Come scegliete un libro quando lo comprate?
A cura di Sabina Marchesi
Pubblicato il 22/05/2005
Una casa editrice atipica, nuovissima, fondata da scrittori e quindi aperte alle problematiche degli scrittori, tutta dedicata al Mistery e al Giallo in una veste grafica davvero accattivante.
Una breve storia della Vostra Casa Editrice e della sua collocazione sul mercato italiano.
Alacrán Edizioni nasce nell’agosto 2005 dall’idea di due scrittori, Andrea Carlo Cappi (io) e Sandro Ossola, che a lungo hanno collaborato e collaborano tuttora con case editrici grandi e piccole. Siamo in libreria dal marzo 2005 con tre collane (“i Misteri”, dedicata al thriller; “le Storie”, interessata alla narrativa non necessariamente di genere e “I Saggi”, che si occuperanno di vari argomenti ma che dedicano ampio spazio alla storia della letteratura gialla e noir) e un trimestrale, “M-Rivista del mistero”, un elegante mystery magazine ricco di racconti di autori italiani e stranieri, interviste e rubriche.
Quali sono al momento i Vostri punti di forza?
La qualità dei libri: dalla veste grafica alle immagini di copertina (fotografie in bianco e nero per le Storie, illustrazioni del pittore Carlo Jacono, il più grande illustratore di giallo e noir di tutti i tempi, per i Misteri), fino al livello della scrittura, cioè il cuore del libro che il lettore trova dentro alla bella confezione. Da noi hanno grande peso l’editing per gli autori italiani (non nel senso di sopraffazione del loro lavoro, bensì di rifinitura coordinata con gli scrittori) e le traduzioni per gli autori stranieri, nel senso che Ossola e io, traduttori a nostra volta, curiamo personalmente la traduzione o la revisione di ogni testo.
Parlateci di una iniziativa cui volete dare il massimo risalto, e alla quale tenete molto.
Il lancio in Italia di Pedro Casals, autore di grande successo in Europa, che in Spagna ha un successo paragonabile a quello di John Grisham e che tuttavia ha un’ottica più europea, anzi, mediterranea, molto più vicina a quella italiana rispetto agli autori di bestseller americani. Nel suo paese è una figura culturale di primo piano: è giurato del Premio Principe de Asturias (l’anticamera del Nobel per la letteratura) e consulente per le attività culturali del governo. I suoi romanzi sono denunce esplosive dei giochi di potere del “villaggio globale” vissute con apparente nonchalance da un personaggio neopicaresco, l’avvocato Lic Salinas.
DOMANDE SPECIFICHE SUI VOSTRI RAPPORTI CON GLI AUTORI ESORDIENTI
I Vostri consigli a un autore esordiente?
Scrivere bene, essere dotato di autocritica… ma non troppo. Spesso a proporre i manoscritti sono gli autori meno dotati ma più spudorati. Quelli più bravi sono severi con loro stessi, ma per questo talvolta quasi si vergognano di far leggere ciò che hanno scritto.
Un esordiente come deve presentarVi un manoscritto?
Semplicemente inviandolo al nostro indirizzo: Alacrán Edizioni, via Fra Luca Pacioli 9, 20144 Milano. Dovrà armarsi di pazienza: esaminiamo i testi con attenzione, ma questo richiede tempo.
Come può orientarsi un esordiente nella selezione delle case editrici a cui inviare il proprio lavoro?
In primo luogo, sapere che cosa ha scritto e proporsi agli editori che pubblicano libri affini.
Vi sentite di indicare qualcosa di particolare a un emergente circa la revisione dei suoi testi?
Quando è il momento per un autore esordiente di spedire la sua opera agli editori?
Prima di inviare il proprio manoscritto, rileggerlo quanto possibile con gli occhi non dell’autore compiaciuto (“Ogni scarrafone…”), ma di un lettore esterno, cercando di prendere le distanze dalla propria opera, a mente fredda. Il lettore non abita dentro la testa dello scrittore, ma il racconto o il romanzo devono dargli le chiavi per entrarci.
Ritenete che sia fondata l'utilità dei corsi di scrittura?
