensazione diffusa, più o meno manifesta o latente. Solo che noi siamo esseri umani, chi più chi meno, e questo genera sensazioni contraddittorie.

Ecco a voi una delle mie frasi preferite:

“Gli esseri umani formano una strana fauna, una strana flora. Da lontano appaiono insignificanti, da vicino possono sembrare brutti e cattivi. Ma soprattutto occorre che abbiano bisogno di aria, spazio – spazio, anche più che tempo” (Henry Miller).

(Per quanto si guardi indietro, si continua ad andare avanti, ed immedesimarsi nei vecchi valori non sembra più una pratica realizzabile)

Non credo sia possibile. Noi protestiamo contro un sacco di cose, solo che abbiamo la bistecca che ci penzola dalla bocca e le nostre potreste vengono male.

Ogni volta che pigi il telecomando o l’apricancello elettrico voti per la guerra, dice sempre un mio amico.

La campagna e gli antichi valori presuppongono una vita a cui non siamo più abituati: presuppongono di rinunciare a qualcosa. Noi torneremo alla “campagna” -o alla palude, o al deserto, o alla steppa, o alle gole montane- e agli antichi valori -che poi erano molto variabili- solo se ci trascinerà verso di loro qualche trauma epocale, solo se costretti da un crollo planetario. E anche allora non saranno gli antichi valori, ma qualcosa che gli assomiglia, qualcosa di nuovo.

Allo stesso modo, i lupi che sono tornati sulle nostre montagne non sono proprio gli antichi lupi. Si adattano alle nuove condizioni e si comportano diversamente.

Altro discorso totalmente opposto è quello del “ritorno alla campagna” falso e ridicolo. Quello che fa della campagna un’estensione della città. Se per esempio tutti quelli che da tanti angoli del mondo dicono di voler venire a vivere nel Chianti arrivassero davvero portando con sé i loro mulini bianchi fortificati sarebbe un inferno.

Sembra di vivere in bilico su un abisso. D’altra parte sono convinto che all’apocalisse segua sempre un qualche tipo di genesi. Fatto un mondo se ne fa un altro. Resta solo da vedere quale sarà il ruolo dell’uomo nel prossimo, e dal nostro punto di vista non è un particolare di poco conto.

L’uomo non sta uccidendo il pianeta, ma solo se stesso.Non è omicidio, è suicidio.

Con le prime brezze primaverili, si levano ovunque dalla campagna, non senza una qualche orrenda bellezza, buste di plastica bianca. Ma sarebbe un errore pensare che stanno soffocando la terra. Alla terra non fanno nulla, sono roba sua. Soffocheranno l’uomo, o la vita come l’uomo l’ha conosciuta.

Limitandoci al nostro tempo, grava su di noi questo senso di minaccia e stupidità. Però è ancora un mondo pieno di bellezza, di cose per cui val la pena di vivere.

Ci deve essere un punto di equilibrio tra queste forze opposte.

Angelo, il protagonista, scopre che a pochi chilometri da casa sua c’è un mondo diversissimo dal suo, un mondo che gli appare alieno. Questo argomento mi attrae molto: mondi diversi che convivono senza saperlo, perché ognuno vive nel suo recinto.

C’è gente che torna entusiasta da un viaggio in cui sostiene di aver conosciuto bene i Tuareg -in quindici giorni!… devono avere ben poco da dire- ma non sa nulla dei cacciatori di cinghiali che si aggirano da una vita dietro casa sua. Magari alcuni di quei cacciatori perpetuano tecniche antichissime, amplificate dalla tecnologia, nel bene o nel male, vale la pena di saperne qualcosa. Altrimenti sarebbe come un pescatore eschimse che si eccita solo parlando della Borsa di Milano.

Immagino non sia una cosa solo italiana. Però qui accade di sicuro. Le persone sono sempre più chiuse in qualche “universo rigorosamente individualistico”. Certi strati sociali -o comunque insiemi di persone- desiderano fortemente pubblicare un romanzo o un libro di poesie come altri strati sociali vogliono un certo tipo di macchina o di barca o di casa o di vacanza e così via. E’ la stessa cosa.

In realtà abbiamo diritto alla nostra dose di narcisismo, altrimenti saremmo tutti santi, che sarebbe eccessivo. In un mondo così difficile, è leggitimo costruire una qualche mitologia di se stessi -mi sembra l’abbia detto Ballard-. Il problema è quando il narcisismo, la voglia di realizzarsi, di essere qualcuno, finisce per divorarti la vita, ti svuota dall’interno e ti trasforma in un simulacro. E’ un problema pratico, prima ancora che morale.

Io comunque dò lezioni perché sono ripetente.

Di sicuro è tutto molto misterioso, quello che ci succede. Oggi viviamo nel mito della Tutela Totale.Vorremmo essere protetti da tutto. Per esempio vorremmo essere protetti rispetto alle forze della Natura, ma poi vorremo anche proteggere la Natura. E questo vale per ogni altro aspetto della vita. I due falsi miti contemporanei sono la Protezione e la Velocità.

Invece siamo circondati dal mistero. Che non è solo malvagio, può essere anche benigno. Ci sono le tenebe ma c’è anche la luce. E se a volte è difficile diradare le tenebre, può essere impossibile fare chiarezza nella luce.

Senza stupore, senza meraviglia, la vita è un inferno. Probabilmente l’Inferno è proprio l’assenza di stupore. Mentre in Paradiso uno è sempre lì a bocca aperta a dire: caspita, hai visto?

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Pubblicato il lunedì 02 maggio 2005 in: Rubrica di Scrittura

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