Come scegliete un libro quando lo comprate?
A cura di Sabina Marchesi
Pubblicato il 22/06/2005
Ammetto non avessi mai letto niente di suo, però le avevo sentito raccontare di lavatrici che mangiavano persone dopo essersi animate e tanto mi era bastato. “Ma chi è questo imbecille? E tu come fai a leggere robacce del genere? Poi cosa c’è, la ventola roteante, il condizionatore pazzo e lo scaldabagno sputachiodi?”
Perché Stephen King è un genio?
Mi trovavo una mattina come le altre sulla 94 di ritorno da scuola. Sarà stato fine maggio perché già l’afa insopportabile di Milano m’incollava i vestiti sulla pelle. Nel tragitto da Piazza Vetra a Cadorna diedi fondo a tutte le mie energie per deridere una mia compagna di scuola appassionata di Stephen King. Ammetto non avessi mai letto niente di suo, però le avevo sentito raccontare di lavatrici che mangiavano persone dopo essersi animate e tanto mi era bastato.
“Ma chi è questo imbecille? E tu come fai a leggere robacce del genere? Poi cosa c’è, la ventola roteante, il condizionatore pazzo e lo scaldabagno sputachiodi?”
Errori di gioventù e frutto di ignoranza (nel senso di parlare di ciò che in realtà s’ignora).
Trascorso qualche anno e smaltito il pregiudizio da lavatrice, mi è capitato tra le mani “Shining”. Ne avevo sempre sentito parlare e m’incuriosiva, anche per via del film con protagonista Jack Nicholson, che comunque non avevo visto (lacuna a cui nel frattempo ho posto rimedio).
La storia di Danny, delle sue percezioni, di Jack Torrence che solo dopo scoprirò essere in buona parte King stesso, dell’Overlook Hotel e dei suoi segreti, quell’atmosfera viva, incalzante, l’analisi approfondita e frizzante di ogni situazione, la ricostruzione soggettiva dei personaggi tanto piacevole ed interiorizzata, tutto questo e molto di più mi hanno convinto ad accostarmi a quello che adesso reputo essere uno dei migliori scrittori in assoluto.
Non si tratta più di una questione di generi, ma di capacità d’analisi che però non si limita alla sterile introspezione, elemento che renderebbe la lettura di svago pesante.
Sono stati miei in notti piovose, in giornate estive interminabili, in pomeriggi interi passati sul divano senza la possibilità di alzare gli occhi dal libro, Carrie, La zona Morta, Cujo, Stagioni diverse, La metà oscura, Il gioco di Gerald, Il miglio verde, On writing e L’acchiappasogni.
Ognuno di essi mi ha colpito, in un’evoluzione narrativa crescente.
L’esordio di Carrie è già da grande, nonostante non sia stato il suo primo scritto. L’idea di Stephen King intento, nella sua casetta del Maine, ad inchiodare ad un gancio le lettere di rifiuto mi si è impressa nella memoria ed in qualche momento difficile mi è anche d’aiuto. On writing è un grande saggio che presenta la vita di un uomo così come è stata, senza mediazioni, senza ripulite di facciata. Il lettore non va ingannato ed è grazie a lui che ho appreso quanto possa essere piacevole entrare in contatto con la fantasia di qualcun altro, in un’alchimia quasi magica.
Proprio la sua storia mi ha sbalordito, mi è bastato fissare gli occhi alle pagine per conoscere attraverso la sua viva voce dei suoi problemi legati alla droga, di quanto quasi non ricordasse di aver scritto libri interi, successi inimmaginabili, scoprire attraverso “La metà oscura” di questo suo desiderio di farsi doppio, di poter esprimersi senza dover temere il giudizio, nei suoi scritti a firma Richard Bachman.
Conoscere Castle Rock, vivere nel Maine attraverso le sue sensazioni, tutto questo credo ogni lettore debba ad un grande maestro.
Certo, poi ci si trova magari di fronte ad un volume di oltre 600 pagine nelle quali raramente ci si annoia, però spesso si assiste al suo crogiolarsi nelle diverse parentesi che si diletta ad aprire per chiuderle dopo decine di pagine. Mi è capitato ne “L’acchiappasogni”, forse l’unico che ho faticato a concludere e non perché la storia non fosse attraente o ben scritta, ma per via della sua estrema minuziosità. Se gli si può attribuire un difetto stilistico, è forse proprio quello di dilungarsi troppo in storie parallele, ma è un peccato che ci si sente di giustificare.
Se avete buoni stomaci, sorridete…
Roberto.ottonelli@rita.it