Ne ho tenuti parecchi, specie sulla scrittura del mystery, improntandoli tuttavia a un invito a una lettura più cosciente di opere altrui: l’illustrazione dei meccanismi, dei trucchi del mestiere o semplicemente delle tecniche narrative di altri autori, permettendo una lettura più approfondita delle strutture della narrazione. In questo modo, ogni nuovo libro letto diventa una lezione di scrittura creativa. Non sono convinto che un incapace diverrà scrittore per avere seguito un corso, ma sono certo che un autore dotato, se l’insegnante è capace, potrà chiarirsi le idee su molte cose. E’ quanto è capitato a me dialogando con autori affermati e ascoltandone i consigli quando ero agli esordi. Spero di riuscire a fare altrettanto nei miei corsi.
E il ruolo delle Agenzie Letterarie nel panorama editoriale italiano quale è? C'è da fidarsi?
Non vorrei inimicarmi gli agenti letterari che conosco e che stimo, ma per quanto riguarda gli autori italiani spesso sono più utili nella gestione dei contratti che nella ricerca degli editori. Piuttosto, gli agenti sono efficienti nel diffondere in Italia il lavoro di autori stranieri, anche se l’enorme quantità di materiale in lingua inglese proposto agli editori rischia di soffocare, a volte senza merito, la produzione nazionale.
Cosa consigliereste di leggere a un autore esordiente per migliorare la sua formazione?
Dipende da cosa vuole scrivere. In ogni caso, ritengo che un po’ di Hemingway sia consigliabile a tutti.
Domanda cruciale: Scrittori si nasce o si diventa? In breve quanto conta il talento di base rispetto a quanto si può eventualmente acquisire in seguito a livello di tecnica?
Il talento di base è la chiave. Si può migliorare la propria tecnica, ma se non si hanno idee né capacità di raccontare storie, meglio trovarsi altri passatempi.
Si dice che l'aver vinto dei concorsi letterari a volte sia un'arma a doppio taglio nei confronti delle case editrici. E' vero? Insomma, giova o gioca a sfavore?
Se il concorso letterario è serio (non deve essere per forza di grande prestigio) è comunque un piccolo fiore all’occhiello. Ma ho letto ottimi racconti bocciati a premi letterari semplicemente perché a quella particolare giuria non piacevano. Un esempio: vent’anni fa il romanzo d’esordio di Andrea G. Pinketts non vinse il Premio Alberto Tedeschi de “Il Giallo Mondadori” nel 1985 perché troppo “diverso” dal gusto dell’epoca. Ora quel romanzo è in catalogo da Feltrinelli e Pinketts, autore amato in Italia e adorato in Francia, collabora alla nostra rivista. Quello stesso anno il premio fu vinto da Claudia Salvatori, che ora è una delle più grandi autrici italiane contemporanee (non solo “di genere”) e di cui abbiamo pubblicato “Il sorriso di Anthony Perkins” e ci apprestiamo a ripubblicare “La donna senza testa”.
Tra centinaia di manoscritti che una casa editrice esamina, quali sono i particolari che possono significare la differenza?
Primo, che le idee siano originali. A che cosa serve una banale rimasticatura degli ultimi bestseller in commercio o, peggio, degli ultimi film di successo? Secondo, che la storia sia raccontata bene, in italiano corretto, meglio se con i congiuntivi al posto giusto (a meno che il registro linguistico non richieda altrimenti, beninteso).
Vi è mai capitato, come dire, di non dare considerazione a una giovane promessa, che poi magari è stata “scoperta” e lanciata da altre case editrici concorrenti?
Ad Alacrán Edizioni non è ancora capitato, sarà che è appena nata. Ma se ci avessero offerto “Il Codice da Vinci” di Dan Brown saremmo orgogliosi di averlo rifiutato, come remake malriuscito del magistrale “Il pendolo di Foucault” di Umberto Eco e di un mio più modesto romanzo intitolato “Martin Mystère-Il codice dell’Apocalisse”, pubblicato a puntate su Internet sul sito il nuovo.it nel 2000.
Si comincia a pensare che dopo il primo successo molti autori emergenti, dopo la prima pubblicazione, siano destinati a un flop quasi predestinato. Quanto influenza questo sulle Vostre scelte editoriali?
Quando l’autore ha grande successo per un fenomeno mediatico, è inevitabile che il secondo libro venda meno, perché il grande pubblico si stanca presto e si distrae. Altri autori di successo semplicemente mettono tutto di loro nel primo libro e scrivono il secondo controvoglia, sotto pressione degli editori. Per quanto ci riguarda, il problema non ci tocca: pubblichiamo libri di cui siamo convinti, siano essi opere prime, seconde o quarantaseiesime.
