Come scegliete un libro quando lo comprate?
A cura di Sabina Marchesi
Pubblicato il 24/05/2005
La Dalia nera di James Ellroy in una recensione ed analisi dello scrittore Roberto Ottonelli.
James Ellroy – Il re del noir?
Nella mia veste di autore esordiente pieno di belle speranze, mi sono imbattuto per caso in un Forum “pseudo letterario”, punto di incontro di lettori accaniti ed amanti in particolare del genere noir. Spinto da forti sollecitazioni, mi sono ritrovato in libreria sotto la lettera “E”. Mi era stato spassionatamente, e con una certa insistenza, indicato questo James Ellroy, a cui questa sorta di adepti aveva attribuito l’etichetta di “Re del noir”, un po’ come Stephen King lo è del brivido.
Essendo io un gran lettore del “signore del Maine”, e nonostante la mia avversione ad un certo tipo di etichette preconfezionate, ho deciso di partire da “La dalia nera”.
Devo ammettere nutrissi una certa aspettativa, maturata dalle recensioni entusiastiche lette sull’autore. Insomma, pareva esistesse solo Ellroy e poco altro nel desolante panorama noir.
Procediamo con ordine: si tratta della storia vera di un caso avvenuto negli anni quaranta in una Los Angeles corrotta, violenta, descritta dal punto di vista narrante di un poliziotto, Bucky Bleichert, ex pugile insoddisfatto e perennemente sull’orlo del baratro interiore. Conosce Lee, anch’egli poliziotto ed ex pugile, vivendo dapprima un clima di sfida senza confini, fino a diventarne amico, suo e della sua donna, Kay, dal passato che oserei definire turbolento.
Un delitto raccapricciante accentra su di sé tutte le attenzioni; viene infatti rinvenuto il cadavere di Elizabeth Short orrendamente mutilato. Attraverso una tortuosa pista investigativa, il lettore conosce la vita di quella che era stata “La dalia nera”. Definirla una ragazza facile sarebbe riduttivo, considerando il particolare periodo storico in cui è inquadrata la vicenda, la sua necessità di emergere a costo di qualsiasi compromesso, la sua disinvoltura, la sua difficoltà estrema di relazione, il suo ridursi a prostituirsi per scampare da se stessa.
Dietro quelle che paiono vane ricerche, si intesse la storia morbosa del protagonista con la signorina Sprague, che nel suo immaginario incarna le fattezze della stessa Dalia, ma anche la condivisione consenziente di Kay con l’amico Lee. Questi, condotto in Messico da traffici torbidi, scompare e costringe Bucky alla sua ricerca fino al rinvenimento del cadavere. Le indagini proseguono seguendo metodi sempre meno corretti, in un percorso di abiezione del detective ormai quasi perso. Una serie di deduzioni visionarie lo conducono infine alla soluzione del caso.
Per quanto mi riguarda, non ho trovato quel ritmo che mi aspettavo, quello che spinge a prendere in mano il libro per conoscerne l'evoluzione, non mi ha attratto il modo in cui è stato scritto, la storia non mi ha coinvolto.
Innanzitutto l'introspezione del protagonista mi pare sia del tutto irreale, un miscuglio di troppo. E' un pugile, poliziotto, investigatore, agente della scientifica, marito, amante, delirante, razionale, incorruttibile, dalla moralità discutibile, visionario, pazzo, ossessionato, e chi più ne ha più ne metta.
Attorno alla vicenda ruotano troppi personaggi, molti dei quali entrano ed escono senza lasciare traccia alcuna, confondendo il lettore. Tutto l'intreccio è poi costellato di dettagli inutili e fuorvianti, troppi nomi che si sarebbero potuti tralasciare, così come appare inutile descrivere o soffermarsi su piste che non portano da nessuna parte
Il triangolo tra i due rivali e Kay è inverosimile, così come tutti gli pseudo intrighi che si sviluppano.
Inoltre, tutto quanto Bucky scopre è frutto del caso, di intuizioni discutibili e raffazzonate.
Lee, l’alter ego, mantiene una condotta assurda, dal suo atteggiamento di duro passa a quello di una femminuccia che frigna, per poi tornare a fare la voce grossa con gli Sprague prima di finire trucidato.
Ripeto, non si tratta altro che di un giudizio soggettivo, che però non vorrei fosse sminuito in quanto si tratterebbe di una lettura di un certo livello che necessiti di chissà quale levatura.
Roberto Ottonelli