Sulla Letteratura

Voglio citare Foglie d’erba di Walt Whitman: “Amico, questo non è un libro/ Chi tocca questo tocca un uomo/ (E’ forse notte? Siamo insieme noi due soli?)/ Sono io che tieni, e che tiene te,/ Balzo da queste pagine fra le tue braccia”.

(…) Viviamo tempi sbalorditivi, nel bene e nel male (più nel male, mi pare). Se ti guardi attentamente attorno e descrivi ciò che vivi o vedi vivere finirai per raccontare episodi che sembrano assurdi eppure sono veri. Più sono veri, più li osservi attentamente, con uno sguardo acceso, più sveleranno lati grotteschi e visionari. Anche la mescolanza tra incubo e comicità fa parte delle nostre vite, non puoi eliminare uno dei due elementi senza mentire. C’è la luce, ci sono le tenebre, c’è il divertimento, c’è il dolore, io tento di raccontare tutto questo. Voglio citare una frase di Perceval il Gallese di Chrétien de Troyes (XII secolo d.C.): “E non è strano infatti il non sapere ciò che non si è mai appreso, ma l’ascoltare ed il vedere spesso, e tuttavia non ricordare, questo è lo strano”.

La scrittura colta (che molti gentilmente mi hanno attribuito) vuol dire semplicemente l’amore per chi ha osservato e sognato le cose prima di noi.

Molti romanzi partono da un nucleo autobiografico, che poi viene trasfigurato. Però ci sono anche parecchie differenze. (Quello che ad altri potrebbe apparie normale spesso viene inquadrato in altro modo dal personaggio letterario), egli vede tutto e tutti in modo molto negativo, gli sembra di essere capitato in un luogo alieno, anche se si trova a pochi chilometri da casa. Sono molto interessato a questo aspetto dell’Italia contemporanea -e non solo dell’italia- mondi opposti che convivono vicinissimi, spesso all’insaputa l’uno dell’altro.

(Il mio personaggio) capta pessimi segnali da un paesino dal valdarno per il semplice motivo che si trova lì. Ma i pessimi segnali piovono da tutto il mondo, direi. Scommetto che sei trovasse a Bergamo o in Manciuria li capterebbe anche da lì, sia pure in modo diverso.

(Un romanzo nasce da alcune intuizioni, e dalla fusione di alcune idee). Avevo letto questa notizia: di un bambino che in seguito a un’anestesia sbagliata si era ritrovato muto, sordo e cieco. Una cosa terribile. Mi immaginavo il risveglio: lui era vivo, ma non riusciva a capire la siuazione, non poteva neanche chiamare i suoi genitori. Allora l’ho messo nel romanzo. Solo che in Pessimi Segnali questo bambino diventa il signore di un regno misterioso, sviluppa grandi poteri. Dal suo regno di ombre riesce a raggiungere il mondo esterno. Naturalmente però non ha il completo controllo delle sue azioni: il dramma dell’innocenza nell’infinito.

(Così) La vicenda di Augusto -è il nome del bambino- diventa il nucleo fantastico attorno a cui ruota una storia realistica, come un gorgo. Da una parte il libro è la cronaca di un anno vissuto dolorosamente, dall’altra la realtà quotidiana mostra delle crepe, si apre come un meteorite con un cuore incadescente, e da queste crepe filtra una luce nera: la voce di Augusto.

Tra l’altro, una cosa che non ho mai detto perché mi sembrava ovvia, ma ora voglio dirla: può anche darsi che sia Angelo, il protagonista, ad immaginare la voce di Augusto, il bambino, dato che Angelo è ossessionato da questa storia.

(I libri dovrebbero essere simulazioni della realtà così perfette da apparire vere.) “Scorre senza censure, come se parlassi”. L’ambizione era proprio quella: rendere la voce -l’anima,oserei dire- di una persona vera. Perché a un certo punto mi sono accorto che molti libri che amo non sono altro che questo: sembra che un essere umano vivo salti fuori dalla pagina. Voglio citare Foglie d’erba di Walt Whitman: “Amico, questo non è un libro/ Chi tocca questo tocca un uomo/ (E’ forse notte? Siamo insieme noi due soli?)/ Sono io che tieni, e che tiene te,/ Balzo da queste pagine fra le tue braccia”.

Da una parte mi sembra che questo libro sgorghi in modo più semplice, rispetto agli altri che ho scritto (erano più costruiti, più elaborati, contenevano molte voci), e non a caso tante persone che non avevano letto gli altri leggono invece questo. Dall’altro però anche se alla lettura appare più semplice e scorrevole, da un punto di vista umano è più ricco: perché il travasamento di un’anima su carta richiede mille delicatezze.

E’ bene comunque chiarire che io sono molto più buono del protagonista.