Siete dunque alla ricerca più di un valido professionista, altamente motivato, e capaci di vendersi bene, piuttosto che di un dilettante entusiasta. Me lo conferma?
No. I professionisti motivati li abbiamo già e sono autori dimenticati o trascurati dalle grandi case editrici: continueremo a pubblicarli finché troveremo nei loro libri corpo, anima e cervello. Noi cerchiamo scrittori veri, anche dilettanti, ma nel senso che scrivono per il diletto proprio e dei lettori. Diletto naturalmente non esclude impegno e anima.
Autori continui, regolari, costanti, che scrivono con regolarità e che si suppone possano crescere fino a raggiungere un alto livello di professionalità e di bravura. Potrebbe essere questo l'identikit del Vostro autore ideale?
Dipende. Amiamo molto alcuni autori “continui”, cui ci siamo affezionati leggendoli in edizioni italiane e straniere, ma se incontriamo qualcuno che ha scritto un solo romanzo fondamentale nella propria vita, e quel romanzo è bellissimo, perché a tutti i costi costringerlo a fare qualcosa in cui non crede? Forse che Tomasi di Lampedusa scrisse “Il gattopardo II-La vendetta di Salina”?
E quando ne incontrate uno da cosa siete in grado di riconoscerlo? E soprattutto siete veramente certi di essere in grado di riconoscerlo?
Lo riconosciamo dal fatto che è bravo. E abbiamo letto abbastanza libri dalla nostra vita da ritenere di saper giudicare. Per quanto mi riguarda, tutti i libri che ho fatto pubblicare nella mia carriera di consulente editoriale sono stati apprezzati da chi li ha letti. Non tutti sono diventati bestseller, ma questo non esclude che siano bei libri.
Una volta che avete individuato un autore promettente fino a quanto e come siete disposti ad investire su di lui?
Lo pubblichiamo, dedicandogli il nostro tempo, il nostro lavoro, la nostra stima e i fondi della casa editrice. Gli paghiamo i diritti d’autore (cosa che non sempre capita, di questi tempi). Lo trattiamo, insomma, come riteniamo che vada trattato uno scrittore, perché noi stessi lo siamo e sappiamo che cosa spesso ci è mancato dalle case editrici.
Eppure nonostante tutto sugli scaffali delle librerie ancora si continuano a vendere solo e soltanto i bestsellers di autori affermati, questa tendenza non si prevede invertibile, o forse qualcosa sta cambiando?
Non credo che cambierà. A dominare il mercato sono alcuni grandi gruppi editoriali, specie quelli che praticano gli “inviii d’ufficio” alle librerie. Il che, per librai distratti o con poco spazio, va bene: non devono fare la fatica di scegliere. Ci sono per fortuna librai che credono in quello che fanno e non vendono esclusivamente i successi più o meno annunciati. Solo grazie a loro i lettori più attenti possono scoprire case editrici meno appariscenti che pubblicano tuttavia titoli di pregio.
Ultimamente quali sono gli autori esordienti sui quali avete deciso di investire particolarmente?
Stiamo dedicando loro molto spazio nella colla “le Storia”. Abbiamo da poco pubblicato il secondo libro di racconti di Luca Ricci, “Il piede nel letto”, che ha qualcosa da insegnare anche ad autori “affermati”. Nel giugno 2005 esce “Alma”, primo romanzo di Mariella Dal Farra, un noir dalle inquietanti implicazioni (fanta)scientifiche.
Secondo le convenzioni, pubblicare un libro di racconti di un autore italiano esordiente equivale a un autogol. Ebbene, nel gennaio del 2006 pubblichiamo l’antologia personale di un esordiente assoluto, che ha da poco compiuto diciotto anni e scrive racconti straordinari, destabilizzanti e irriverenti: un esordio totale… perché i suoi racconti sono stati finora rifiutati dal giornale scolastico, l’ultimo con l’accusa di vilipendio alla religione! Ma basta leggerli per convincersi che un nuovo Bukowsky è nato in provincia di Cuneo.
E il risultato che avete ottenuto in questi casi è stato rispondente alle Vostre aspettative?
Attendiamo di scoprirlo, ma a giudicare dalle prenotazioni in libreria, sì.
