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By Giallo e noir di Sabina Marchesi
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Giallo e noir di Sabina Marchesi guida dal 20-09-2004

Le Liaisons dangereuses di Choderlos de Laclos (1782)

Uno dei grandi meriti che va riconosciuto al cinema è senz’altro quello di saper offrire i capolavori del passato sotto una veste nuova, capace di attirare e coinvolgere anche i non appassionati verso alcune opere letterarie ormai dimenticate, e che oggi, grazie alla cinematografia, sono finalmente in grado di apparire in tutto il loro, seppur datato, splendore.

foto intervento

 

 

È il caso del celebre capolavoro francese del 1782, Le Relazioni Pericolose, un godibilissimo romanzo in forma epistolare, appena lievemente appesantito dai leziosismi e dai formalità gergali tipiche dell’epoca. Un’epoca che però potremmo ritenere ormai perduta se non fosse per queste preziosissime testimonianze letterarie che per l’appunto ci forniscono degli arazzi di costume di indiscusso valore storico e sociale.

 

Romanzo corale, che parla di costume, di consuetidini sociali, di ipocrisia e di amore, un rarissimo affresco del Settecento con cui Choderlos de Laclos ci offre un insolito approccio letterario, che ai tempi della sua pubblicazione fu considerato, per l’esplicitazione quasi brutale di alcuni temi quali l’ipocrisia sociale e il falso perbenismo, un vero e proprio scandalo e che gli costò, per scriverlo, una sorta di esilio volontario nella Roccaforte Militare della Rochelle.

 

Un fitto stuolo di personaggi si muove, a volte illuminato solo di luce riflessa, attraverso centosettanticinque epistole, alcune vere e proprie lettere, altre scritte in forma di diario. Uno schema narrativo davvero inconsueto che ha il potere di rappresentare con efficacia una versione quasi visiva delle azioni e dei pensieri, la qual cosa ha ovviamente molto facilitato la riduzione della versione cinematografica.

 

Dunque un’operazione narrativa strutturalmente ardita, ma riuscitissima, che rappresenta uno dei romanzi sociali più potenti che ci sono pervenuti sulla Francia del XVIII secolo.

 

Come in un’opera lirica il coro a due voci degli affascinanti, maliardi ed infidi protagonisti, la Marchesa di Merteuil e il Visconte di Valmont,  che si scontrano per tutto il romanzo in un aspro confronto amoroso e in una sfida mentale senza esclusione di colpi,  domina la scena, mentre  i personaggi collaterali sono governati da una sorta di regia occulta, simili a marionette sullo sfondo poste al servizio di questo duetto intrigante e amorale.

 

Perfide malignità sussurrate con grazia dietro ai ventagli, nel corso di leziose serate e incontri mondani, dialoghi teatrali dove le parole sono come lame taglienti che scintillano in duelli all’ultimo sangue, proposte indecenti, ardite scommesse e sfide intellettuali giocate sulla pelle degli altri, che inconsapevolmente vengono mossi sulla scacchiera come pedine inanimate per appagare l’ego totalitario dei protagonisti, e concludere la loro sfida.

 

L’enorme insoddisfazione di una vita agiata, benestante ed oziosa, il falso perbenismo dell’epoca, le evidenti ipocrisie salottiere di una società moralmente corrotta, conducono i due personaggi a una sfida continua, a un gioco di perversioni, a una serie di azioni a catena sempre più deprecabili e perfide, nel tentativo di dimostrarsi l’uno con l’altro il predominio e di accaparrarsi una volta per tutte lo scettro della conduzione del gioco.

 

Un gioco che inevitabilmente prenderà loro la mano e li condurrà alla rovina e alla morte, con il  perfetto spirito catartico tipico dei feuilleton francesi.

 

Questo romanzo diabolico, che fece gridare allo scandalo, è stato riproposto in molteplici  chiavi, teatrali, liriche, cinematografiche e  televisive. Il perno di tutto è l’amore carnale, rivisitato in chiave intellettuale, e riproposto in un sottile gioco di dominazioni e sfide mentali, strategie e tecniche di intrigo, in un confronto continuo sulla lama del rasoio, che esalta le menti dei protagonisti e li spinge sempre più avanti sulla strada del non ritorno.

 

Non c’era forse altro modo che questo, affidando a una penna, o meglio a un pennino, che scorre morbido sulla carta, vergando parole di fuoco, il compito di interpretare questa sfida, questo continuo combattimento fatto di scommesse, di poste in gioco, di diabolici tranelli. In un tentativo ultimo di mostrarsi l’un l’altro la propria perfida malvagità, in un confronto estremo di autocompiacimento crudele, i due si combatteranno, amandosi, per tutta la durata della loro vita, fino al disfacimento totale.