(Spesso nei libri emerge il modo che l’autore ha di inaquadrare il suo mondo, il tempo nel quale vive, e che tenta di esprimere attraverso dei temi particolarmente sentiti). In realtà sono più affascinato dalla storia di Attila, a cui infatti ho dedicato un romanzo. Il flagello di Dio vive in un tempo in in cui gli imperi si segretolano, o stanno per sgretolarsi, e molti neanche se ne accorgono. Questo è un tema che mi appassiona: quello della fine dei mondi. Noi sotto sotto tendiamo a pensare che il nostro modo di vivere durerà così per sempre, e invece a volte ci sono delle sterzate improvvise, violente. Il bello comunque è che il mondo dopo essere finito di solito ricomincia.

Un altro motivo per cui mi affascina la storia di Attila è che tutti credono di conoscerla, invece conoscono solo la propaganda romana, che è giunta intatta fino a noi (anche questo è molto istruttivo). Tutti pensano ad Attila come a quel tipo che non faceva crescere l’erba, eccetera. E pensano agli unni praticamente come alieni. Gli alieni venuti dall’oriente eccetera eccetera. Esseri con cui è impossibile comunicare, diceva la propaganda romana. “Le madri sfregiano i neonati perché conoscano il sapore del sangue ancor prima di quello del latte” e cose del genere. Insisto:la descrizione dell’arrivo degli unni è uguale a quella di un’invasione aliena (in verità, lo confesso, è proprio questo che mi ha attirato della vicenda di Attila, all’inizio). Il bello è che invece, a quanto pare, Attila da ragazzo è stato lungamente a Roma. Altro che alieno!

(Leggere dovrebbe essere un modo per inquadrare fatti noti sotto diversi punti di vista)

Questo ci dice molte cose sul mondo di oggi: imperi che si sgretolano, falsi alieni che vengono dall’oriente e così via.

(Come anche è possibile raccontare storie già sentite visualizzandole sotto un’altra angolazione) Per quanto riguarda Alessandro Magno, l’aspetto che mi interessa di più -non so se qualcuno l’ha già raccontato in un romanzo, altrimenti vorrei farlo io- sono le esplorazioni subacquee che avrebbe compiuto nel Mar Rosso insime ad Aristotele. -Più esattamente, Aristotele ideava ardite campane subacque, poi, essendo saggio, mandava sotto l’ardimentoso Alessandro-. Una storia fantastica.

(In ogni caso la lettura rimane un passatempo impegnativo). Prima di tutto bisogna convincere le persone che è possibile leggere e tuttavia avere rapporti sessuali -non contemporaneamente- infatti spesso quando vado in scuole dove la letteratura è malvista mi dicono: io non leggo perché ho la ragazza -o il ragazzo-.

Lavoro per un premio, che si chiama Libernauta, che cerca appunto di far leggere i ragazzi. Lì proponiamo testi usciti negli ultimi due anni. Anche questa può essere una via: far vedere che esiste una letteratura fatta da individui più o meno viventi.

Inoltre, anche durante i corsi di scrittura creativa, il fine vero è proprio quello di far leggere. Solo l’orologiaio conosce l’orologio: provando a scrivere storie uno si accorge di cose che altrimenti è più difficile vedere. Anche perché la nostra vita sembra concepita apposta per non leggere, i ritmi della nostra vita ce lo impediscono, o tentano di impedircelo. E allora alla maggior parte della gente si atrofizza un po’ il cervello, se posso dirlo. Bisogna generare la scintilla che lo fa ripartire.

(Oggi si vive nell’ansia di precostituire un’etichetta per ogni opera letteraria, proprio come se fosse un prodotto del supermercato ma la realtà è ben diversa). Non esistono confini precostituiti, dipende dal singolo romanzo. In questo senso, la letteratura di genere il salto in avanti l’ha già fatto infinite volte, come infinite volte è balzata indietro. Questo accadrà sempre, non avrà mai fine. Solo il singolo libro conta. Ma questa vale anche per la letteratura “alta”. Pensa a uno che dica: “Buongiorno, ho scritto un libro di letteratura alta”, ebbene, non può che essere un cretino, o perlomeno con forti problemi di indentità. Fammi leggere il libro e stai zitto!

(La frenetica compiacenza con cui oggi molti autori si industriano a soddisfare i requisiti richiesti dalla critica nasconde una delle più grosse trappole della letteratura). Al linguaggio standard corrisponde una visione della realtà standard -e bada bene, come esiste un linguaggio standard da giallo scarso, così esiste uno linguaggio letterario alto standard, e quindi ugualmente piatto, alla fine-. Se poi alla visione standard unisci una buona trama sapientemente gestita otterrai il risultato che in questi anni sembra andare di più: banalità con suspense.

Era per avere questo che fin dall’infanzia profonda abbiamo cominciato a sognare storie e poi non abbiamo più smesso? Per avere un buon prodotto? Una storia che funziona -verbo atroce, non è mica un elettrodomestico-? Una vicenda che scorre -anche qui, ma siamo a un congresso di idraulici-)? Una trama che regge -ma che è, la rete del materasso-? No, direi di no. C’era molto di più. C’erano anche storie bizzarre, irregolari, abnormi, che nutrivano il nostro cuore.

Continuiamo a sognarle. Vivremo meglio.

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Pubblicato il martedì 03 maggio 2005 in: Rubrica di Scrittura

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