Quante persone si occupano della lettura dei materiali pervenuti in redazione e che procedure seguono per l'esame, la valutazione e il responso finale?
Abbiamo un gruppo di lettori, quattro persone (pochissime in rapporto al materiale che riceviamo), che si occupa della selezione. I lettori compilano una scheda editoriale e, se segnalano il dattiloscritto come interessante, lo passano a me o a Sandro Ossola. Se siamo convinti del valore dell’opera, passiamo alla pubblicazione senza por tempo in mezzo.
Spesso gli editori parlano degli autori esordienti come di un "male necessario", possiamo capire che alcuni autori possano essere particolarmente invadenti, o permalosi in caso di un rifiuto, ma continuiamo a pensare che gli autori esordienti, bravi o meno bravi, siano fondamentali per lo sviluppo dell'editoria, e che le case editrici dovrebbero forse costruire una specie di ponte virtuale per aiutarli ad attraversare il vasto mare agitato della tentata pubblicazione. Voi a tale proposito come la pensate?
Siamo molto atipici. Nulla ci dà maggiore soddisfazione dello scoprire e pubblicare un autore esordiente meritevole. Sarà che, come scrittori, ci siamo passati anche noi…
La Vostra posizione sul fenomeno oramai tanto diffuso della Pubblicazione con Contributo o a Pagamento?
Per citare Francis Ford Coppola, terminare con estremo pregiudizio.
Una volta deciso di investire su un particolare autore, quali sono i meccanismi di promozione che adottate per incentivare l'iniziativa?
I normali canali: schede promozionali, invio di copie a recensori che possano essere interessati al particolare libro in questione, presentazioni. Il segreto è credere in quello che facciamo.
Capita invece che qualche nuovo autore, dopo la prima opera, Vi proponga un nuovo lavoro per la pubblicazione, e che Voi vi troviate a rifiutarlo a causa dei risultati non soddisfacenti di vendita finora ottenuti? Vi trovate a volta a dover dire di no a un Vostro pupillo?
Se crediamo in un libro, non saranno certo i dati di vendita della precedente opera di un autore a scoraggiarci.
E' vero che molti autori esordienti calano di livello dopo il primo successo, o peggio ancora non sono in grado di mettere a punto la seconda opera e rinunciano del tutto? E in caso come Ve lo spiegate?
Non è necessariamente vero, ma può capitare. O perché hanno detto tutto quello che avevano da dire, o perché stritolati da meccanismi editoriali che li costringono a lavorare su qualcosa a ogni costo, senza esserne convinti. Gli autori hanno bisogno dei loro tempi, brevi o lunghi che siano.
Nell'economia generale del Vostro catalogo quanto puntate sulle opere degli autori esordienti?
Direi per il 25-30% delle pubblicazioni. Di più se per esordienti si considerano i romanzi di esordio di autori stranieri affermati altrove ma ancora sconosciuti da noi. Per il mercato italiano non fa differenza.
Quale può essere una buona tiratura per un romanzo di esordio di un autore italiano?
E dopo che cosa succede?
Per quanto riguarda noi, il romanzo rimane in catalogo. Non pubblichiamo libri usa e getta.
Rimane ancora vero che il sogno di ogni editore è quello di creare un autore, e dunque un nuovo fenomeno editoriale?
Creare un autore sì, fenomeno editoriale perché no? Purché non da baraccone.
Parliamo di percentuali, su centinaia di manoscritti inviati a una casa editrice quanti sono ragionevolmente proponibili e quanti di quelli accettabili giungono poi alla pubblicazione? Insomma su che numeri viaggia la selezione di un nuovo autore? I nostri lettori sospettano che la probabilità di riuscire sia paragonabile alla vincita dell'Enalotto, è davvero così?
Per l’editoria in generale l’Enalotto è una buona metafora. Per noi no: non sorteggiamo gli autori di pubblicare, li selezioniamo. E’ vero tuttavia che tra i manoscritti che ci arrivano quelli che riteniamo di dover pubblicare sono una minima percentuale. Per ora, tuttavia, una percentuale più elevata rispetto a quella di altre case editrici, diciamo un 10%. Ma ho lavorato per editori in cui le percentuali erano l’1%.
Non dovreste essere Voi a cercare gli autori, e non essere viceversa sottoposti da questi ultimi a un costante ed asfissiante corteggiamento?