 

La riduzione cinematografiche, affidata ai due cattivi “per eccellenza” del cinema mondiale, Glenn Close e John Malkovich, che sono in assoluto i più straordinari interpreti che si sarebbe mai potuto immaginare per questi ruoli ambivalenti e intensi, è tutta giocata sulle voci contrapposte, sulle lettere parlate, che morbidamente si intrecciano insieme al dipanarsi dell’intricata vicenda, con una fedeltà al testo originario più unica che rara, dando allo spettatore, forse per la prima volta, la possibilità concreta di “vedere” un romanzo.


Contrariamente alla prima impressione, a una rilettura più approfondita si riconferma prepotente l’impressione che tema centrale di questo romanzo non sia tanto la celebrazione del celebre Libertinaggio delle corti francesi, quanto piuttosto un altro aspetto terribilmente importante, in quel contesto salottiero ed ipocrita, la conquista della Libertà.

 

La Marchesa  di Merteuil, magistralmente interpretata da Glenn Close, è terribile e crudele come una Lucrezia Borgia, indurita dalla vita, inebriata dal potere e dalla languida agiatezza, combatte per conservare e conquistare quei privilegi che erano spesso negati alle donne della sua epoca, e infatti la vediamo districarsi mentre si divide tra più amanti, costretta però a mostrare al mondo una facciata integgerima fatta di rispetto  e di rispettabilità, come dettavano le esigenze mondane e sociali.

 

Un personaggio in carne e ossa, che esce dalle pagine e dallo schermo, che si impone prepotentemente alla nostra attenzione, vibrante e pallido, forte e risoluto, combattivo e impavido, affascinante in tutta la sua prorompente contradditorietà.

 

Malcovich è un amante riottoso, compiaciuto, orgoglioso, che trama con la Marchesa ai danni di un’angelica Michelle Pfeiffer, che impersona la Presidentessa di Tourvel, donna casta e devota, sulla quale i due hanno concentrato il loro perfido gioco. Come in una scommessa la Marchesa mette in palio la sua devozione verso il Conte solo se questi saprà piegare e sedurre la casta Presidentessa, ambitissima preda proprio perché apparentemente inarrivabile e irraggiungibile.

 

L’inganno riesce, fingendo un pentimento tardivo e una improvvisa quanto improbabile conversione religiosa il perfido Conte si avvicina alla pia Presidentessa di Tourvel, la coltiva con conversazioni colte, riflessioni amare, confessioni dolenti, fino a conquistarne prima il rispetto, poi la stima, la fiducia, e infine l’amore.

 

Ma quando la purezza si avvicina al male, l’essenza stessa della nobile donna viene sconvolta da questo sentimento così impossibile, peraltro rifiutato duramente dal crudelissimo Conte che, conquistata la sua vittoria, abbandona la inconsapevole preda al suo destino, immolandola all’altare del suo sconfinato orgoglio, per correre a riscuotere quello che era il suo vero premio, la fedeltà della Marchesa.

 

La Presidentessa di Tourvel, preda di un amore accuratamente instillato, rimasta sola con se stessa e con il suo peccato, senza capire, morirà di consunzione e di dolore.

 

Anche il Conte non avrà il suo premio, costretto a un duello insensato morirà nel combattimento, e la Marchesa che tanto aveva combattutto per la sua indipendenza, conoscerà l’amarezza dell’ostracismo e della condanna sociale quando alla fine l’ordito della trama viene miseramente alla luce.

 

Morte morale, fisica e sociale dunque per i tre coprotagonisti di un romanzo potente, un vibrante affresco del Settecento, con castelli, passeggiate, sontuosi palazzi, uscite di caccia, servitori, valletti, giardini e teatri, grandi costumi, ricevimenti sfarzosi, lussi, agiatezze, ipocrisie e mondanità.

 

Alla fine nessuno è più veramente cattivo e nessuno perfettamente buono, tutti si sono macchiati di qualche colpa, qualcuno è caduto nella trappola tradito dalla sua stessa sicumera, un peccato simile all’orgoglio, altri si sono rivelati meno puri di quel che sembravano, i grandi perfidi non si pentono, ma si consegnano al lettore in tutta la loro fragile umanità, non tanto per farsi condannare o giudicare, quanto piuttosto per lasciarsi comprendere, mostrandosi,  facendo ricadere la maschera nell’attimo esatto della fine.

 

Ma non c’è morale in questa opera che ricorda lontanamente Moliere, è piuttosto una commedia, una rappresentazione crudele delle tragedie umane, a volte così terribili da rasentare il comico. Reale, viva, palpitante, e scabrosa è la riproduzione minuziosa di uno spaccato sociale, dove il formalismo esasperato quasi annulla i fondamenti passionali di un amore, negandone a priori l’esistenza, in un tentativo disperato di aderire ai falsi schemi morali che l’epoca imponeva.

 

Una dura lotta per il predominio mentale, giocata all’ultimo sangue, in uno scontro sempre più ostinato, folle e pericoloso. L’eterno meccanismo della seduzione spinto fino alle estreme conseguenze, per un romanzo rivelatosi un grande affresco delle miserie umane, che nonostante il trascorrere dei secoli, rimangono sempre le stesse.

 

Sabina Marchesi