La ricerca degli autori riguarda quelli pubblicati all’estero e inediti da noi. Per quanto riguarda gli esordienti, come faremmo a scoprirli se loro non si facessero vivi? Esiste la legge sulla privacy…
Quali sono le opere che prediligete? E in base a quali criteri progettate le collane editoriali? Successo di pubblico, o passione per il genere letterario prescelto?
Passione per le buone letture. A noi piacciono i libri che raccontano storie, di fiction o non fiction, di genere e non. Non ci aspettiamo necessariamente un successo smisurato di pubblico, perché non pubblichiamo libri di personaggi tv o barzellette sui calciatori. Il che non impedisce ad alcuni dei nostri autori stranieri di vendere centinaia di migliaia di copie all’estero.
Come fa un autore a sapere che sorte ha avuto il suo manoscritto inviato in lettura presso di Voi?
Quando l’esame è stato completato, gli viene mandata una risposta, preferibilmente via e-mail. In caso di rifiuto, evitiamo le risposte preconfezionate del tipo “non corrisponde alle nostre linee editoriali”, ma spieghiamo anche le ragioni.
La politica editoriale non è mai incentrata su un solo libro, ma è rivolta generalmente alle potenzialità dello scrittore, ma come si può con un esame frettoloso di poche pagine di ogni manoscritto individuare non solo il valore letterario di un'opera ma anche le capacità di sviluppo di chi scrive e che potrebbe diventare un buon autore?
Infatti noi non esaminiamo frettolosamente poche pagine. Per questo ci mettiamo più tempo e più lavoro. Tuttavia, se un libro è scritto da un analfabeta o da un autore incapace, spesso si vede dalle prime pagine. E se è così obbrobrioso da non farci arrivare alla fine, ci riesce difficile immaginare perché dovrebbe sciropparselo tutto un lettore che ha investito i suoi soldi nell’acquisto e avrebbe il diritto pennacchiano di piantare il libro a metà.
Avete una vera e propria politica editoriale per gli esordienti?
Avere una “politica” per gli esordienti significherebbe discriminarli. Ci limitiamo a farli conoscere. Il solo fatto che siano stati usciti da noi dovrebbe già essere (so che sembra una dichiarazione immodesta) una garanzia. Altrimenti non li avremmo pubblicati.
Investimento sul libro ma soprattutto sull'autore, quale sono le modalità che applicate e le forze che mettete in campo per motivare un buon autore a rimanere nella Vostra scuderia? In poche parole i Vostri meccanismi di fidelizzazione.
Uno, molto semplice: trattarli come si deve. Evitare il più possibile refusi, curare l’editing degli autori italiani (anche a costo di non fare nulla, se non ne hanno bisogno) e le traduzioni degli autori stranieri, preoccuparsi di fare uscire le opere “seriali” nel giusto ordine cronologico.
DOMANDE SULLE VOSTRE COLLANE EDITORIALI TEMATICHE DEDICATE AGLI APPASSIONATI DEL GENERE GIALLO, NORI, MISTERY, THRILLER ED HORROR.
Ultimamente molte collane dedicate al Giallo e Noir tendono a sconfinare nel Pulp o nello Splatter. Qual'è la Vostra posizione in proposito?
Amiamo il pulp, nel suo significato etimologico (la narrativa di genere da cui uscirono autori di grande valore letterario come Hammett e Chandler) e non abbiamo nulla contro lo splatter, anche se ancora non abbiamo in catalogo un libro che rientri in tale categoria. Quello che ci interessa è che i libri siano scritti bene. Se dovessimo pubblicare un libro dal contenuto particolarmente violento, ne informeremmo semmai il lettore in quarta di copertina. Quello che non ci piace, invece, è la banalità: non basta inserire in un romanzo un serial killer con propensione alla bassa macelleria per fare di quel libro un thriller mozzafiato. Ma un’opera d’arte può sentirsi in dovere di parlare di violenza, come “Guernica” di Picasso.
Le vecchie e nuove collane editoriali dedicate al genere Giallo, Thriller e Noir, con qualche coraggiosa puntata verso il genere Horror, si stanno rivelando una scelta vincente.
Quali sono i motivi di questo fenomeno di pubblico?
La realtà è che la letteratura di genere è sempre stata di successo. Solo che una volta usciva prevalentemente in edicola, con marchi quali “Il Giallo Mondadori”, “Segretissimo” o “Urania”, con tirature da bestseller per libri che restavano in vendita solo per una settimana o due e vendevano più di quanto oggi non facciano molti libri in vetrina per tre mesi in libreria. Anche perché i libri costano di più. Personalmente, non mi sembra un grande miglioramento.
Forse si tende ancora considerare questo tipo di letteratura un intrattenimento di serie B, o le cose stanno diversamente?
Le cose sono un po’ diverse, oggi la letteratura di genere non è più vista da tutti come di serie B. Ma c’è ancora qualcuno che si rivolge a noi scrittori dicendo: “Sì, ma quando scrivi un romanzo vero?” Oppure –mi è capitato- dicendo: “Io non leggo gialletti.” Ecco, ne “i Misteri” di Alacrán Edizioni ci sono gialli, non gialletti. Del primo volume pubblicato, “Morte di un dissidente” di Stuart M. Kaminsky (ora alla seconda edizione) una giornalista ha detto: “Sembra di leggere un grande romanzo russo.” Se un grande scrittore sceglie il giallo come modo di espressione, non per questo smette di essere un grande scrittore. Il primo volume pubblicato ne “le Storie” è “Il sorriso di Anthony Perkins” di Claudia Salvatori, un romanzo non giallo che tuttavia è imperniato sulla figura di un serial killer chiamato Anthony: nessuno era mai riuscito a fare di una delle figure più trite del thriller moderno uno strumento così perfetto di satira sociale. Non oso pensare a che cosa farebbe Anthony a uno che dice “io non leggo gialletti.”
O questo sta solo a testimoniare ancora una volta che il lettore medio ha una paura quasi atavica nei confronti delle cosiddette letture “impegnate” o “impegnative”?
Se per “impegnate” si intende “noiose”, lo posso capire. Se per “impegnate” si intende ricche di impegno, tensione, passione e umanità, se ne trovano anche (o soprattutto) nella letteratura di genere.
Anche nella letteratura come in ogni altro genere di cose si assiste spesso a fenomeni di corsi e ricorsi storici in cui i riflussi di tendenze precedenti continuano a influenzare fortemente il mercato, è questo il motivo del prolificare di tutti i generi Mistery, Detection, Procedural, Techno e Legal Thriller?
Non confondiamo i sottogeneri con le mode passeggere. Dopo il successo di Thomas Harris, chiunque pensava di scrivere un thriller solo perché ci metteva dentro un serial killer. Dopo il successo di Scott Turow, qualsiasi avvocato americano pensava di potersi improvvisare scrittore di legal thriller. Questo crea un grande rumore di fondo, che distoglie le case editrici poco attente da una parte dall’evoluzione naturale del genere, dall’altra dai maestri che continuano a scrivere senza le influenze della moda. Basta pensare ai romanzi di Richard Stark, scrittore che autori come Jeffery Deaver o Stephen King considerano un maestro. Certo, non è facile tentare di imitare Richard Stark!
Si dice che anche al Cinema il crescente favore che il pubblico riserva a pellicole inquietanti e terrorifiche sia dovuto al bisogno che la gente ha di provare comunque emozioni forti, per scuotersi dalla noia e dalla ripetitività ciclica del nostro attuale stile di vita. Siete d’accordo? E’ allora questa la molla che attira i lettori verso gli scaffali Horror e Noir delle librerie?
Le emozioni forti ci mettono a confronto con noi stessi, le nostre paure e la nostra visione della vita, quindi in questo senso siamo d’accordo. Ma non limiterei a questo il valore di noir e horror, generi che, in mano a scrittori capaci, hanno la possibilità di scuotere le nostre certezze, di criticare la società e il mondo in cui viviamo. Ben venga la letteratura destabilizzante: meglio scoprire certe cose attraverso un libro, che aspettare che diventino realtà quotidiana.
E’ vero che gli appassionati del genere Giallo e Noir costituiscono una sorta di mondo parallelo? Una specie di mercato di nicchia dalle insospettabili proporzioni?
Se ha insospettabili proporzioni, come fa a essere di nicchia? La nicchia nasce nel momento in cui solo pochi lettori hanno avuto il piacere di conoscere un autore o un filone. Non tutti gli editori si possono permettere di tappezzare i tram con l’annuncio del nuovo libro del tale autore, per farlo sapere al mondo intero. Dobbiamo aspettare che l’autore venga scoperto dal lettore, il che richiede che il lettore entri in una libreria, si guardi in giro, si incuriosisca.
Non conosco nessun altro genere letterario capace di una così intensa e duratura fidelizzazione. Come Ve lo spiegate?
La letteratura di genere, dal giallo alla fantascienza, si preoccupa di raccontare storie. E sono le storie ciò che un lettore, di solito, ama leggere.
Dicono che il Giallo, con la sua logica rassicurante e matematica, e il Noir, con la sua fredda e impietosa introspezione psicologica, siano in realtà due facce della stessa medaglia che rappresenta efficacemente in fondo la nostra vita reale di tutti i giorni. Allora è questa la vera spiegazione della vitalità tutto sommato insospettata di questo intramontabile genere?
Vero. Se, ribadisco, scritti bene, i libri di genere raccontano aspetti particolari e universali del nostro mondo. Mi spiego: per citare di nuovo “Morte di un dissidente” di Kaminsky, il romanzo descrive l’URSS dei primi anni Ottanta, che non esiste più, ma ciò che racconta è istruttivo per qualsiasi società, di regime o aspirante tale.
I migliori fenomeni letterari del momento in questo particolare genere letterario?
E i mostri sacri che non cesseranno mai di rappresentare un costante punto di riferimento e di comparazione?
Se per fenomeni si intendono le alte tirature dei maggiori bestseller, scopriamo che non c’è nulla di nuovo rispetto a trent’anni fa, solo qualche autore nuovo venuto a sostituire quelli andati in pensione.
Fino a qualche tempo fa, piuttosto, eravamo preoccupati per alcuni mostri sacri persi per strada dalle case editrici: per fortuna noi, ne abbiamo già recuperati un paio, Kaminsky e Stark appunto, lungamente attesi dai lettori italiani che temevano ormai che avessero smesso di scrivere, solo perché da noi non venivano più pubblicati.
E infine Voi in persona, cosa preferite leggere?
I libri che ci piace pubblicare. E viceversa: pubblichiamo libri che ci piace leggere e che riteniamo piaceranno ai nostri lettori.
DOMANDE GENERICHE SULLA CASA EDITRICE, LO STATO DELLA LETTURA E IL PANORAMA EDITORIALE ITALIANO
Perchè una casa editrice come la Vostra? Qual'è la sua collocazione attuale?
Per colmare le lacune della “grande editoria”. Troppi dei “libri che ci piace leggere” venivano ignorati dalle “majors”. Noi, più piccoli e più agili, possiamo permetterci di disobbedire all’assolutizzazione delle leggi del marketing e adattarle invece ai libri che vogliamo pubblicare.
Le collane editoriali in genere sono qualcosa di misteriosissimo, difficile da comprendere per i non addetti ai lavori. A volte non è facile differenziare le case editrici in base alla tipologia di pubblicazione da loro trattata. Qual'è il modo migliore per farsi un'idea rapida e chiara in proposito?
Ci lavoro da un decennio, ma spesso le regole sono misteriose anche per me. Alacrán Edizioni cerca di essere più “comprensibile”. Credo che da qui al prossimo anno, quando avremo ormai un buon catalogo al nostro attivo, sarà molto chiaro che cosa pubblichiamo.
Una nota dolente, quanti autori ai quali avete concesso la Vostra fiducia, hanno poi pubblicato la loro seconda opera con altre case editrici?
Per ora nessuno, ma non siamo così possessivi. Da Alacrán Edizioni escono del resto miei libri di saggistica e mie opere di narrativa edite in passato da altri, senza che io smetta di pubblicare, per esempio,da Mondadori. Spesso siamo noi invece a proporre scrittori di altre case editrici che decidono di proporre un libro proprio a noi.
Il sodalizio tra autore ed editore quanto è importante nei rapporti futuri lavorativi e professionali? Insomma credete che sentirsi coperto alle spalle da una casa editrice che lo sostiene o lo incoraggia possa aiutare un autore nella sua attività di scrittore, lasciandolo libero da pressioni e da incertezze?
Di sicuro. Ci sono editori che pubblicano libri “distrattamente” e li abbandonano al loro destino, lasciandoli passare inosservati, o addirittura vergognandosene. E allora perché li hanno pubblicati? Noi non facciamo così. Forse perché, lo ripeto, siamo scrittori anche noi.